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settembre

LE MACIOCHE ED IL SUO BRUNELLO TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO.

L'Azienda prende il proprio nome dalla macioca, che nel dialetto senese indica la radice del corbezzolo e che costituisce i boschi che abbracciano la Tenuta.
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14 settembre 2018
VOGTOUR ISCHIA - Terza giornata

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di Antonio Lagravinese

Dopo un piccolo produttore artigianale come Cenatiempo ed una realtà storica e strutturata come Casa D'Ambra, ci dedichiamo alla conoscenza di una Azienda intermedia come dimensione ma con vocazione imprenditoriale differente: Pietratorcia.

La sede dell'azienda si trova a Forio e qui incontriamo Vito Verde, contitolare della Cantina. Ci accoglie davanti ad un esemplare, perfettamente restaurato, dell'arcaico sistema di pigiatura dell'uva che dà il nome alla cantina. Da qui partiamo per iniziare a parlare di vino. Il meccanismo era ingegnoso: si tratta di un pesante masso di tufo attraversato da un palo di legno la cui estremità poggiava su un incavo ricavato sul bordo superiore della vasca del palmento, tre fori ricavati nella pietra permettevano il passaggio di corde che, con un complesso sistema, consentivano il movimento e la spremitura completa delle uve dopo il tradizionale schiacciamento con i piedi. Un sistema divenuto obsoleto ben mille anni fa dopo l'invenzione del torchio a vite.

L'azienda Pietratorcia si caratterizza perché affianca all'attività di produzione vinicola anche quella di ristorazione nella bella e luminosa sala ristorante davanti alla quale, all'ombra del portico, veniamo ospitati. La gestione è affidata a tre famiglie storiche dell'isola: Iacono, Regine e, appunto Verde con quest'ultimo responsabile principalmente del settore accoglienza.

Vito è personaggio di grade spessore culturale, lo si comprende dalla dialettica fluente e dai frequenti rimandi storici anche nel suo sguardo e nel suo atteggiamento scorgiamo il nobile orgoglio campano miscelato ad un velato amaro disincanto che permea ogni discorso, anche quelli abilmente conditi di classico umorismo partenopeo. Se è vero che la pietratorcia ha perso da un millennio la propria valenza enologica, essa ha comunque svolto egregiamente il proprio compito per secoli, visto che di vino ad Ischia se ne produce da oltre tremila anni, come testimonia anche il ritrovamento di alcuni vinaccioli in un insediamento del Neolitico sul monte Epomeo e che ora sono allo studio per cercare di ricavarne informazioni. La costruzione che ospita attualmente la cantina, in cima alla collina, è una abitazione del 1700 costruita in tufo verde punteggiato con brillanti cristalli di sanidino, minerale tipico dei terreni vulcanici. Vito ci racconta di come il nonno vinse una medaglia d'oro in Francia, dove aveva spedito del vino sfuso per un concorso. Un tempo il trasporto era difficoltoso, quindi la vendita al di fuori dell'isola di prodotti agricoli era difficilissima, si vendeva quindi vino, più facilmente conservabile, perpetuando una tradizione che nacque quando Ischia era la colonia di Pithekoussai, un avamposto dei Greci. Con una leggera vena polemica fa osservare che quando Casa D'Ambra detta il disciplinare della Doc nel 1966, inserisce le uve Biancolella e Forastera, dimenticando altri 4 o 5 vitigni autoctoni che un tempo erano molto diffusi, accelerando in questo modo la tendenza alla loro scomparsa. Della Biancolella si hanno riscontri già verso il '600 mentre la Forastera giunge solo più tardi, verso l metà dell'800, da qui forse l'origine del nome, di "uva foresta" cioè straniera. L'Uva Rilla copriva quali un terzo della produzione totale, mentre ora è relegata quasi a livello di reperto viticolo, per quanto riguarda i rossi le uve che dominavano erano certamente Piedirosso e Guarnaccia ma con un forte utilizzo anche del quasi ormai estinto vitigno Tintore che serviva, come suggerisce anche il nome, a donare più estratto e colore al mosto. Un nuovo richiamo storico lo abbiamo osservando la grafica delle belle e lineari etichette delle bottiglie che ospitano il Bianco Superiore: riproducono una immagine tratta dalla Coppa di Nestore, archetipo di scrittura vascolare. Si tratta di un antichissimo reperto archeologico, una coppa di terracotta risalente al VII secolo a.C. rinvenuto in una necropoli a Lacco Ameno. Rappresenta un naufragio e costituisce uno dei più antichi esempi di scrittura greca. I dieci ettari di vigneti dai quali provengono le uve sono distribuiti in diverse areali del versante di Forio con l'unica eccezione della vigna di Castanito a Serrara. La vigna di Chignole è su pendenze estreme che impongono l'uso della monorotaia per la gestione e vendemmia, sostenuta dai classici muretti a secco che necessitano di continua manutenzione. Da altitudini che arrivano anche a 500 metri, si scende anche quali a livello del mare con la vigna del Cuotto ed in particolare quella in località Janno Piro. Quasi tutti i vigneti sono però stati reimpiantati con vitigni che, oltre a quelli tradizionali del luogo, comprendono anche Viognier, Malvasia di Candia Aromatica, Greco, Fiano e Sirah. La vinificazione avviene con l'utilizzo delle più moderne tecniche enologiche, per la cui applicazione l'azienda si è avvalsa della consulenza dell'Istituto di San Miche all'Adige.

Veniamo ai vini, che ci sono stati serviti dalla gentilissima consorte di Vito.

ISCHIA BIANCO SUPERIORE DOC TENUTA CUOTTO 2017

In bottiglia da poco più di un mese, è composto da Biancolella e Forastera in parti uguali con una aggiunta di Uva Rilla e San Leonardo per un complessivo 10%. Vigneto a spalliera su terreni detritici tufacei e piroclastici protetti dal mare con altitudine fino a 400 metri. Pigiatura pneumatica, decantazione a freddo, fermentazione a temperatura controllata e permanenza sui lieviti per 2/3 mesi. Vito ci spiega che la criomacerazione di una parte dell'uva, precedentemente diraspata, consente una maggiore estrazione fenolica che in effetti è avvertibile. La struttura della Biancolella e la acidità della Forastera si fondono in un naso intensamente fruttato cui si contrappone un sorso decisamente minerale e sapido. Un vino tecnicamente perfetto che in questo dualismo naso-bocca dimostra di non aver ancora assorbito e metabolizzato lo stress dell'imbottigliamento.

ISCHIA BIANCO SUPERIORE DOC TENUTA CHIGNOLE 2016

Stessa Doc ma vino decisamente diverso. Per iniziare nella composizione del mosto la frazione di Uva Rilla e San Leonardo è qui sostituita dal 10% di Fiano. Stesso processo di pigiatura e passaggio di criomacerazione con una permanenza sui lieviti protratta per oltre quattro mesi di una parte del vino mentre la restante parte affina per lo stesso periodo in grandi botti di rovere. Entro sei mesi dalla vendemmia avviene comunque l'imbottigliamento. Qui le uve provengono dalla zona di viticoltura più estrema, con maturazione anticipata a metà settembre vista l'ottimale esposizione. Il naso è pulito, orizzontale ed elegante, pecca però di profondità mentre in bocca si nota la straripante sapidità del vino . Scaldandosi non emergono difetti ma si apre leggermente su un profilo dolce di fiori di sambuco, lievi erbe aromatiche ed accenni di idrocarburo che potranno svilupparsi con un ulteriore affinamento. Chiusura leggermente astringente che penalizza la bevibilità.

VINO DA TAVOLA BIANCO SCHERIA 2015

Biancolella e Fiano in parti uguali provenienti da Vigne La Pietra a Forio e Vigne di Castanito a Serrara, quindi terreni in piano con esposizione Nord-Ovest nel primo caso ed altitudine a 400 metri con esposizione Sud-Ovest nel secondo, uve raccolte con modesta surmaturazione, macerate per 24/36 ore a temperature vicine ai 10 gradi. Terminata la fermentazione il mosto resta sulle proprie fecce per circa 3 mesi e poi viene affinato parte in botte grande e parte in barrique di terzo o quarto passaggio per un anno e mezzo. Prima della commercializzazione riposa in bottiglia per circa sei mesi. Naso intenso ma non invasivo. Si distingue la frutta esotica, la dolcezza del miele d'acacia, la nota tostata ed una punta di vaniglia. Elegante ma non vibrante. Una energica areazione permette di riconoscere un accenno di chiodi di garofano ed una note candita dolce sulla quale il vino chiude lasciando una sensazione quasi burrosa. Buona la persistenza, decisamente percepibile la mineralità ma chiusura sulla nota dolce sposta l'indiscutibile equilibrio sul versante delle morbidezze.

VINO DA TAVOLA ROSSO SCHERIA 2015

Scheria è la mitologica isola dei Feaci, quella a cui fa riferimento anche Omero nell'Odissea e che alcuni studiosi hanno ipotizzato potesse essere Ischia. Se l'etichetta richiama al passato, il bicchiere cerca di guardare al futuro e di portare un vino roso ischitano a confrontarsi con i grandi rossi italiani. La vocazione, se non internazionale, quantomeno extra-insulare, la notiamo dalla composizione: 40% Aglianico, 30% Sirah, 15% Guarnaccia e 15% Piedirosso. Vigne in località Chiena e Cuotto, entrambe a Forio, con altitudine modestissima ed esposizioni molto simili e che ad inizio settembre forniscono uve accuratamente selezionate a mano che macerano per cica una settimana frequentemente rimontate in vasche di acciaio nelle quali avviene anche la fermentazione. In botti di rovere e barrique procede poi l'affinamento per oltre un anno con ripetuti batonnage. Decisivo per l'armonizzazione del prodotto l'ulteriore affinamento dell'intera massa per circa 10 mesi. Il bicchiere si presenta di uno splendido rosso rubino intenso, decisa nota fruttata di ciliegia ma poi anche spezie, cannella, chiodi di garofano, liquirizia, un pizzico di tabacco con un tannino presente, leggermente astringente ma comunque elegante. Un vino con discreta freschezza e buona sapidità certamente donata dalla vicinanza delle uve al mare. Forse quest'ultima è l'aspetto più apprezzabile di questo prodotto, tecnicamente perfetto, che sembra però smarrire l'identità del territorio nel quale è nato.

La valorizzazione della tradizione locale è comunque perseguita dall'azienda Pietratorcia sia in qualità di promotrice di manifestazioni culturali, dibattiti, mostre ed incontri letterari, sia attraverso l'attività di ristorazione che riveste un ruolo strategico. In un ambiente suggestivo si può godere dei piatti più autentici della tradizione ischitana, primo tra tutti il coniglio allevato presso la stessa azienda nelle tradizionali fosse, ma anche crudità di pesce, ottimi primi o la autentica parmigiana, affiancati dai vini che nell'abbinamento trovano certamente maggiore esaltazione. Il tutto in un clima elegantemente familiare nel quale Vito svolge il ruolo di padrone di casa. Compito che sicuramente assolve in maniera egregia vista la grande cortesia che ha mostrato nei nostri confronti e che lo avrebbero portato a stappare ulteriori bottiglie se solo lo avessimo desiderato. Per la piacevolezza della compagnia e della location sicuramente avremmo potuto approfittare della disponibilità, ma il tempo è sempre tiranno e abbiamo dovuto declinare l'offerta spostandoci nuovamente verso il comune di Ischia per vivere una esperienza che avrebbe superato ogni nostra aspettativa.

Ad attenderci era infatti il ristorante Dani Maison di Nino di Costanzo.

Non mi dilungherò sulla presentazione dello chef del quale in rete si può trovare tutto il curriculum professionale, invero impressionante vista la ancora giovane età. Ciò che ritengo fondamentale, per inquadrare il personaggio è sapere che dopo numerose esperienze, che lo avevano già portato ad ottenere il riconoscimento della doppia stella Michelin, decide di abbandonare un porto sicuro per rimettersi in gioco. Un periodo interlocutorio lo vede viaggiare per il mondo grazie ad un rapporto di collaborazione con Kiton, famosa casa di moda napoletana, curando la parte gastronomica delle iniziative che l'azienda organizzava nel mondo per i propri clienti. Proprio da questa esperienza nasce una duplice consapevolezza: il sentire sempre più il richiamo alle proprie origini e la constatazione che i piatti che in generale venivano più apprezzati erano proprio quelli che più si riconducevano alla tradizione culinaria che lo aveva forgiato. Ecco che il 25 Maggio del 2016 apre Dani Maison contro ogni revisione dopo un solo mese di lavori intensissimi ma... "sapevo di riuscirci perché se vuoi una cosa fortemente non ti ferma nulla". Già nel 2017 la guida Michelin assegna al ristorante il riconoscimento della doppia stella: un legittimo orgoglio ma anche una grande responsabilità.

Altrettanta responsabilità sento io in questo momento nei confronti di Nino dovendo raccontare l'esperienza vissuta a casa sua. Già non sono un giornalista, ma tantomeno un esperto di gastronomia o ristorazione e temo di non essere in grado di restituire, almeno in parte, le sensazioni scaturite dal pranzo. Sicuramente mi asterrò da una analisi tecnica delle singole portate, sia per la mia totale mancanza di competenza in tal senso, sia perché lo riterrei semplicemente offensivo e limitante rispetto a quanto vissuto. Quando vedi un tuo amico commensale emozionarsi fino alle lacrime (letteralmente, lacrime vere!) vuol dire che l'esperienza trascende un normale convivio tra amici... ma andiamo per ordine.

Se accedete al sito web del ristorante, vedrete comparire tre parole: "casa, famiglia, tradizione" e difatti lo stabile nel quale è stato ricavato il ristorante è proprio l'abitazione della famiglia Di Costanzo, la casa nella quale lui è cresciuto. Per questo motivo andare a Dani Maison vuol dire essere più che clienti ospiti, nel senso più nobile del termine, si è accolti nella sua abitazione, nella sua famiglia, nell'alveo della sua tradizione. Il locale conta complessivamente 16 coperti e quindi Nino l'aveva completamente riservato per il nostro gruppo. Varcato il cancello della casa ci si trova immersi in uno stupefacente giardino costellato di piante, fiori e macchia mediterranea attraversato da vialetti che svelano la presenza di statue, lanterne, cornetti scaramantici, sculture... Un percorso sensoriale e culturale che accompagna all'ingresso dell'elegante sala. La personalità solare di Nino si rivela dal primo approccio, quando ci raggiunge subito in giardino e si mette amabilmente a conversare con noi in attesa che il nostro gruppo si riunisca all'arrivo del secondo minibus. Nonostante, lo scopriremo poi, non fosse in perfetta forma fisica in quanto influenzato e con la febbre, la sensazione è veramente quella di essere accolti da un padrone di casa che vuole orgogliosamente renderti partecipe di quello che la sua (non umile) dimora può offrire. Nel mio caso specifico, la sensazione di famigliarità è stata ulteriormente esaltata dall'opportunità che mi è stata offerta di seguire i lavori e pranzare, assieme a Luca Bandirali e Delfina Piana, da un tavolo appositamente apparecchiato all'interno della cucina.

Tutta la brigata è formata da ragazzi e ragazze decisamente giovani che si muovono come tanti musicisti ottimamente guidati dallo chef direttore d'orchestra. E' stato estremamente istruttivo e coinvolgente osservare come durante il servizio delle prime portate, sostanzialmente già pronte al nostro arrivo, Nino si sia simpaticamente intrattenuto con noi, sempre supervisionando il lavoro dei suoi collaboratori, ma interagendo in modo ironico e partecipativo per poi entrare immediatamente in una sorta di "trance agonistica" non appena la preparazione delle portate è entrata nel vivo.

Abbiamo osservato con i nostri occhi le erbe aromatiche tagliate direttamente fresche dalle piante, il lavoro minuzioso, preciso ed incredibilmente silenzioso con il quale ogni elemento di questo affascinante ingranaggio è in grado di realizzare il suo compito che, assemblato, porta nel piatto dei risultati semplicemente strabilianti. Dimenticate quelle immagini restituite da alcuni programmi di successo. Se vi capiterà di trovarvi nella mia stessa posizione, non assisterete a scene modello Masterchef o Hell Kitchen! La tensione c'è, è palpabile, ma non ha accezione negativa, è una conseguenza naturale della estrema concentrazione che ogni passaggio necessita.

Sembra superfluo dirlo ma la percezione della qualità delle materie prime è assoluta. Sia nelle portate che si basano essenzialmente di questo, come la degustazione dei crudi di mare, ma anche in proposte più elaborate perché la mano di Nino non è mai invasiva o stravolgente, mostra sempre un grande rispetto dell'ingrediente, dal principale al secondario, cercando, nei rispettivi ruoli, di esaltarne comunque le migliori caratteristiche. Ecco quindi che se il piatto di "Spaghettoni Gerardo di Nola ai cinque pomodori" si fonda essenzialmente sulla qualità della pasta e sullo spiazzante gusto dei pomodori allevati al sole del sud, nel "Risotto ai limoni con gamberi e zucchine" percepiamo contemporaneamente la qualità del riso, la freschezza non acida dei limoni raccolti da una spettacolare piante del suo giardino, ma anche la dolcezza del gambero e la delicata aromaticità delle zucchine.

Ma pranzare a Dani Maison non è solo mangiare, ma godere di una esperienza totale della quale fanno parte l'impeccabile ma cordiale servizio del giovane e frizzante personale di sala, la vista di piatti assemblati con una cura maniacale dell'estetica ed una ricerca sofisticatissima dei migliori piatti o supporti per presentare le portate agli ospiti. Accostamenti apparentemente arditi, come quello della quaglia con gli scampi ed i ceci, che però una volta assaggiati sembra impossibile che nessuno vi abbia pensato prima per quanto elegante e naturale risulta l'amalgama dei sapori. Ovviamente di naturale vi è solo il talento di Nino che è riuscito a calibrare nella giusta misura tutti gli ingredienti ed i condimenti da rendere quasi "scontato" un abbinamento che certo usuale non è.

Un menù articolato e complesso, strutturato con un grande numero di portate per permetterci di prendere coscienza della versatilità della cucina proposta, che spazia dal mare alla terra, dal merluzzo alla quaglia, dal branzino all'agnello il tutto condito con la più pura della tradizione culinaria ischitana. Più che ad un pranzo abbiamo assistito ad uno spettacolo teatrale, con la brigata di cucina nel ruolo di attori e lo Chef nel molteplice ruolo di protagonista, sceneggiatore e regista.

Ma ogni spettacolo ha i titoli di coda e per un pranzo questi possono essere assimilati ai dolci che vengono normalmente proposti alla fine. In questo caso, in ottemperanza a quanto accade al termine delle feste al sud Italia, sono partiti... i fuochi artificiali! Eh si, perché Nino sui dolci si è superato. Non parlo a livello tecnico-esecutivo perché, come ho detto, non sarei in grado di valutarlo e comunque la realizzazione dei dolci mi è sembrata comunque eccellente e certamente non inferiore al livello mostrato fino a quel momento. Il punto è che la presentazione dei dessert ha testimoniato la fervida creatività di questo genio della cucina. Con "Il Circo" il tavolo si è animato di tendoni, girandole, tiro a segno, clown che offrono gelati, finte arachidi, ovviamente dolci, ciambelle fritte, hot dog, patatine fritte fatte di pasta frolla, gelati, gelatine, marshmallow e zucchero filato... il tutto accompagnato da un carillon sonoro a forma di giostra. Un dessert gustoso ma straordinariamente divertente, che mette allegria in chi si trova affranto per aver terminato il pranzo. La preparazione di "Cioccolati in Tavola" consente allo chef di sfoderare davanti ai commensali tutta la sua manualità. Su un foglio perfettamente trasparente che fa in modo che la preparazione sembri effettuata direttamente sulla tavola, con movimenti rapidi, precisi ed eleganti, Nino distribuisce diverse creme con precise geometrie sulle quali adagia numerosi piccoli gioielli di pasticceria dolce a base cioccolato con accompagnamento di frutti di bosco, una portata di grande impatto scenico. L'apice è stato raggiunto con il dessert "Napul'...è". Anche in questo caso lo Chef al tavolo dispone una serie di dolci che riproducono nell'aspetto un giornale, una maglia del Napoli, un piatto di spaghetti al pomodoro con il parmigiano, un sacchetto dell'immondizia, la bombetta di Totò... una tazza di caffè servita con la caffettiera napoletana, alcune cartoline che riproducono vecchie immagini di Napoli ed infine... il colpo di teatro: un paio di cuffiette, un tablet in mano, ed un video che ripercorre la città con la colonna sonora della canzone Napul?è di Pino Daniele: a questo punto qualcuno, come anticipato, si è commosso fino alle lacrime.

Pranzare alla Dani Maison è un regalo che si decide di fare a se stessi. Nino racconta di come una volta, a seguito di un incidente, non fu in grado di essere presente in cucina per la preparazione di un pranzo: ebbene, fece accompagnare i clienti a casa sua per poterli comunque salutare e ringraziare: "loro vengono a casa mia, non farmi trovare è una mancanza di rispetto" ed ancora: "non mi interessa la visibilità, non voglio andare a fare il buffone (in realtà ha usato una espressione più forte...) in televisione, io faccio un altro mestiere, io faccio il cuoco". Ischia è un crocevia con persone che arrivano da tutte le parti d'Italia e del Mondo e che visitando questo luogo apparentemente fuori dal tempo possono arricchirsi di una straordinaria esperienza ed allo steso tempo arricchire anche lo steso Nino che è l'antitesi dello chef rinchiuso nella propria torre d'avorio. Pensiamo anche alla bellissima esperienza lavorativa e di vita che stanno facendo tutti i giovani componenti del suo team: "devo dire che sono bravi e si impegnano, io stesso vivo per migliorarmi, la mia dannazione è che nei piatti io non vedo quella perfezione che invece voi mi riconoscete. Ai ragazzi cerco di insegnare un lavoro ma soprattutto l'umiltà e la necessità di dare sempre il massimo per rispetto della gente che ti ha scelto venendo a mangiare da te".

La qualità delle materie prime, gli impiattamenti elegantemente geometrici, il gioco di colori e consistenze, la creatività negli abbinamenti, l'eleganza dell'ambiente e del servizio, il pregio ed originalità dei piati di servizio, tutto passa in secondo piano, o comunque tutto si fonde nella consapevolezza di aver vissuto una emozione positiva.

All'inizio del nostro incontro Nino ci ha raccontato che il padre, ora scomparso, gli lasciò un impegno morale quando, parlando di quella che era la loro casa, gli disse: "fa di questo posto un posto speciale". A quel tempo l'idea del ristorante non era ancora minimamente in previsione, ma in fondo non lo è neppure adesso perché Dani Maison non è un ristorante, è proprio "un posto speciale" .

Abbandoniamo il giardino e con un certo rimpianto vediamo chiudersi alle nostre spalle il cancello della casa. Il pomeriggio volge al termine e non possiamo lanciare un pensiero a tutto lo staff che senza sosta deve rimettersi al lavoro per essere operativo per la imminente apertura serale.

Noi ancora frastornati da un turbinio di sensazioni ed emozioni, decidiamo di goderci a piedi la passeggiata verso il Castello. Da Nino non ci si alza con la fame, siamo certamente sazi ma non appesantiti ed arriviamo in paese quasi all'imbrunire. Potremmo anche limitarci ad un semplice caffè e goderci la serata ma ci rimbalza in testa il consiglio dello chef prima di salutarci: "se stasera non avete voglia di sedervi nuovamente ad un ristorante, andate al Panificio Boccia, comprate un Pane Cafone, un po' di mortadella, e mangiatevi un panino sulla massicciata sotto il Castello". Beh, si può disattendere un invito che arriva da un personaggio di questo calibro? Abbiamo però fato i conti senza... il panettiere! Alla richiesta di fare dei panini con la mortadella, ha pensato bene di ricavare da ogni forma... quattro panini! Per chi non conosca il Pane Cafone, si tratta di un pane di semola rimacinata di grano duro realizzato in forme che avranno un peso di un paio di chili... Ci siamo quindi trovati in mano dei panini di dimensioni imbarazzanti, con una quantità di salume commisurata allo spessore del pane ma... Quando il gioco si fa duro...

Ovvio che le due situazioni non possono essere comparate ma vi assicuro che mangiare il panino, accovacciati sulla muraglia sotto il Castello Aragonse illuminato, ammirando il tramonto e sorseggiando una birra, è stata la miglior chiusura che si potesse immaginare per una giornata speciale.

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3 agosto 2018
VOGTOUR ISCHIA - Seconda giornata

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di Antonio Lagravinese

Fare colazione affacciati ad una finestra del Castello Aragonese, con il blu-verde del mare sotto di te, l'azzurro cobalto del cielo e tutto il borgo di Ischia Ponte appena illuminato dal sole come sfondo, non capita tutti i giorni... Ma neppure trovarsi nel bel mezzo di una produzione televisiva. Eh già, proprio durante la nostra permanenza, il Castello Aragonese ed il camminamento del Ponte, sono diventati un set televisivo per le riprese di una serie tv. Questo ha complicato leggermente i nostri spostamenti perché per passare dovevamo attendere le pause di registrazione ed inoltre i minibus non potevano superare un'area off-limits che era stata istituita per l'occasione. La cosa non ha creato comunque grandi problemi, un leggero anticipo sui tempi per ovviare a potenziali intoppi, il coordinamento di Nadia, e tutto si è svolto nel migliore dei modi. Raggiunti quindi i nostri autisti al di fuori della area pedonale, ci avviamo verso Forio, zona sud dell'isola, a fare la conoscenza della cantina Casa D'Ambra.

Presso la sede produttiva dell'azienda incontriamo il proprietario, deus ex machina nonché enologo: Andrea D'Ambra. La storia moderna del vino di Ischia è stata scritta dalla famiglia D'Ambra. Tutto nasce nel 1888 ad opera di Francesco D'Ambra, detto "Don Ciccio" che commercia il vino con il continente. Quando si assiste al boom immobiliare e turistico, come abbiamo già compreso in occasione della nostra visita da Cenatiempo, i produttori devono stravolgere la loro natura. La ditta Francesco D'Ambra che nel 1952 passa ai figli Mario, Michele e Salvatore diventando Casa d'Ambra, è tra le più veloci a cogliere l'opportunità. E' Salvatore, grande enologo e padre di Andrea, ad iniziare per primo nell'Isola, nel 1956, ad imbottigliare il Biancolella.L'idea dell'etichetta fu commissionata ad un artista ischitano con un decisivo parere di Luchino Visconti, che Salvatore aveva conosciuto negli anno '40 e che era diventato ottimo amico di Jolanda, zia di Andrea. Anche grazie proprio a Jolanda, che frequentava gli amici del regista, i vini di Casa D'Ambra divennero tra i più conosciuti, ricercati ed apprezzati. Quando nel 1963 venne approvata dal Parlamento la prima legge istitutiva delle DOC italiane, è Mario D'Ambra che con grandissima lungimiranza inoltra immediatamente una richiesta, unita ad un disciplinare redatto proprio da Salvatore, e ottiene subito il riconoscimento delle Doc Ischia Bianco, Ischia Bianco Superiore, Ischia Rosso, Biancolella, Forastera e Per'e'Palummo. Siamo nel 1966 e Ischia è la prima Doc campana e tra le prime cinque italiane! Alla morte nel 1984 di Mario D'Ambra, che nel frattempo era diventato unico proprietario, succedono nella conduzione i tre nipoti: Riccardo, Andrea e Corrado. Ma c'è un altro personaggio che si intreccia con la storia di questa famiglia: Luigi Veronelli. Giunto con una troupe della Rai ed Ave Ninchi per effettuare delle riprese, visita il vigneto Frassitelli, lo trova tra i più belli mai visti e consiglia ad Andrea di provare a vinificare separatamente quelle uve: nasce il vino simbolo dell'Azienda, il "Tenuta Frassitelli".

Andrea, ormai solo al comando dell'attività, anche se affiancato dalle due figlie, è persona dotata di indiscutibile carisma, che gli deriva certamente dall'orgoglio della storia alle sue spalle ma anche dalla assoluta consapevolezza del proprio valore. E' dotato di grande capacità dialettica ma non ha alcuna frenesia nel parlare: è pacato, prende le pause adeguate per pensare attentamente a cosa dire ma quando esprime un concetto è sintetico, lucido e determinato.

La produzione di circa mezzo milione di bottiglie deriva da 15 ettari di vigneti in proprietà e gestione e da altri 30 ettari di produttori cooperativi, per un totale, attualmente di 118 contadini conferitori. Questo comporta una grande variabilità delle uve che giungono in cantina. Dalla costa fino a 700 metri di altitudine ci sono diversi tempi di maturazione, diversi terreni e diversi sviluppi fenolici. Ci parla con orgoglio della funzione quasi sociale, certamente culturale della sua attività: il sostentamento del lavoro agricolo e la difesa del territorio realizzato attraverso l'acquisto delle uve dai piccoli vignaioli che diversamente dovrebbero abbandonare il lavoro della terra il fatto di donare ogni anno alla Cooperativa dei Viticoltori circa 60.000 barbatelle per contrastare il fenomeno delle fallanze dovute a parassiti o malattie e non da ultimo la perpetuazione della tradizione delle "parracine", i tradizionali muretti a secco dell'isola, realizzata affiancando dei giovani ai pochi anziani che ancora conoscono questo antichissimo mestiere. Grazie al suo impegno ed alla sua credibilità, anche politica, è riuscito ad ottenere un nuovo sistema di tracciabilità per il vino Doc: le fascette prodotte dall'Istituto Poligrafico Zecca dello Stato su autorizzazione dell'ente certificatore Ismecert. Senza dilungarci sui dettagli è un sistema che sposta le autorizzazioni dai lotti ai numeri di bottiglie, riducendo o potenzialmente azzerando possibili frodi ed immissioni sul mercato di vini marchiati Doc ma che in realtà vengono realizzati con uve che non rispettano i parametri del disciplinare. In campo agronomico la sua posizione è certamente originale. Se da un lato riconosce al movimento del vino biologico o biodinamico il pregio di aver indirizzato tutto il mondo enologico verso una agricoltura più tradizionale, dall'altro sostiene che tutto ciò verrà spazzato via dall'avvento della cisgenetica e la conseguente introduzione dei vitigni resistenti. All'osservazione se questo atteggiamento non strida con l'attenzione alla valorizzazione del territorio e della tradizione Andrea risponde senza indugio: assolutamente no! Il problema dell'impoverimento del patrimonio ampelografico ad opera di parassiti o malattie è molto reale. La vera criticità dei pesticidi e dei trattamenti in genere è la fatica che si fa in zone montane come Ischia ed il costo degli stessi. La presenza di residui nel vino è praticamente nulla, quindi la incognita salutistica è a suo parere inesistente. Riuscire ad individuare i geni che rendono le uve resistenti alle malattie ed ai parassiti ed impiantarli nei diversi Dna, permetterebbe di avere, ad esempio, Biancolella, Forastera e Piedirosso resistenti e quindi salvi dalla possibile estinzione, oltre che oggetto di una coltivazione assolutamente naturale perché non necessiterebbero di alcun intervento.

Dalla sede dell'Azienda, con un percorso al cardiopalmo su strette stradine a picco sui vigneti, ci spostiamo sul versante della montagna che domina il mare ed arriviamo al famoso vigneto Frassitelli. Qui troviamo Sara, che assieme alla sorella Marina, affianca il padre Andrea nella conduzione dell'Azienda. Marina si occupa della parte commerciale e di comunicazione mentre Sara è enologo e dopo esperienze in Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica e California, è tornata con entusiasmo alla sua terra.

Lo scenario è di quelli che tolgono il fiato! Ci troviamo a 600 metri sul livello del mare, l'isola è ai nostri piedi, il blu del mare si confonde con quello del cielo ed i quattro ettari di vigneto sono letteralmente aggrappati alla montagna su terrazzamenti a strapiombo sul mare sostenuti dalle parracine di tufo verde su pendenze in alcuni punti proibitive. Il pensiero va immediatamente a quanta fatica debba costare lavorare questa vigna ma... che soddisfazione se ne debba ricavare! In questo posto incantevole, una tavola allestita a ferro di cavallo ci ospita per la degustazione, al centro Sara e successivamente Andrea al quale la figlia cede volentieri (o inevitabilmente...) la scena non appena ci raggiunge.

Il vigneto nel quale ci troviamo di fatto immersi è tutto di Biancolella con vigne che arrivano ai 50 anni di età. Qualche fallanza dovuta alla flavescenza che sull'isola è un serio problema fitosanitario, amplificato dai numerosi vigneti abbandonati che fanno da incubatori per la malattia. Anche in questo caso Andrea ci racconta di come si sia adoperato per il bene comune cercando di mappare il territorio con l'ausilio di droni ed individuare in questo modo anche vigne abbandonate e delle quali si era ormai persa anche la conoscenza.

Partiamo proprio dal vino simbolo.

ISCHIA BIANCOLELLA DOC TENUTA FRASSITELLI 2017

Come per tutti i bianchi la vinificazione prevede il raffreddamento del mosto alla temperatura di +5° per 48 ore senza alcuna aggiunta, terminata la decantazione statica si attiva la fermentazione con aggiunta di poca solforosa a temperatura controllata (17/19°) per circa 20/25gg con ripetuti batonnage sotto azoto, quindi precipitazione dei sali portandolo vicino alla temperatura di congelamento.
Prodotto per la prima volta nel 1985, di nascosto dallo zio Mario in sole 3.000 bottiglie, fu inizialmente osteggiato per gli alti costi di produzione ma quando la prima annata, messa in vendita al prezzo apparentemente pazzesco di 7.000 lire andò immediatamente esaurita, vinse ogni riserva. Ora dal vigneto si ricavano circa 30.000 bottiglie ogni anno. Il vino è ricavato da due vendemmie separate che poi vengono assemblate. Paglierino scarico che mostra al naso una straordinaria finezza. E' un vino di montagna: sapido e fresco. Personalità altalenante tra un fruttato postfermentativo ed uno sviluppo di esteri. Sicuramente giovane avrà una grandissima prospettiva evolutiva.

ISCHIA BIANCOLELLA DOC TENUTA FRASSITELLI PIETRA MARTONE 2015

Quello che ci troviamo ad assaggiare è un vino unico, nel senso che unica è l'annata nel quale è stato prodotto. Ricavato da una maniacale selezione tra le già selezionatissime uve del vigneto Frassitelli e vinificato con una tecnica particolare, questo vino nasce da una idea di Sara D'Ambra, una etichetta disegnata da Marina, per celebrare i 30 anni dalla prima vinificazione del padre. Complice anche la benevolenza di una annata decisamente eccezionale, il risultato non lascia indifferenti. Abbiamo parlato di vinificazione particolare: finita la fermentazione infatti le fecce vengono tolte dalla massa e travasate in barrique nella quale sostano un mese per poi essere nuovamente aggiunte al vino, che verrà filtrato dopo due anni. Andrea spiega che questo procedimento serve per impedire che si sviluppino puzze di idrogeno solforato. Il vino è luminoso, fresco ma decisamente equilibrato. Un sorso grasso, complesso, abbraccia sia il frutto che le erbe aromatiche come il rosmarino ma che comunque stupisce per la grande sapidità. Appena velate dietro la straripante forza di questo bicchiere si scorgono delle leggere venature di idrocarburo che sono garanzia di un luminosissimo futuro: una bottiglia che avrà un grandissimo potenziale di invecchiamento. Un difetto? Ne sono state prodotte solo 3.200 bottiglie!

ISCHIA ROSSO DOC LA VIGNA DEI MILLE ANNI 2014

Prodotto con uve Piedirosso, Cabernet sauvignon ed Aglianico dalla vigna in località Lesca, sul versante centro meridionale dell'isola. Terreno detritico con depositi di tufo verde ed influenzato dalla risalita di calore geotermale. Non ci sono parracine perché il terreno inerbito regge autonomamente. A meno di un metro di profondità ci sono zeoliti che si comportano come delle spugne infatti anche se si trova a 100m dal mare la vigna non soffre il caldo. Sesto di impianto parte a Guyot, parte a cordone speronato. Dopo la tradizionale vinificazione in rosso, con 7gg di macerazione e 1/2 delastage giornalieri, il mosto viene messo in botti di Allier da 25hl dove resta per circa 18 mesi. Il vino è morbido, il tannino estremamente dolce, piacevolmente fruttato: sicuramente la ciliegia ma anche il lampone, la prugna, il ribes ed un piacevole cenno di liquirizia. Al momento nessun accenno di terziario, in bocca è asciutto e si abbinerebbe ottimamente a succulenti piatti di carne rossa o selvaggina. Vino tecnicamente perfetto. Una nota storica sul nome: Il vigneto è anche individuato come Tenuta Benedetto Migliaccio, nome dell'avvocato che ha affidato a D'Ambra la cura di questa vigna risalente all'anno 1030.

EPOMEO BIANCO PASSITO IGT GOCCE D'AMBRA 2016

Solo 3000 bottiglie da 500cl a base di Uva Rilla. E' un vitigno strettamente autoctono che si caratterizza per la presenza di una buccia molto spessa, ideale per sopportare l'appassimento. E' la prima uva ad essere raccolta a fine agosto e poi viene lasciata appassire sulle stuoie per almeno una decina di giorni rigirandola una sola volta per evitare al massimo il rischio di rotture che potrebbero innescare fermentazioni indesiderate. Dopo la diraspatura si procede ad una energica pressatura ed alla decantazione. La fermentazione avviene ad opera di lieviti selezionati tra quelli resistenti all'alcol. Prima dell'imbottigliamento il vino non viene filtrato ma si effettuano più travasi per giungere ad un ottimale illimpidimento. Abbiamo un bicchiere che a fronte di un residuo zuccherino di 90gr/l ha una acidità di ben 6/6,5, il tutto a grande vantaggio della bevibilità. Miele, camomilla, fiori appassiti fanno da cornice ad uno splendido colore dorato. Nessuna stucchevolezza, un vino perfettamente coerente che chiude su una nota fruttata di pesca nettarina. Sicuramente buono con la pasticceria secca ma ottimale con i formaggi.

E la bontà dell'abbinamento del passito la sperimentiamo immediatamente con l'ottimo formaggio di capra che ci viene presentato al termine della degustazione assieme ad una confettura di cantalupo e zenzero. Appetitose le bruschette condite con i saporitissimi pomodori ischitani e la ventresca locale. Intanto che spizzichiamo in questo scenario incantevole, continuiamo amabilmente a discutere. Andrea ci parla della enorme differenza di terreni che si possono trovare sull'isola. Molti ritengono il monte Epomeo un vulcano, in realtà si tratta di un horst vulcanico, cioè un innalzamento della crosta terrestre provocata dallo spostamento e sfregamento di alcune faglie tettoniche. Le attività vulcaniche delle quali Ischia è stata interessata hanno provocato l'accumulo di residui piroclastici in diverse parti dell'isola ma non in modo omogeneo. Già Pasquale Cenatiempo il giorno prima ci aveva mostrato una carta geologica del territorio insulare dal quale emergeva l'enorme differenziazione di terreni nell'arco di pochissime centinaia di metri. A questo si aggiunga la notevole variabilità climatica. Il monte Epomeo ha la forma all'incirca di un ferro di cavallo e provoca un addensamento delle nuvole verso il lato est, la zona di Barano, che mostra una piovosità di circa 900mm all'anno contro i 400 della zona nella quale ci troviamo. I tempi agricoli sono dunque differenti, con vendemmie che, a parità di varietà, possono oscillare anche di un mese. A questo si aggiungano altre innumerevoli e inimmaginabili variabili, come ad esempio la comprovata differenza di maturazione tra i filari immediatamente sotto il muro a secco e gli altri in quanto i primi sfruttano l'effetto termico del tufo. Grazie alle iniziative messe in campo ed alle sinergie attivate, Andrea ci racconta di come si sia riusciti a recuperare ben 50 ettari di vigna nuova da zone ormai abbandonate e ritorna sulla funzione sociale dell'acquisto delle uve da contadini che devono investire circa 1200 ore lavorative anno per ettaro per gestire un vigneto. La condizione privilegiata per il solo fatto di essere un'isola ha preservato Ischia fino al 1930 dall'attacco della filossera. Prima che il parassita arrivasse ad infestare i vigneti il nonno riusciva a vendere quasi 50.000hl di vino all'anno anche in Liguria, in Toscana e perfino a Praga! Dietro il vigneto Frassitelli c'è un bosco di castagni che nasconde un palmento del V° secolo A.C. ad ulteriore conferma della vocazione di questa terra che in zone poco antropizzate conserva ancora dei veri e propri vigneti-monumento. Ora la riscoperta della naturalità e della tipicità sta rivalutando le più concrete tradizioni contadine. Il famoso sistema di potatura di Simonit e Sirch riprende quanto sempre affermato dai vecchi vignaioli: non tagliare mai la pianta oltre i due anni. La vite appartiene alla famiglia delle liane e cicatrizza male, quindi le ferite possono andare in necrosi e provocare interferenza alla suzione naturale del nutrimento. Il nonno di Andrea ripeteva che il Biancolella è delicato, ha la buccia come la pelle di una donna: se la tocchi resta il segno. A noi è rimasto impressa l'immagine di questo posto dotato di una propria energia che Casa D'Ambra ha saputo trasferire nelle due bottiglie di Biancolella che abbiamo degustato. Pecchiamo forse di presunzione nel pensare che la scelta di proporre in degustazione esclusivamente i vini top della produzione sia stato un omaggio alla nostra presunta competenza, resta comunque il fatto che i quattro vini sono stati certamente indicativi delle massime potenzialità che questo territorio può sviluppare. Ringraziamo la cortesia di Sara che assieme alla sorella avrà l'arduo compito di perpetrare il nome D'Ambra avendo come riferimento un personaggio come Andrea: uomo di grande cultura, preparazione ed indiscussa capacità dialettica, condita da un pizzico di quella nobile napoletanità che spesso abbiamo ritrovato nei nostri incontri.

Nota del redattore: a metà luglio Andrea D'Ambra è stato eletto nuovo Presidente di Coldiretti Napoli: felici di aver intuito lo spessore del personaggio, porgiamo a lui le più sentite felicitazione per l'importante incarico e rinnoviamo nuovamente il ringraziamento per il tempo che ci ha dedicato.

Abbandoniamo i monti per scendere a Forio: Joya ci sta aspettando. Non è una nuova cantina, né una signora ischitana dal nome esotico ma una barca a vela da 13 metri che ci permetterà di godere dell'altra ricchezza di Ischia: il mare. Dismessi i panni dei degustatori (nel senso letterale del termine: ci mettiamo in costume da bagno...) commutiamo istantaneamente nella versione "villeggiante". Per permetterci di sfruttare appieno lo spazio dell'imbarcazione e del sole le vele non sono montate e ci muoviamo esclusivamente a motore. Il pomeriggio presenta qualche velatura e questo evita che alcuni di noi si trasformino in gamberoni grigliati! La placida navigazione tra Forio ed Ischia ci permette di godere da una visuale alternativa della natura lussureggiante e delle assurde pendenze sulle quali si trovano alcune vigne. Un tuffo ristoratore nell'acqua azzurra al largo della Baia di Sorgeto ha uno straordinario effetto energizzante ed euforizzante. Forse quella dal mare è la vera visuale dalla quale andrebbe osservata un'isola: una gemma verde incastonata tra due diversi azzurri. La vena poetica si sprigiona probabilmente assieme alla fame che inizia a farsi sentire. Il "Comandante" Antonio... o Francesco... oppure... non sappiamo con certezza quale sia il vero nome o quello "d?arte", assieme al suo secondo Vincenzo ci hanno preparato una pentolaccia di saporitissime cozze ed a seguire due padellate di paccheri con sugo di mare o al pomodoro e basilico. Non siamo in un ristorante stellato ma in quella situazione stentiamo a trovare difetti... facciamo un po' più fatica a godere del vino "contadino" che viene offerto ma bere sotto il sole non è troppo salutare e c'è sempre l'acqua a salvarci! Ci siamo mossi placidamente osservando dal mare il Giardini Poseidon, la spiaggia di Citara, Punta Imperatore, Punta Chiarito, la spiaggetta di Cava Grado fino ad entrare nell'incantevole porticciolo di Sant'Angelo, vero gioiello estremamente pittoresco aggrappato alla costa appena prima della lunghissima spiaggia dei Maronti. Doppiata Punta San Pancrazio ci avviciniamo alla baia di Cartaromana sulla quale si affaccia il ristorante Cocò Mare del quale eravamo ospiti fino a poche ore prima. Giusto il tempo per godere della inusuale visuale del Castello Aragonese dalla parte del mare e siamo giunti a destinazione. Salutiamo i nostri amici marinai trasbordando su una lancia che ci viene a recuperare al largo sotto l'occhio torvo della Guardia Costiera che vorrebbe lasciarci in mezzo al mare fino alla fine delle riprese cinematografiche sulla terraferma (!!). Per fortuna l'ingegno campano ha trovato modo di depositarci sulla costa in un luogo riparato da sguardi indiscreti. Sbarcati quindi in incognito come un battaglione di Marines in missione segreta (chi c'era lo sa che non è vero ma è bello farlo credere...), riusciamo ad intrufolarci tra le comparse della fiction per raggiungere la nostra residenza.

La giornata è stata impegnativa: fare i turisti è un lavoro pesantissimo! Ma non siamo ancora al tramonto. C'è il tempo per un veloce shopping, un fugace aperitivo nell'elegante corso di Ischia per poi concludere la serata con un'ottima pizza al ristorante Pizzeria Aglio olio & Pomodoro: un ambiente allegro, un duo musicale con il quale ci si scambia qualche sfottò e soprattutto la classica pizza napoletana. Impasto leggermente alto, cornice soffice e prodotti locali di eccellenza come pomodoro, basilico e mozzarella... grandi e semplici ingredienti che fanno grande una pizza.

La seconda giornata è finita, siamo al giro di boa del nostro breve viaggio che ci riserverà altre numerose emozioni.

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VOG
27 luglio 2018
VOGTOUR AD ISCHIA - Prima giornata

VOG


di Antonio Lagravinese

Ischia è la più grande delle isole Flegree ed in termini di popolazione è la terza isola italiana dopo Sicilia e Sardegna. Frequentata in epoca molto antica dai Fenici fu abitata a lungo dai Greci che la usavano come base per i commerci con gli Etruschi della terraferma. I Romani misero fine al periodo ellenico e nei secoli l'isola vide passare i Visigoti, i Vandali, gli Ostrogoti, i Bizantini, i Saraceni, i Normanni gli Hohenstaufen, gli Angiolini, gli Aragonesi, i Francesi, gli Spagnoli per poi approdare al Regno di Napoli ed infine a quello di Italia. Lo scopo di questo telegrafico excursus storico è duplice: in primo luogo chiarire l'enorme caleidoscopio di tradizioni e culture che hanno forgiato persone e territori, in seconda battuta comprendere che se è vero che nell'antichità è mancata una dominazione dei Longobardi è altrettanto vero che questa terra, dopo quello che ha passato, non poteva certo temere lo sbarco di un ardimentoso manipolo di... lombardi!

Al seguito del Dux Luca e del Luogotenente Delfina(....o il contrario..??) eccoci sbarcati per prendere contatto con la enogastronomia del territorio.Un piccolo ritardo del treno Italo è sufficiente a farci perdere l'aliscafo partito con teutonica puntualità dal molo di Napoli. Poco male, c'è chi si dedica ad un buon caffè e chi, come il sottoscritto, trova persino l'occasione per un incontro lampo con un ex commilitone che lavora a pochi metri dal porto! Grazie Italo! Considerazioni personali a parte, ci siamo trovati già in affanno con le tempistiche programmate ed abbiamo subito sperimentato la disponibilità ed efficienza di Nadia, nostro angelo custode nella pianificazione degli spostamenti sull'isola. Giusto il tempo di depositare i bagagli nella splendida cornice dell'Albergo il Monastero ricavato all'interno del Castello Aragonese, che abbiamo trovato allestito presso il loro bistrot un veloce quanto gustosissimo brunch che era necessario per affrontare in perfette condizioni psicofisiche la prima cantina che già ci stava aspettando.

Divisi in due minibus, i mezzi sicuramente più idonei per affrontare le strette strade di Ischia, affrontiamo un breve e tortuoso tragitto sotto un cielo stranamente grigio che non vuole farci rimpiangere troppo quello padano e arriviamo all'Azienda Cenatiempo dove troviamo ad accoglierci Pasquale Cenatiempo, la moglie Federica e tutto lo staff di lavoro al completo.Tra i filari ordinati dalla sua vigna, dalla quale si scorge il mare poco distante, Pasquale ci presenta brevemente la sua realtà. Anche in questo caso non si può prescindere da un inquadramento storico della viticultura ischitana.

Fino alla fine degli anni '40 l'isola viveva di vino e di terra l'agricoltura dava sicurezza, tra pescatori e agricoltori ed allevatori vigeva la pratica del baratto il vino era venduto quasi esclusivamente sfuso ed oltre che al consumo in loco veniva venduto in grande quantità sulla terraferma. Negli anni '50 inizia l'attività imprenditoriale di Angelo Rizzoli: il famoso produttore decide di investire su Ischia costruendo numerosi alberghi e dando impulso all'attività turistica legata alle terme. Di conseguenza si assistette ad un progressivo abbandono della terra il cui lavoro era diventato meno redditizio rispetto qualunque altro impiego in campo turistico e si avviò una decisa cementificazione del territorio a scapito anche di numerosi vigneti al punto che oggi la superficie vitata complessiva è un decimo circa di quella degli anni '50. Lo sviluppo turistico porta anche come conseguenza la necessità di avere i vini in bottiglia da servire nei Ristoranti o da vendere ai villeggianti ed obbliga i vignaioli ad adeguarsi alla nuova realtà.

L'Azienda Cenatiempo, nata nel 1945 come commercio all'ingrosso, cambia pelle nel 1993 ed inizia a vinificare in proprio anziché acquistare dai fornitori. La cultura tradizionale ischitiana però poco si adatta alle moderne regole di qualità: nella zona nord est dell'isola l'allevamento prevalente era la alberata etrusca mentre nella zona sud di Forio era più diffuso l'alberello di derivazione greca. I tralci venivano legati ai pali di castagno con rami di salice e superavano anche i 2 m di altezza con diverse varietà piantate nello stesso filare le produzioni potevano raggiungere anche i 20 kg per ceppo. Pasquale si trova quindi a fare un sostanzioso lavoro di ristrutturazione degli impianti abbassando drasticamente le piante e riportandole in una struttura a Guyot, resistono comunque nelle 15 parcelle nelle quali è suddivisa la sua proprietà, oltre che presso alcuni fedeli collaboratori, impianti a spalliera o ad alberello. Nel 2007 un loro conferitore storico viene a mancare ed i figli vendono a Cenatempo la vigna Kalimera, un piccolo gioiello già impostata in ottica moderna con la separazione dei filari per tipologia e con sesti di impianto più funzionali. L'assetto attuale porta la capacità produttiva ad oscillare, a seconda dell'annata tra le 60 e le 80mila bottiglie. L'agricoltura è un biodinamico ragionato, nel senso che l'ascolto della vigna porta a mettere in atto delle azioni per preservare al massimo la pianta, indipendentemente da quanto previsto dai protocolli standard ad esempio l'inerbimento dei filari è solo parziale perché si è constatato che sul terreno sabbioso//limoso con buona ritenzione idrica le piante che occupano le interfile si mettono in eccessiva competizione con la vite ostacolandone l'ideale sviluppo. Le uve coltivate sono quelle tipiche del territorio: Biancolella, Forastera, San Lunardo e Campotese per i bianchi, Piedirosso e Cannamela per i rossi.

Una delle nuvole che ci ha evidentemente seguito dalla Lombardia inizia scaricare una leggera pioggerellina sufficiente per convincerci a cercare riparo. Ci troviamo così in una cantina storica risalente al '600 e scavata a mano nella roccia tufacea. La visita è emozionante. Pasquale ci racconta di come il materiale di scarto degli scavi, il tufo appunto, venisse utilizzato anche come ammendante in vigna per aiutare le piante a superare il periodo di stress. In questo palmento lavoravano tre le sei e le otto persone e la vasca di raccolta era calibrata per raccogliere il raccolto di un giorno che veniva pigiato con la caratteristica "pietratorcia" una ruota di tufo che veniva comandata da un complesso sistema di corde e leve. Camminare tra gli strati corridoi, osservare i palmenti e gli ingegnosi meccanismi ideati per pigiare le uve e far defluire i mosti, ammirare lo spettacolare lavoro di ingegneria e di scavo che è stato messo in campo per realizzare attraverso una rete di cunicoli un perfetto sistema di areazione sotterranea, ci immerge in un'altra epoca e ci permette di toccare con mano il significato dell'espressione "tradizione viticola millenaria". La stanchezza del viaggio è totalmente sparita resta la curiosità di assaggiare i vini... e non tardiamo ad essere accontentati.

Sotto il fresco di un portico uno splendido tavolo in ferro battuto con ceramiche biancoazzurre ci aspetta perfettamente imbandito per la degustazione: tartine con acciughe, con guanciale, con olio ed origano, fritti e frittate ci tentano invitanti, ma noi siamo professionisti e dobbiamo resistere alle tentazioni: un tozzo di pane ed un sorso d'acqua per ripulire il palato e partiamo!

ISCHIA BIANCO SUPERIORE DOC 2017

Per il 90% Biancolella e Forastera, più un piccolo saldo di altri vitigni autoctoni. Le uve provengono da più zone dell'isola, da vigneti sia di proprietà che di conferitori. Abbiamo un vino paglierino scarico, floreale, molto sapido, con un naso che in questa fase è un po' altalenante. Vino facile ma non banale che sconta l'eccessiva gioventù.

ISCHIA BIANCO SUPERIORE DOC 2011

Conferma dell'assaggio precedente, non perché ne abbia le medesime caratteristiche, ma perché in effetti il maggiore affinamento permette di presentare un prodotto con personalità decisamente differente. Avrà avuto un peso anche la diversa annata ma questo vino "base", benché nella versione superiore, non mostra segni di affaticamento. Il colore è certo più carico, sviluppa note di erbe aromatiche, fieno e foglia di pomodoro. In bocca è molto fresco, bella la sapidità ed una stupefacente nota di idrocarburo ne sottolinea l'eleganza.

ISCHIA BIANCOLELLA DOC 2017

Biancolella in purezza raccolta da più zone dell'Isola. Anche in questo caso il vino è leggermente in difensiva per il recente imbottigliamento, si conferma comunque la firma fresca e sapida con una chiusura su una nota maggiormente dolce e fruttata.

ISCHIA FORASTERA DOC 2017

Si avverte sempre la giovinezza ma è più grasso, pur mantenendo un'ottima croccantezza con una delicata scia di mandorla fresca, poi pompelmo, macchia mediterranea e finanche dei prodromi di tostatura. Ottima le persistenza.

ISCHIA FORASTERA DOC 2014

Colore quasi dorato. Dimostra tutta la sua maturità ma senza alcun segno di terziarizzazione. Bellissimo il naso, fruttato ed al contempo quasi burroso. Leggerissima rifermentazione che non disturba, un vino ricco e complesso che sembra giunto all'apice della sua storia evolutiva.

ISCHIA FORASTERA DOC 2011

Qui comprendiamo l'importanza e la riconoscibilità dell'annata. Tre anni in più sulle spalle rispetto al bicchiere precedente ma ci accoglie un paglierino molto delicato, un effluvio gessoso lascia presagire un sorso fragile ma è invece tagliente, sapido e lunghissimo. Solo 11 gradi alcolici regalano una bevibilità entusiasmante che è assimilabile ad un Riesling renano!

ISCHIA BIANCO SUPERIORE DOC LEFKOS 2016

Le uve provengono dal versante sul quale ci troviamo, esposto a sud-ovest a circa 350m di altezza. Abbiamo sempre Biancolella e Forastera per circa il 90% raccolte da uve allevate con la tradizionale spalliera ischitana su terreni con matrice prevalentemente vulcanica. Il sorso è caldo, fruttato ma anche decisamente sapido. In una seconda fase si sviluppano anche sensazioni floreali che lasciano poi il passo all'incedere deciso dell'ananas e della frutta candita. Un bicchiere di grande equilibrio che in visione prospettica lascia prevedere soddisfazioni ancora maggiori.

ISCHIA BIANCOLELLA DOC KALIMERA 2016

Solo uva Biancolella proveniente dal vigneto Kalimera a circa 450mslm, allevato a guyot su terreno vulcanico esposto a sud-est/sud-ovest. Vino verticale e profondo che racchiude in sé la natura dell'isola, fusione del fruttato della pesca, il floreale dei fiori d'arancio, l'erbaceo della macchia mediterranea, il minerale e la sapidità quasi salmastra. A livelli altissimi la persistenza.

Con questo vino si è chiusa la batteria dei bianchi, tutti vinificati in cemento, con permanenza sui lieviti tra i due ed i tre mesi e senza alcun intervento del legno in alcuna fase della vita di cantina. Vini che si sono distinti, nelle rispettive differenze e peculiarità, per una comune freschezza e sapidità che li rendono certamente perfetti in abbinamento alla cucina di mare e che nelle loro versioni più complesse reggono tranquillamente piatti di carne bianca, primo tra tutti il famoso coniglio all'ischitana.

Nonostante la sera si avvicini ed il tempo stringa, la splendida accoglienza della famiglia Cenatiempo ci induce a non rifiutare anche l'assaggio di qualche vino rosso: in fondo è per questo che siamo venuti e stasera ci basterà una doccia per essere pronti per la cena!

ISCHIA PER?E PALUMMO DOC 2010

Vigne di diverse esposizioni, diverse altezze e sesti di impianto che variano dal guyot, al cordone speronato fiano all'alberello. 4 o 5 giorni di macerazione sulle bucce hanno permesso una estrazione ottimale senza eccessive forzature. Il naso è inizialmente paralizzato, il vino necessita di energica ossigenazione per iniziare a liberare qualche profumo. Il primo è certamente la ciliegia, leggermente sovrastata dalla notevole freschezza. Un vino coerente, con una delicata nota di fragola e che chiude leggermente ammandorlato. Sicuramente adatto ad un abbinamento con carni poco strutturate o salumi, lo troverei ideale anche con pietanze complesse a base di pesce, tipo una zuppa od un brodetto con pomodoro.

EPOMEO ROSSO IGT MAVROS 2012

Per il 60% uva Per'e Palummo, il restante 40% sono più vitigni autoctoni. Uve migliori selezionate da vigne distribuite in tutta l'isola con esposizioni disparate, diverse altitudini ed anche in questo caso diversi sesti di impianto. Macerazione di 6/7 giorni e permanenza sui lieviti per oltre sei mesi prima dell'affinamento in acciaio e cemento ed imbottigliamento senza filtrazione. Una leggera riduzione al naso non ci impedisce di apprezzare la verticalità di questo vino. Frutta rossa, ciliegia sotto spirito, leggera vena erbacea, tabacco dolce da pipa ed un bel tannino morbido che esalta la fresca persistenza.

EPOMEO ROSSO IGT MAVROS 2015

Questa volta assaggiamo dopo il vino più giovane, ma ovviamente Pasquale si muove a ragion veduta: già al primo impatto il frutto è più intenso, il naso più aperto con primari più in evidenza, come è normale che sia. Questo calice è però anche più profondo, necessita di tempo per sprigionare un cesto di frutti di bosco, le amarene, una punta di liquirizia e chiudere con uno splendido tannino dolce ma di decisa personalità. Attendiamolo ancora con pazienza: ci darà ulteriore soddisfazione!

La degustazione è finita ma non la nostra permanenza in azienda. I più attenti dei lettori si ricorderanno che abbiamo tralasciato un vero e proprio tripudio di sapori sui quali adesso siamo pronti ad avventarci... non famelicamente... Abbiamo un contegno da mantenere ed un onore da difendere! A parte gli scherzi i vari assaggi proposti sono perfettamente coerenti con l'immagine che ci siamo dati di questa Azienda che sembra quasi una famiglia allargata a tutti i collaboratori: grande rispetto della materia prima, estrema semplicità e modestia ma con piena consapevolezza ed orgoglio della propria storia e competenza. Ottimi vini, grandi variabilità tra le annate che dimostra quanto il lavoro in cantina sia rispettoso di quanto arriva dalla vigna. L'uso generalizzato dei lieviti indigeni, le fermentazioni avviate tramite la preparazione del pied de cuve e la generalizzata permanenza sui lieviti finita la fermentazione e indicativa dell'alta qualità dell'uva perché partendo da materia prima meno perfetta si rischierebbero pericolose ed indesiderate deviazioni fermentative ed aromatiche. Nulla di tutto questo accade nella cantina Cenatiempo, tutti i vini, al di là delle diverse complessità, si sono anzi distinti per l'assoluta pulizia. Il primo approccio con la viticoltura ed ospitalità isolana non avrebbe potuto essere migliore.

Il tempo per prendere possesso delle stanze e buttarci sotto la doccia ed è giunta l'ora di cena. Non dobbiamo fare molta strada, riusciamo a scorgere la nostra meta anche dalla terrazza dell'albergo perché si affaccia sul mare quasi di fronte al Castello Aragonese: Cocò Mare. Per quanto vicino, raggiungere il posto via terraferma sarebbe alquanto disagevole mentre un brevissimo passaggio con il taxi marino di Corrado, vulcanico Caronte dotato del classica e fulminea simpatia partenopea, ci fa sbarcare sul pontile del ristorante. Nonostante il sole sia ormai tramontato, riusciamo comunque ad apprezzare la splendida "location" e godiamo della meravigliosa vista del Castello illuminato, immagine che ci accompagnerà per tutta la serata, visto che il tavolo che ci è stato riservato è sulla terrazza che si affaccia sulla incantevole Baia di Cartaromana. Il tempo si è finalmente deciso di fare il napoletano e ha volto al bello. La serata è perfetta, una leggera brezza, affatto fastidiosa, si alza dal mare e ci predispone a godere pienamente della serata. Il locale, elegante ma allo stesso tempo semplice ed accogliente, ci ha preparato una cena di ottimo livello con un servizio famigliare ma professionalmente impeccabile. Il menù è tipicamente di pesce, con lavorazioni tendenzialmente leggere che ne esaltano la freschezza. Alle immancabili leggere fritture di ingresso si sono succeduti una degustazione di antipasti ed una serie di portate tra le quali si sono distinte in modo particolare la "Palamita affumicata con salsa verde", i "Paccheri con ricciola, friarielli, pomodorini gialli e pane croccante" e la "Spigola agli agrumi". Ottima anche la carrellata di numerosi dolci tra i quali la "delizia al limone con crema di limoni" e il "cremoso al pistacchio con salsa di fragole". Piacevolissima la cena, incantevole lo scenario ma la mezzanotte è vicina e la stanchezza della giornata inizia a farsi sentire. Corrado con la sua lancia è pronto a riportarci verso il Castello. Dobbiamo però percorrere, necessariamente a piedi, il camminamento del Ponte Aragonese che collega la costa con il promontorio fortificato: ci viene in aiuto l'ottimo caffè del Bar da Cocò, che diventerà il nostro punto di riferimento nei giorni successivi.

La prima intensissima giornata si è davvero conclusa, dalla finestra della mia camera scorgo la cupola illuminata della Chiesa dell'Immacolata che domina il Castello, e di fronte il borgo di Ischia Ponte con le luci che si specchiano nel mare: resterei incantato ad osservare ma l'ora della sveglia già incombe e domani ci aspetta un'altra intensa giornata.

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22 giugno 2018
LA BARBERA E' FEMMINA...

VOG


di Antonio Lagravinese

Articolo pericoloso da scrivere... eh già, perché anche chi non si intende di vino sa perfettamente che la caratteristica principale dell'uva Barbera è la sua acidità... da qui il passo è breve e la battuta facile per giustificare il perché il vino Barbera sia sempre stato declinato al femminile... Tuttavia non vorrei giocarmi in un colpo solo tutte le mie amicizie di sesso opposto (che mi guardo bene da definire debole!!!) e faccio osservare che sempre in Piemonte troviamo anche la Freisa, notoriamente amabile, come pure la Bonarda piacentina, la Albana di Romagna, la Vernaccia di San Gimignano... insomma la compagnia è ristretta ma non è certo l'unico vino "femmina".

Dopo questo preambolo "politico", veniamo al racconto di una serata che si è svolta all'insegna della condivisione, leggerezza ed allegria, senza tralasciare una solida analisi tecnica dei vini proposti. L'assoluto rigore gustativo è stato naturale conseguenza della scelta, azzeccatissima, di servire tutti i vini alla cieca. Non sapere in anticipo nome del produttore, annata e tecnica di vinificazione costringe ad una particolare concentrazione nell'analisi del bicchiere, senza essere inevitabilmente distratti o condizionati dalla anticipata conoscenza della scheda tecnica del vino.

La prima considerazione è legata alla canzone di Giorgio Gaber (Barbera e Champagne) che ci ha accolti al nostro arrivo in Vineria: "triste col suo bicchiere di barbera / senza l'amore a un tavolo di un bar / il suo vicino è in abito da sera / triste col suo bicchiere di champagne". Era il 1970 e la Barbera era il simbolo del vino del "popolo", contrapposto allo Champagne quale emblema del lusso e dell'esclusività. In effetti era molto facile trovare bottiglie di Barbera a prezzi molto concorrenziali, come pure diffusissima era la vendita di vino sfuso. La grande fortuna dell'uva Barbera è l'adattabilità della pianta a differenti suoli, la buona resistenza alle malattie e la grandissima vigoria produttiva, unita alla caratteristica acidità che la rende adatta sia ad una vinificazione tradizionale, sia al passaggio in legno, come pure ad una vinificazione "vivace". Queste peculiarità sono quelle che hanno rischiato di far scomparire la Barbera dalla produzione italiana di qualità. Infatti negli anni '80 alcuni produttori senza scrupoli, non soddisfatti della già elevata resa dei vigneti, hanno spinto al massimo le produzioni per ettaro di questa uva, ottenendo vini che riuscivano ancora a conservare una adeguata acidità, e quindi bevibilità, e commercializzati a prezzi semplicemente ridicoli. Il problema principale di questa agricoltura intensiva era la perdita di grado zuccherino, e quindi alcolico, con la conseguente correzione tramite l'aggiunta di alcol metilico. Tutto ciò fino allo sciagurato anno 1986 quando esplose lo "scandalo metanolo" in seguito alla morte di 23 persone per eccesso di assunzione del vino adulterato. La Barbera fu uno dei principali prodotti coinvolti in questo dramma con conseguente devastante perdita di immagine.

Un vino simbolo dell'enologia Piemontese ed italiana ha sfiorato il baratro dell'oblio ma questa perdita di identità della Barbera ha lasciato spazio ai produttori seri per poterla interpretare a loro piacimento senza essere condizionati da modelli di riferimento. Il primo fu Giacomo Bologna che con grande visione imprenditoriale, riuscì ad anticipare i tempi. Reduce da un viaggio in Francia, decise di ridurre drasticamente le rese per ettaro, prolungare le macerazioni e provare gli affinamenti per almeno due anni in barrique. Era nata la Barbera Bricco dell'Uccellone, frutto della vendemmia 1982 e messa in commercio nel 1985, proprio poco prima dell'esplodere dello scandalo. Tuttavia questo vino è rimasto come simbolo e dimostrazione che un'altra strada era possibile, che la Barbera poteva e doveva avere una diversa dignità.

Di anni ne sono passati parecchi, tantissimi produttori si cimentano in interpretazioni personali e di qualità di questa uva, tuttavia questo vino non è ancora riuscito a scrollarsi di dosso totalmente una certa aurea negativa, di vino rustico e banale. Ben venga questa occasione per vedere se si riesce a sfatare questa nomea.

Partiamo con una prima batteria di tre vini serviti simultaneamente. Luca e Delfina ci lasciano liberi di analizzare, confrontare, valutare e discutere. Gli occhi cercano di scrutare le differenze cromatiche, i nasi rimbalzano dal bordo di un bicchiere all'altro, un sorso di vino, un boccone di pane a resettare le papille e poi un nuovo assaggio, per poi tornare indietro.

Il primo vino ha uno splendido colore rubino brillante con unghia violacea. Il naso è inizialmente ritroso ma mostra comunque una bella nota fruttata, è pulito, fresco ed immediato. Il sorso è fragrante, decisamente acido con una vena erbacea ed una personalità ancora leggermente scomposta. Agitando energicamente i profumi si liberano un poco di più e lasciano intuire una delicata foglia di tabacco. Ottima beva per un vino dalla struttura comunque fragile.

Il secondo bicchiere necessita di una maggiore attenzione ed attesa. Appena versato l'impatto non è pulitissimo, c'è un accenno di straccio bagnato ed una deviazione alcolica piuttosto disturbante. Nonostante ciò il naso è nel complesso dolce e per alcuni dei presenti questa caratteristica risulta penalizzante. Il tannino non è ruvido, presente ma non disturba ed assieme ad una strabordante acidità compensa questa dolce fruttuosità. Non si pensi però ad un vino-frutto: il naso è certamente bloccato, il sorso è opulento con note di surmaturazione, ma è percepibile nettamente anche una trama erbacea ed una vena speziata. La chiusura leggermente amara denota a mio parere un vino che in questa fase evolutiva è ancora scomposto.

Quello che troviamo nel terzo calice è un prodotto differente ad iniziare dal colore estremamente più fitto e scuro. Il naso è potente e rotondo. In bocca colpisce la grande morbidezza e il tannino elegantissimo esaltati da una prepotente spinta acida. Si individua senza tema di smentita l'utilizzo di legno in fase di affinamento, pratica che ha lasciato dei segni non ancora perfettamente amalgamati. La lunghissima persistenza è data principalmente dal tannino e questo penalizza leggermente la bevibilità che, oggettivamente, è inferiore ai livelli ottimali.

Come prima considerazione intermedia possiamo dire che abbiamo confrontato tre interpretazioni dello stesso vitigno decisamente differenti. Siamo partiti con un vino forse idealmente vicino all'iconografia della Barbera: un vino non impegnativo, fresco, fruttato ed immediato per arrivare all'ultimo calice che si colloca esattamente agli antipodi: prodotto quasi masticabile e decisamente impegnativo. E il calice di mezzo? E' sicuramente quello che ha generato maggior dibattito c'è chi non ha amato minimamente questa sua personalità rustica e disarmonica e chi all'opposto lo ha preferito tra tutti apprezzando proprio queste caratteristiche come indice di originalità, personalità e qualità... Ma la degustazione non è ancora finita e mentre disquisiamo su tannini, freschezze, chiusure e persistenze il servizio sempre puntuale ed impeccabile ci ha nuovamente versato i successivi campioni.

Il rubino brillante del quarto vino è decisamente invitante, il primo sorso purtroppo un po' meno, bloccato da una eccessiva sensazione calorica e da una mancanza di dinamicità. La nota fruttata è certamente intensa e piacevole. Buona anche la trama delicatamente eterea ma chiude poi troppo presto e leggermente amaro, perdendo anche il richiamo iniziale al frutto.

Il quinto vino, secondo di questa batteria, è rotondo al primo impatto ed ha nella coerenza tra naso e bocca la sua principale peculiarità. In realtà il sorso può sembrare inizialmente pesante, ma la bocca poi si allarga con una bella spinta verticale ed una splendida trama di erbe aromatiche, buona sapidità ed insospettabile mineralità. Lo spettro aromatico abbraccia il fieno, la spezia, i chiodi di garofano, il tabacco e la cannella. Descrittori che segnalano l'utilizzo del legno e l'inizio di una fase di terziarizzazione.

Con l'ultimo bicchiere ho capito perché la Barbera è femmina: questo vino è decisamente nervoso!!! Ok.... battute a parte, il sorso è sapido e potente. In primo piano la liquirizia, le spezie, il caffè e solo in seconda battuta esce la parte fruttata declinata soprattutto sui frutti di bosco, mirtillo in particolare. Il tannino è ancora aggressivo ma bello e piacevole. I profumi terziari sono splendidi e non denotano al momento segni di prossimo cedimento.

Come è ovvio che sia anche questa batteria di assaggi ha stimolato osservazioni, plausi e critiche. Sicuramente l'assaggio più controverso è stato l'ultimo. Nessuno ha potuto negare l'estrema perfezione tecnica del prodotto, quella che è stata invece la critica più comune, tra coloro che non lo hanno apprezzato particolarmente, è stata la scarsa tipicità, la difficile riconoscibilità della Barbera e la eventuale difficoltà di abbinamento per un calice che sembra più fruibile come vino da meditazione.

Terminato il confronto è giunto il momento di svelare i vini in degustazione, eccoli nella sequenza di assaggio con brevissime note tecniche:

1) CANTINA FERDINANDO PRINCIPIANO: Barbera d'Alba Laura Doc 2016
Viti di oltre 40 anni a circa 300 metri di altezza. Uva fermentata e macerata per 20 giorni senza aggiunta di lieviti, senza solforosa e con leggeri rimontaggi e follature. Affinata per 10 mesi in acciaio.

2) CASCINA TAVIJN: Bandita vino rosso 2015
Il nome deriva dalla bocciatura di questo vino ad opera delle Commissioni che hanno il compito di assegnare il riconoscimento delle denominazioni. Fermentazione spontanea di 2 mesi sulle bucce e 20 mesi di affinamento in vecchie botti di legno per successivo imbottigliamento senza filtrazione.

3) CANTINA BRAIDA: Barbera d'Asti Docg Bricco dell'Uccellone 2014
Come già accennato, fermentazione con macerazione sulle bucce per 20 giorni a temperatura controllata seguita da affinamento in barrique di rovere per 15 mesi e successivo anno in bottiglia

4) CASCINA CARLOT: Barbera d'Asti Superiore Docg LaVigna 2015
Viti di circa 30anni a 300 metri di altitudine. Lotta integrata in campagna, uso di letame naturale e diserbo meccanico. Macerazione e fermentazione di 10/15gg in acciaio poi affinamento per 1 anno di un quarto della massa in tonneau, il resto in barrique. Prima della commercializzazione un altro anno in bottiglia.

5) ROCCHE DEI MANZONI: Barbera d'Alba Superiore Doc Sorito Mosconi 2012
Fermentazione a temperatura controllata per 10/12 giorni a contatto con le bucce, affinamento di un anno in barrique e poi alcuni mesi in bottiglia

6) VIGNETI MASSA: Colli Tortonesi Doc Monleale Bigolla 2005
Grappoli raccolti da un vigneto di 1ha su suolo calcareo. Macerazione con rimontaggi quotidiani per 8/10 giorni, affinamento in legno nuovo e successivo affinamento in vetro

Credo che alcune brevi considerazioni finali, alla luce del disvelamento dei vini, siano necessarie.

Tutti i campioni sono prodotti da aziende molto differenti per dimensioni e filosofia produttiva ma caratterizzate da un comune storico radicamento nel territorio. Storicità è anche quella conoscenza della tradizione che trasmette la sicurezza necessaria per poterla reinterpretare. Certamente c'è un abisso enologico tra il vino di Principiano, fresco fruttato e di annata e quello dei Vigneti Massa pensato per fare con la Barbera un vino importante, denso, strutturato e adatto a lunghissimi affinamenti, nel bicchiere si trovano pertanto tutte le diverse sfumature figlie delle diverse pratiche di cantina ma anche le tracce di diversa sapidità, acidità e frutto figlie delle variegate caratteristiche dei terreni sui quali sono impiantate le vigne. Oltre alla indiscussa acidità, in realtà ben riconoscibile in tutti i vini, sia quelli di annata vinificati acciaio, sia nel Bigolla del 2005, la grande qualità della Barbera è la sua capacità di leggere ed interpretare il terreno dal quale trae nutrimento. Non è quindi un caso se quest'uva è, dopo il Sangiovese, quella più presente in Italia e sempre più utilizzata anche nelle nuove frontiere della viticoltura mondiale quali Argentina e California. Ad oggi in Italia, a dimostrazione della propria versatilità, è vitigno raccomandato anche in Sardegna ed autorizzato in altre 13 regioni, oltre che numerose province di Veneto e Puglia. Il Piemonte ne è però certamente la culla la prima citazione ufficiale risale al 1798 ma già nel 1495 Pier de' Crescenzi parlava di un'Uva Spina, nota per la sua acidità, riferendosi con ogni probabilità alla Barbera. Ci siamo quindi concentrati questa sera su diverse letture di questa uva da parte di cantine storiche che operano nel suo territorio d'elezione. Un'uva con una grande storia alle proprie spalle ma che certamente può avere un luminoso futuro. La vivace discussione che si è animata con i calici in mano e le naturali differenze di valutazione dei singoli campioni da parte dei soci Vog dimostrano che la Barbera a seconda del territorio dal quale proviene o della mano del vignaiolo che la lavora, è in grado di soddisfare esigenze di consumatori anche molto differenti.

In conclusione... la Barbera è femmina? Beh, per la sua estrema adattabilità, per la sua capacità di essere estremamente vivace ma anche tremendamente seria, elegante ma anche sbarazzina e, se adeguatamente coltivata, sempre appagante... si, la Barbera è femmina!

Certo che acida lo è davvero...

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15 giugno 2018
L'ISOLA DALLE MILLE SFUMATURE

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Riassumere brevemente le sensazioni, e suggestioni, di questo mio primo incontro con l'isola di Ischia non è cosa di poco conto, ma ci provo...

Quello che ti raggiunge, immediato, fin dal primo sguardo ad Ischia, sono le molteplici tonalità della sua rigogliosa vegetazione che si mescola al blu del mare, ed inizi a comprendere almeno una delle ragioni per le quali stiamo posando i piedi su quella che è stata definita la prima e più antica colonia della Magna Grecia. La chiamarono "Isola Verde" forse non unicamente per il colore del tufo locale, che pur caratterizza il territorio senza altri riscontri in tutto il bacino del Mediterraneo. Da qui sono poi passati Romani, Arabi, Bizantini, Saraceni, Normanni, Spagnoli e Francesi in un susseguirsi di contaminazioni tra genti molto diverse fra loro che hanno avuto il pregio di plasmare una popolazione fiera e tenace che non ha mai affidato il proprio sostentamento al mare ed alla pesca, ma ha progredito con il lavoro dei contadini, sospinti da un grande attaccamento alla propria terra. Lo testimoniano ancora oggi le centinaia di chilometri di muretti a secco che, nonostante l'insensato abbandono della terra avvenuto negli anni '50, delineano in buona parte il territorio dell'isola. Ne scaturisce indubbiamente una rappresentazione incantevole, un'isola dalle mille tonalità, ma cos'è che l'ha resa ai miei occhi un luogo affascinante e sorprendente? Le persone incontrate. La loro passione e la capacità di saper coniugare un sottile senso dell'umorismo con un grande rispetto e dedizione per il proprio lavoro. Le medesime percezioni si sono manifestate con grande chiarezza dai racconti dei quattro vignaioli che abbiamo incontrato ed ascoltato, ed ancor di più attraverso i colori e gli aromi dei vini in degustazione, alcuni dei quali di grande spessore e personalità, presentati in contesti in cui paesaggio, storia, natura, bellezza e sapori hanno riempito di fascino la nostra permanenza in quei luoghi. Va messo in luce e ribadito che l'isola non è solamente l'immagine stereotipata di un Sud che arranca, abusi edilizi, vacanze estive al mare e benessere termale, Ischia è anche il recupero di una viticoltura eroica dalle origini millenarie in cui gli "Angeli matti", così definiti, hanno saputo caricarsi letteralmente sulle spalle la fatica e l'orgoglio di mettere a frutto la presenza di terreni vulcanici ricchi di minerali per dar vita a vini eccellenti ed ammirati ben oltre i confini locali. Siamo rimasti solo alcuni giorni sull'isola, sufficienti comunque per consentirci di apprezzare una molteplicità di situazioni ed atmosfere, a volte sfociate in pura emozione. Penso che a molti di noi rimarranno a lungo nella memoria. Per restituire consistenza alle sensazioni, ripercorro mentalmente i ricordi, attraverso un rapido e molto personale flashback, assolutamente non esaustivo: il fascino del castello Aragonese, simbolo dell'isola, con la terrazza panoramica del Monastero che ci ha accolti in quelle che furono le antiche celle delle monache clarisse - l'incanto della barca a remi che scorre sottile e silenziosa nel buio della notte per riportarci in porto al termine di una deliziosa serata al ristorante - l'orgoglio e la soddisfazione di un vignaiolo serio ed appassionato come Pasquale Cenatiempo nel percepire che un proprio vino è in grado di sedurre ed emozionare un drappello di bontemponi benpensanti calati dal Nord alla ricerca dell'aleatorio sentore di finocchietto selvatico, lievi richiami agrumati, delicate nuances speziate con sottile finale di ginestra e camomilla... - la spensieratezza di un tuffo in un mare cristallino durante il giro in barca attorno all'isola, tra lo stupore di scorci inaspettati in uno scenario mozzafiato - la calda accoglienza riservataci da un cuoco-artista d'eccezione come Nino di Costanzo che ha impressionato tutti noi avvolgendoci con uno straordinario ventaglio di fragranze, colori e sapori che ci ha lasciati stupefatti e meravigliati. Ma soprattutto, ed in modo speciale, la rilassata permanenza sull'isola è sempre stata accompagnata dal piacere di stare in buona e gradevole compagnia.

Chiudo qui, per sfuggire dal retorico, non prima di ringraziare Luca & Delfina con il VOGteam per l'ottima organizzazione del tour ed il certosino e tutt'altro che semplice lavoro di cesello. Bravi!

E come diceva Totò in questa canzone:

"Ischia, paraviso 'e giuventù,

Ischia, chistu mare è sempre blu!

Chistu cielo ch'è n'incanto,

chistu golfo ch'è nu vanto

chesto 'o tiene sulo tu!

Sti bellizze songhe 'o vero!

Chesto 'o dice 'o forestiero,

ca scurdà nun te pò cchiù"

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18 maggio 2018
IRRIPETIBILE ED UNICA:VERTICALE VALTELLINA SUPERIORE BALGERA

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di Antonio Lagravinese

Il Giorno 18 Settembre abbiamo avuto la fortuna di essere accolti dalla cantina Balgera in Valtellina per una splendida visita e successiva degustazione dei loro vini. Per completezza di informazione invito chi non ha partecipato a quella trasferta a leggere il resoconto della giornata reperibile sul sito di VOG nella sezione editoriali. Dico ciò non per spirito di autoreferenzialità ma perché la serata che si è svolta il 2 maggio a Crema altro non è che la naturale prosecuzione di quell?incontro. Paolo Balgera in persona, accompagnato dalla moglie Paola, ha voluto ricambiare la visita portando con sé una selezione di vecchie annate non più in commercio, delle riserve di cantina che vengono stappate solo in occasioni particolari. Stiamo comunque parlando di una cantina, la più vecchia del territorio, la cui età media dei vini in vendita si aggira tra i 12 ed i 15 anni. Questa specificità è figlia di alcune all'apparenza semplici caratteristiche: tutti i vini sono a base di Nebbiolo in purezza, vengono prodotti solo vendemmie storiche e tutti sono privi di trattamenti. Tutti qui? Già... ma queste tre peculiarità per quanto sembrino banali, fanno di Balgera l'unico vero tradizionalista rimasto in Valle.
Lo stoccaggio prolungato in cantina non avviene per lo spirito masochistico di Paolo ma semplicemente perché non lavorando i tannini in cantina e non applicando processi di disacidificazione i vini primi di quella data non sono nella condizione di essere messi in commercio.
La struttura orografica, geologica e pedoclimatica della Valtellina è molto variegata e questo si riflette direttamente nella personalità dei vini. La zona di Maroggia è la parte più ad ovest e di più recente riconoscimento quale Docg. Spostandosi appena più ad est entriamo nella prima sottozona storica della Valtellina: Sassella. Questi terreni sono poco profondi e caratterizzati da molti sassi e rocce con quasi totale assenza di limo che è invece più presente nella adiacente sottozona Grumello. Da queste due aree arrivano vini più strutturati e corposi con una particolare sensibilità del Sassella nei confronti delle annate siccitose perché il terreno meno profondo permette una minore riserva d'acqua e può creare problemi alle piante. Se Sassella, Grumello e Valgella sono dei promontori, la zona dell'Inferno, successiva a Grumello nel nostro virtuale viaggio in valle, è una conca e come tale soggetta a temperature più elevate e maggiore umidità causata dal ristagno d'aria. Queste particolarità, unite alla natura sassosa del substrato, determinano la produzione di vini con colore decisamente più profondi perché le temperature elevate aumentano la maturazione di antociani, polifenoli e congiuntamente maggiore concentrazione di tannini. Chiude l'area del Valtellina Docg la sottozona Valgella, quella con i terreni in assoluto più profondi e ricchi di limo. Questa morfologia aiuta la vite mandandola molto difficilmente in stress idrico la maggiore profondità permette inoltre alle radici di affondare maggiormente nel sottosuolo, recuperando preziose doti di mineralità.
Il lavoro in vigna e cantina di Paolo è oggi ancora focalizzato sulla valorizzazione delle peculiarità delle singole sottozone ma con una visione prospettica che lo dovrebbe portare alla vinificazione ed imbottigliamento separato di singoli cru nell'ottica di un superamento della denominazione a vantaggio della riconoscibilità delle singole vigne.
Alla luce di questo cappello introduttivo e di quanto già sperimentato in cantina da lui, lasciamo al nostro ospite il compito di guidarci nella degustazione e.... apriamo le danze.

VALTELLINA SUPERIORE INFERNO DOCG 2001 imbottigliato a luglio 2008
Un bicchiere rubino brillante che si presenta al nostro olfatto con un prepotente attacco tostato e di fondo di caffè per poi essere preso per mano da un sentore di liquirizia che accompagna il sorso verso una decisa marasca. E' un vino ematico nel quale gli aromi primari sono ormai quasi totalmente assenti, mentre ancora percepibili sono i profumi secondari. Bella alternanza di sensazioni con un ritorno costante alla base balsamica e mentolata. Il tannino è dolce e vellutato, mentre ancora straripante la vena fresca che pulisce la bocca e richiama un nuovo sorso.

VALTELLINA SUPERIORE VALGELLA 1998 imbottigliato a febbraio 2004
Sicuramente aiutato da una buona annata, il calice libera profumi più avvolgenti ed una punta di gudron. Rispetto all'assaggio precedente, e a dispetto della maggiore anzianità, i secondari sono ancora ben percepibili. La nota di viola appassita caratterizza la fase centrale dell'ossigenazione. E' un vino di razza, con una grande personalità ancora scalpitante. Il tannino ha un ottimo mordente su una fattura di generale dolcezza olfattiva e decisa spalla fresca. Dopo un breve riposo il vino riprende ulteriore vigore, acquista in lucentezza, sembra vibrare e trasmette sensazioni di the, fieno ed una inaspettata punta di idrocarburo.

VALTELLINA SUPERIORE RISERVA GRUMELLO 1996 in bottiglia da giugno 2011
Poiché la cantina Balgera produce le riserve solo nelle annate che meritano, va da sé che questo vino è figlio di un ottima vendemmia. L'attacco aromatico mostra un incipit leggermente empireumatico e meno ampio dei precedenti. In bocca mostra però maggiore sostanza, il palato è molto stratificato, il sorso decisamente sapido con grande tensione gustativa. Roteando nel bicchiere il bouquet si apre: rabarbaro, tabacco, fieno e persino uno spunto agrumato di arancia sanguinella si intersecano in una piacevolissima trama gustativa.

VALTELLINA SUPERIORE DOCG FRACIA 1999 in bottiglia da luglio 2011
Le uve provengono tutte dal vigneto Fracia, Cru di pregio della sottozona Valgella, la cui proprietà è divisa tra Balgera e la cantina Nino Negri. Il campione si presenta altalenante tra una punta di gudron, un pizzico di fruttato ed un solido substrato fruttato. Il tannino è avvolgente, fresco equilibrato ed elegante. L'entrata in bocca è in punta di piedi con un tabacco dolce ed una piacevole chiusura erbacea. Alla distanza esce la potenza, trama quasi terrosa sulla quale domina la sensazione di sottobosco. La prospettiva di longevità è impressionante.

VALTELLINA SUPERIORE DOCG RISERVA DEL FONDATORE 1995 in bottiglia da luglio 2008
Si tratta del vino creato da Paolo con il duplice intento di omaggiare il territorio della Valle, racchiudendovi all'interno tutte le sue varie anime, ed al contempo ricordare Pietro Balgera, il fondatore dell'azienda nel 1885. Il blend è ottenuto miscelando un 20% di vini provenienti da ciascuna delle quattro sottozone storiche della Docg (quindi ad eccezione di Maroggia) unito ad un ultimo quinto di Sforzato della Valtellina. Dopo tre anni di affinamento in botte grande il vino prosegue la propria vita per altri due anni circa in barrique esauste per poi raggiungere la desiderata stabilità trascorrendo ulteriori due o tre anni in botte grande. La sapidità del Sassella, la morbidezza del Grumello, il tannino dell'Inferno e la mineralità del Valgella si legano alla potenza glicerica e succosa dello Sforzato che rende però il naso un po' più statico sulla nota di marasca. L'acidità è ben percepibile anche se coperta dalla struttura del vino. L'olfatto ha un andamento sinusoidale in contrasto con una bocca invece più stabile. Un ulteriore periodo di permanenza in bottiglia non potrà che aumentarne equilibrio e coerenza.

VALTELLINA SUPERIORE RISERVA SASSELLA 1983 in bottiglia da luglio 1990
Due generazioni si incontrano in questo calice: Gianfranco lo ha prodotto ed il figlio Paolo lo ha imbottigliato. Vino affascinante e difficile, figlio di un'altra epoca contadina. Una economia rurale che aveva la necessità di avere elevata produttività per ottenere il massimo ritorno economico. Rispetto alle ultime annate le temperature medie erano in quegli anni decisamente inferiori e quindi le uve, oltre che abbondanti, erano anche raccolte ad un grado di maturazione inferiore. Ecco spiegata la magrezza del vino. Il colore è ancora vivo, pur se privo di grande concentrazione. Splendidamente integro, nervoso, fresco e lunghissimo. Il tannino è dolce, l?assaggio emotivamente coinvolgente. Si individua l'erba aromatica, il fondo di caffè, la vena erbacea ed il contrappunto citrino a chiudere questo poetico assaggio. Con una punta di legittimo orgoglio Paolo ci informa che alcuni ristoranti di Joe Bastianich negli Stati Uniti hanno in carta ancora qualcuna di queste bottiglie alla modica cifra di... 750 dollari!

Se le riserve vengono prodotte solo nelle migliori annate, stesso discorso vale, a maggior ragione, per lo Sforzato, che infatti dalle recenti vendemmie 2012 e 2014 non è stato vinificato. Pur appartenendo alla categoria dei rossi passiti secchi, l'uva destinata a questo vino è la prima che viene raccolta perché servono acini con buccia sufficientemente spessa per sopportare meglio l'appassimento che li attende. La selezione in vigna dei grappoli è rigorosamente manuale perché è indispensabile sincerarsi, ad esempio, che il grappolo sia perfettamente sano anche nella parte nascosta, quella che si appoggia al tralcio. Dopo la raccolta l'uva va in fruttaio non condizionato, adagiata su legni con reti in fibra di vetro, dove rimane fino al momento della pigiatura che avviene a fine gennaio. La scelta di lasciare che l'appassimento avvenga solo grazie alla naturale circolazione dell'aria, senza ausili di ventilazione forzata è sicuramente impegnativa in termini di tempo e rischiosa ma la maggiore lentezza del processo permette una maggiore evoluzione olfattiva dei grappoli che poi servirà per arricchire ed alleggerire la beva.

VALTELLINA DOC SFORZATO 1991 in bottiglia da febbraio 2000
Proviene da una annata difficile, con problemi di sanità delle uve, al punto che Paolo assicura che adesso in una annata analoga non farebbe questa tipologia di vino, tuttavia la prima annata di Sforzato Balgera è stata la 1984 e quindi nel 1991 si sentiva ancora la necessità di continuare la sperimentazione. Lo sforzo è stato comunque ripagato con un vino che Paolo definisce ?evergreen? perché sottoposto negli anni a periodici assaggi, ha mostrato negli ultimi dieci anni una stupefacente immobilità. In effetti anche a livello gustativo il naso è monolitico. Filtrano tenui effluvi di gudron ed idrocarburo (sensazioni che ritornano frequentemente in questi vini sottoposti a lungo affinamento) che solo in fase retronasale vengono arricchiti ed alleggeriti da una trama agrumata poi subito sovrastata da un sentore di fondo di caffè. Buoni si il tannino che la persistenza gustativa che si giova di un finale moderatamente ammandorlato. Non è un vino muscoloso, ma comunque succoso e dotato di buona freschezza che ne facilità la beva.

VALTELLINA DOC SFORZATO 1995 affinato in barrique in bottiglia da settembre 2004
La voglia di sperimentare e, perché no, assecondare anche qualche richiesta del mercato estero, ha portato Paolo a produrre una versione di Sforzato maturato in barrique. La scelta del legno è caduta sull?Allier di medio-bassa tostatura. Il vino è ottenuto con il metodo del salasso. Prima della fine della fermentazione si svina e si travasa in barrique equamente divise tra nuove, di secondo e terzo passaggio. Qui il vino riposa sulle proprie fecce per 24 mesi. Fuori dalle barrique il vino viene rimesso in vasca per completare l'affinamento. Rispetto al campione precedente il naso è più dolce. L'uso del legno è certamente ottimamente dosato perché non direttamente percepibile, se ne riscontra tuttavia l'efficienza nel regalare al calice un buon bilanciamento ed un tannino di qualità anche se ancora dotato di un notevole mordente che necessita di ulteriore affinamento per ingentilirsi maggiormente.

Mentre chiudiamo la serata attorno ad un buffet che propone dell'ottima Bresaola, un intenso formaggio Casera ed un originale Salva Cremasco affinato sotto le vinacce, è il caso di fare poche considerazioni finali.

Paolo ci ha raccontato con la massima trasparenza e sincerità di quando, fresco di studi di enologia alla Scuola Enologica di Conegliano Valdobbiadene, arrivò in cantina e volle imporre, con la benevola arroganza tipica della gioventù, l'utilizzo di pratiche quali stabilizzazioni, disacidificazioni o filtrazioni spinte. L'intelligenza delle persone si misura anche dalla loro capacità di fare autoanalisi il più possibili oggettive e Paolo non ha dovuto constatare che i vini usciti dalla cantina in quel periodo sono rimasti "seduti" prodotti privi di quella individualità che tecnicamente si può tradure in un solo modo: capacità di emozionare.
I calici degustati trasmettono invece un senso di vitalità e cambiamento. Con il passare dei minuti i vini, tutti indistintamente, sviluppavano nuovi profumi e stimolavano nuove sensazioni, aiutati da una comune leggerezza alcolica che priva i campioni di quella pesantezza alcolica purtroppo spesso riscontrabile nei vini di questa regione vinicola.
Anche se il timone dell'azienda è ancora saldamente in mano al nostro ospite, la quinta generazione nella persona dei figli di Paolo, Luca e Matteo, sono già parte attiva nella produzione e promozione dei vini. La strada è però tracciata nel nome del rispetto della tradizione senza preclusione all'innovazione, se questa non comporta rinnegare i capisaldi produttivi che ormai costituiscono il Dna di Balgera.
Per ogni vino ho indicato la data di imbottigliamento: non si tratta di un mero dato amministrativo ma anzi una preziosa indicazione tecnica. Come si può notare i vini sono stati imbottigliati da un minimo di sei anni, fino ad un massimo di quindici anni dopo la vendemmia. Paolo è però in continuo "ascolto" del vino per studiarne le dinamiche evolutive ed è arrivato alla conclusione che vorrà accorciare leggermente l'affinamento in legno per portare l'affinamento in bottiglia ad un minimo di tre anni prima della commercializzazione. Questo perché specifiche sperimentazioni e degustazioni comparate hanno dimostrato in modo inoppugnabile il deciso miglioramento del vino durante l'affinamento in vetro.

La conservazione in cantina delle riserve delle annate storiche, come pure l'assaggio comparato di quelle prodotte con lavorazioni più intensive in cantina, è servita a Paolo per spiegare ai figli "sul campo" il senso del suo lavoro sono punti che tracciano il grafico della traiettoria produttiva seguita e che individuano la strada che sicuramente verrà seguita in futuro. Nel nostro caso questa serata è servita invece per chiudere il cerchio aperto a Chiuro in quella bella giornata di settembre. Gli assaggi hanno evidenziato lo straordinario potenziale enologico di questo territorio, che necessità però di cura, competenza e, soprattutto, pazienza. Purtroppo pochissime Aziende (nessuna... ? ) sta percorrendo questa faticosissima via produttiva. Ci auguriamo che il crescente riscontro che sta riscuotendo Balgera anche e finalmente all?interno dei confini nazionali sia da stimolo per altre realtà.
Abbiamo avuto l'onore di partecipare ad una verticale di straordinario valore che ci porta a ringraziare Paolo non solo per aver ricambiato la nostra visita ma soprattutto per averci ritenuti meritevoli di tale attenzione.

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2 maggio 2018
AMPELEIA: storia di natura, uomini, amicizia e, ovviamente, vino.

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di Antonio Lagravinese

Quella che vorrei raccontarvi è una storia di uomini, territorio, vino e cultura. E' la dimostrazione di come la Natura possa talvolta prendere il sopravvento e forgiare proprio quelle persone che avrebbero invece dovuto piegarla ai propri interessi.

Tutto inizia da una storia d'amore, quella tra Erica SuterPongratz e Peter MaxSuter, svizzeri. Peter era un imprenditore nel campo della vendita delle auto, amante dei viaggi e della Toscana in particolare. Durante alcuni ripetuti soggiorni si innamora di un angolo della Maremma Toscana, in particolare del paese di Roccatederighi, al punto di investire nel territorio, trasferire di fatto la sua residenza assieme alla moglie Erica ed avviare nel 1978 una impresa agricola cui darà il nome di Azienda Agricola Meleta. Nel giro di qualche anno diventa uno degli allevamenti europei più importanti per la produzione di carne di piccione l'attività viene integrata anche con una piccola produzione di vino ed allevamento di pecore. Dopo la sua morte nel 1994 le redini dell'azienda passano ad Erica ed agli eredi i quali però non sono molto convinti riguardo la convenienza a proseguire l'attività.

A questo punto entra in gioco l'amicizia, quella tra Elisabetta Foradori, personaggio di riferimento della viticoltura trentina e nazionale, l'imprenditore Giovanni Podini e l'agronomo Thomas Widmann: una sinergia di intenti e competenze che si mettono al servizio di un progetto non meramente imprenditoriale e commerciale, ma una sorta di incubatore di idee e di sperimentazione. L'attenzione ricade proprio su questa azienda Meleta, ormai quasi in disarmo produttivo, ma che si colloca in una posizione invidiabile. E' il 2002 e nasce Ampeleia, dal greco ampelos, cioè "vite". Dal nome è chiaro il progetto: rendere la vite, e quindi il vino, protagonista. Detta così, disponendo di adeguate risorse economiche ed umane da investire, potrebbe sembrare quasi facile, in realtà la visione prospettica è diversa. Per non dilungarmi troppo invito chi non conoscesse Elisabetta Foradori a leggere l'articolo relativo alla nostra visita alla sua azienda in Trentino a maggio 2017 e mi limito ad osservare che la visione è in realtà perfettamente ribaltata rispetto a quanto espresso in precedenza: l'obiettivo è infatti quello di rendere protagonista il territorio attraverso lo strumento della vite e quindi del vino.

Ci troviamo a Roccatederighi, in provincia di Grosseto, zona antiappenninica della Colline Metallifere, area selvaggia ed integra, con la natura che domina, una grandissima biodiversità e certamente esterna ai consueti percorsi enologici toscani. Su 120 ettari complessivi della tenuta, circa 35 sono vitati con giaciture variabili dai 200 ai 600 metri di altitudine e con una grandissima variabilità geologica e pedoclimatica nel raggio di soli 30 chilometri. Si è resa quindi necessaria una attenta zonazione per individuare i vitigni più adatti all'impianto nelle differenti parcelle. Oltre a piante di Cabernet Franc, Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon già collocati dalla precedente proprietà, le analisi portano ad individuare una serie di vitigni tipicamente mediterranei come l'Alicante Nero, Alicante Bouschet e Mourvedre a parte quest'ultima si tratta di uve presenti in Toscana dai tempi degli Etruschi. Molte vigne sono complantate, cioè con vitigni diversi all'interno dei medesimi filari, alcune sono microparticelle inferiori all'ettaro, circondate da macchia mediterranea o piante di sughero. Da tutti i vigneti si vede l'Isola d'Elba e quella del Giglio. Questo ovviamente non è solo una nota paesaggistica, per quanto pittoresca, ma evidenzia una particolare giacitura ed esposizione degli impianti che li espone alle correnti d'aria provenienti dalla costa a tutto vantaggio della sanità delle uve e garanzia di adeguati sbalzi termici.

Ho accennato all'amicizia dalla quale è scaturita il progetto (anche se dopo pochi anni Thomas Widmann ha abbandonato l'azienda per dedicarsi all'impegno politico), ho illustrato sinteticamente il palcoscenico naturale sul quale questa rappresentazione è stata allestita, abbiamo nominato alcune delle uve protagoniste... manca il regista, colui che dall'inizio è l'enologo di Ampeleia e che da cinque anni, è anche responsabile delle parte viticola: Marco Tait.

E' toccato a lui, nella sua qualità di direttore tecnico, venire a Crema il 28 Marzo ad accompagnare i propri vini per raccontarceli e raccontarsi. Trentino come Elisabetta Foradori, dopo aver concluso il suo percorso di formazione all'Istituto di San Michele all'Adige, viene mandato "in missione" in Toscana e da lì non si è più mosso, perfezionando quella sorta di simbiosi con il territorio che è indispensabile per realizzare quelle bottiglie che erano nel progetto iniziale di questa avventura. Nonostante la sua totale disponibilità, indubbia preparazione e chiarezza espositiva, Marco preferisce che siano i vini a parlare e quindi, dopo una doverosa presentazione dell'Azienda che ho sopra riassunto, passiamo alla degustazione.

BIANCO DI AMPELEIA IGT Costa Toscana Bianco 2017

Prodotta per la prima volta nel 2016, questa bottiglia è figlia di una annata non splendida ed inoltre il vino è in vetro, senza aver subito alcuna filtrazione, da solo tre settimane. La vendemmia avviene da una vigna "mista" con prevalenza di Trebbiano e presenza di Ansonica e Malvasia. Questo impianto nasce da reinnesti del 2015 presi da una vecchia vigna di circa 60 anni. Il vino è un bianco... di nome ma non di fatto. Il colore giallo quasi dorato è frutto di una macerazione di una settimana in cemento. Il tannino che si avverte chiaramente in bocca deriva quindi esclusivamente dall'uva. Il naso quasi mieloso trova rispondenza in bocca con un attacco quasi dolce che viene subito ribaltato da una acidità sferzante, una decisa sapidità e la chiusura tannica che comunque contribuisce a prolungare la persistenza del sorso. I vigneti hanno giaciture tra i 300 e i 600 metri di altitudine i terreni centrali sono più sciolti, dominati dalle argille mentre più in alto c'è più scheletro con predominanza di galestro. Il vino non è ancora totalmente stabilizzato ma ha una grande complessità e completezza. Il ritorno balsamico ed agrumato lo rendono particolarmente invitante ed adatto ad un impiego gastronomico.

UNILITRO IGT Costa Toscana 2016

Dagli impianti più giovani viene prodotto questo vino che anche nel formato dell'imbottigliamento vuole essere un prodotto non impegnativo pur non essendo banale. Vigneti sono quelli a bassa quota di Alicante Nero, Mourvedre, Carignano, Alicante Bouschet. Dopo la fermentazione affina sempre in cemento per circa 6 mesi prima dell'imbottigliamento. Bellissimo colore rubino lucente, naso floreale e fruttato, bocca dolce ma al contempo tagliente con una bella nota di frutta rossa. Un vino leggero ma non vuoto, naso fresco, marcato, non complesso ma pulito e con una bevibilità assolutamente piacevole.

KEPOS IGT Costa Toscana 2015 e 2016

Le uve sono le stesse utilizzate per il vino precedente ma con alcune differenze sostanziali. In primo luogo la provenienza delle uve: qui confluiscono i grappoli raccolti dalle vigne più vecchie e con giacitura più alta. Altra differenza sostanziale è la vinificazione. Se per Unlitro le uve vengono lavorate separatamente e poi assemblate, per Kepos i diversi vitigni cofermentano in vasca. I diversi gradi di maturazione dei grappoli contribuiscono, grazie a questo sistema, a creare un ottimale bilanciamento di zuccheri e acidità nella massa complessiva che si avvia alla fermentazione. Le due annate hanno avuto diversi andamenti climatici. Il 2015 ha visto un inizio piovoso poi migliorato verso maggio e picchi di calore tra luglio ed agosto. Molto più regolare ed equilibrata la 2016 con belle escursioni termiche tipiche delle estati mediterranee in queste zone. Dopo la fermentazione il vino completa l'affinamento in cemento sopra le proprie fecce per circa 10 mesi in cemento per poi essere trasferito senza alcuna filtrazione in bottiglia dove riposa per altri 5/6 mesi prima di essere commercializzato.

Il 2015 ha un percepibile accenno di lavanda, una nota di rosmarino o comunque macchia mediterranea con un lieve tono smaltato sufficiente la freschezza e buona mineralità che alleggerisce il sorso che termina con una chiusura leggermente ammandorlata.

Già al colore il 2016 si caratterizza per un'unghia più violacea, il naso è più profondo ma ancora chiuso. Una energica ossigenazione contribuisce a liberare sentori di liquirizia ed una punta di cacao. I tannini sono più dritti ed eleganti rispetto al 2015 e complessivamente il vino mostra una maggiore spinta acida a vantaggio di bevibilità e persistenza.

ALICANTE IGT Costa Toscana Alicante Nero 2016

Primo vino che vede la vinificazione in purezza di un vitigno. Solo Alicante Nero (noto anche come Grenache in Francia o Cannonau in Sardegna) questa uva trova in questo territorio una declinazione decisamente diversa. Il vino è quasi un rosato intenso le uve provengono dalle vigne a 300 metri di altezza della particella chiamata Vigna della Pieve che vede uno strato superficiale di ciottoli adagiati su un substrato di argilla rossa e terreni sciolti. Il grande equilibrio raggiunto dalle piante ha permesso a Marco Tait di utilizzare in vinificazione anche un 20% di uva intera per sfruttare la maggiore acidità e lunghezza che grazie ai raspi si riesce ad ottenere. Il naso ha una decisa impronta di arancia sanguinella, uno spunto speziato, quasi pepato, cui fa da contraltare uno sbuffo soffice di rosa canina. Il naso si apre e richiude vorticosamente, è sufficientemente profondo ma leggero, in bocca il sorso è sostanzioso con una bella chimica fresca e sapida.

CARIGNANO IGT Costa Toscana Carignano 2015

Prima annata prodotta per questa bottiglia frutto di sole uve Carignano raccolte da una parcella a 300 metri di altitudine caratterizzata da argille grigie e galestro, protetta e circondata da lecci e macchia mediterranea. Il vino è piuttosto austero, quasi scontroso. Sicuramente è preponderante la frutta rossa, in bocca tuttavia è anche pungente. Al frutto fresco si alterna una trama speziata, la beva è dritta, lineare, quasi scoppiettante con una persistenza che difetta però un po' di lunghezza. Limite che credo possa essere figlio soprattutto dell'eccessiva gioventù, tradita da questa alternanza gustativa.

CABERNET FRANC IGT Costa Toscana Cabernet Franc 2016

Questa vigna fu piantata dai precedenti proprietari della tenuta con l'intento di produrre un vino che ben si sposasse con la carne di piccione che loro producevano. I vigneti sono a Roccatederighi, a 500 metri di altezza e affondano le radici in un suolo ricco di galestro. La vinificazione con un 30% di raspo libera tutta la potenza di un territorio arroccato sulle rocce di trachite. Il bicchiere è violaceo, al naso c?è frutto fresco, foglia di pomodoro e peperone. E' però un erbaceo estremamente piacevole privo di certi eccessi sgraziati che vengono purtroppo troppo spesso identificati come tipici di questa uva. Il vino è ancora giovanissimo: fiori, frutta, fieno, tabacco e cacao si alternano in una successione di sensazioni che rivelano la grande potenzialità di questa bottiglia. E tutto con una gradazione alcolica di soli 12 gradi...!

AMPELEIA IGT Costa Toscana 2013, 2014 e 2015

Affrontiamo adesso la verticale del vino che porta il nome dell'Azienda e che quindi ne è virtualmente il portabandiera. Negli anni questo vino ha visto variare la sua composizione come pure la tecnica di vinificazione. Nelle prime annate 2002 e 2003 le uve provenivano dai vigneti di Cabernet Franc, Merlot e Cabernet Sauvignon presenti nella parte alta ed acquisiti dalla precedente proprietà. Dal 2004 il Merlot esce dall'assemblaggio ed entrano in scena basse percentuali di vitigni mediterranei impiantati nella parte bassa della tenuta. Dal 2013 si arriva all'assetto attuale con una assoluta predominanza (85/90%) di Cabernet Franc dei vigneti di Roccatederighi ed il restante saldo di Sangiovese. Dal punto di vista delle pratiche di cantina l'affinamento inizialmente avveniva in barrique nuove, poi spostato su legni sempre piccoli ma usati per arrivare alla vendemmia del 2014 dalla quale si passa all'affinamento in botti grandi da 50 ettolitri.

Il 2013 si presenta con un colore intenso ma non particolarmente luminoso. Il naso è profondo, c'è una decisa nota dolce riconducibile alla ciliegia sotto spirito. In bocca è caldo e avvolgente, una sferzata è data dal nerbo erbacea contrapposto al frutto maturo e al contempo acido del ribes nero. Non sono ancora avvertibili le note terziarie ma purtroppo la godibilità è leggermente penalizzata da una nota alcolica che, in questa fase evolutiva, è un po' troppo slegata e percepibile.

Completamente diverso l'impatto dell'annata 2014, complice anche un andamento climatico caratterizzato da piogge molto abbondanti. Il vino si propone glicerico ed avvolgente. Forse pecca in persistenza ma sicuramente ha già un proprio bilanciamento, il tannino è molto levigato, la vena erbacea appena tratteggiata dona una buona facilità di beva. Un vino quasi pronto che non lascia prevedere ampi margini di miglioramento in prospettiva evolutiva.

Terza annata e terza diversa personalità. Il naso del 2015 è vibrante di frutta rossa e spezie. La gioventù è tradita dal continuo tentativo di aprirsi per poi richiudersi subito dopo. Il vino è succoso, fresco e minerale con un piacevole retrogusto aromatico di timo e rosmarino. Il tannino è elegante ma ha ancora un notevole mordente che potrà smussarsi solo con un successivo affinamento in bottiglia.



Prima delle conclusioni finali è doveroso osservare che questi vini si esaltano nell'abbinamento con il cibo e che, come è usuale in queste occasioni, gli assaggi proposti da Delfina Piana si sono distinti come al solito per qualità di materie prime e leggerezza della lavorazione. Un caciucco povero con polipetti, calamari, vino bianco e salsa del Salento, dei fegatini di pollo e vitello, il pecorino stagionato con salsa di pere senapate ed il pane con grano antico Verna sono stati degni corollari ai numerosi assaggi della serata.

La disponibilità di Marco Tait, assieme ai contrappunti tecnici di Luca Bandirali e Delfina Piana hanno reso la serata molto piacevole ed hanno stimolato la partecipazione dei soci presenti.

C'è però un aspetto che non ho trattato e che ho volutamente tralasciato per affrontarlo in chiusura dopo il racconto dei vini: si tratta della parte relativa alla conduzione agronomica.

Come ho accennato all'inizio Marco arriva ad Ampeleia dopo una formazione tecnica tradizionale e con un approccio scientifico alla vinificazione ed infatti le prime annate di produzione vedono l'applicazione di una agricoltura e pratica di cantina tradizionale. Sotto la guida di Elisabetta Foradori però l'uomo si mette all'ascolto del territorio ed inizia a leggerlo cercando di comprendere la strada migliore per ottenere da esso i migliori risultati. Nel 2010 inizia la conversione alla biodinamica che, partendo dai vigneti più alti, si è conclusa nel 2104. Tutti i vini degustati sono stati quindi realizzato con l'impiego esclusivo di lieviti autoctoni e senza alcun tipo di filtrazione perché, come ha spiegato Marco, se lavori bene in vigna con la filtrazione puoi solo impoverire un vino di elementi preziosi. Il percorso enologico di Ampeleia è specchio di un cammino evolutivo che se si fosse fermato alla vigna sarebbe poca cosa parallelamente ad esso è avvenuta una analoga graduale evoluzione professionale di vita ed umano di Marco che ha vista stravolta tutta l'impostazione tecnico-teorica della sua formazione. Molto bella da parte sua l'ammissione delle difficoltà razionali nell'affrontare questo cambiamento, ma altrettanto illuminante la constatazione di essersi dovuto arrendere all'evidenza dei fatti. Se nel progetto iniziale Ampeleia avrebbe dovuto produrre un solo vino, adesso sono diventati ben sette perché la nuova vita delle vigne ha in un certo senso rivendicato attenzione, come a voler pretendere che il frutto di quei tralci ottenesse la meritata valorizzazione. Si potrebbe dire che l'approccio scientifico è salvo nella verifica empirica del lavoro. Per quanto si possa essere scettici sull'uso dei vari preparati biodinamici, resta innegabile il risultato. Nonostante l'innalzamento delle temperature si stanno abbassando le gradazioni alcoliche e questo perché le piante acquistano un loro particolare equilibrio che riduce progressivamente la forbice tra maturazione fenolica e tecnologica: eterno dilemma di chiunque debba individuare il corretto momento per la vendemmia. La forza del vignaiolo diventa quindi dare fiducia alle piante ed analogamente quello dell'enologo fidarsi dei propri mosti. Ecco che il vero lavoro diventa l'ascolto. Cito testualmente Marco: "In vigna devi camminare, altrimenti vai a fare un altro lavoro"! Torniamo quindi circolarmente all'inizio di questo racconto quando dicevo che la Natura talvolta può prendere il sopravvento e a sua volta forgiare quelle persone che avrebbero voluto o dovuto tentare di dominarla. Il territorio ha preso il sopravvento ed ha contribuito anche all'evoluzione personale di Marco e ne ha fatto in un certo senso lo strumento attraverso il cui lavoro parlarci di se stesso. Non è però una sconfitta ma anzi un grandissimo successo. Solo persone aperte ed intellettualmente vivaci come il nostro ospite riescono a mettere la loro competenza al servizio del territorio per creare questa speciale sinergia che, sono sicuro, non potrà che dare in futuro risultati sempre migliori.

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VOG
16 marzo 2018
ABBIAMO TOCCATO IL FONDO...

VOG
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di Antonio Lagravinese

Eccoci al resoconto della serata che ha rappresentato l'inaugurazione dell'attività Vog per l'anno 2018: una degustazione fuori dagli schemi ma che trova coerente inquadramento tra alcune dinamiche emerse ultimamente nel mondo del vino.
Tra gli anni sessanta e settanta la produzione vinicola ha visto l'ingresso in grande stile dell'Industria. Grandi capitali sono stati investiti per l'acquisto e "riprogettazione" dei vigneti, per la costruzione di modernissime strutture produttive, straordinarie cantine progettate da grandi nomi dell'architettura, enologi e Wine Maker hanno acquistato fama sempre maggiore creando dei veri e propri brand talvolta slegati dalla realtà agroalimentare del territorio, il fiorire di concorsi enologici e la fortuna editoriale di numerose guide ha portato i vini ad un generale appiattimento su identità facilmente riconoscibili ed apprezzabili dalla platea di consumatori il più vasta possibile. Il fenomeno non è di difficile comprensione. Nel momento in cui un soggetto investe considerevoli quantità di risorse per la realizzazione di un prodotto che verrà commercializzato in modo massiccio, è inevitabile la ricerca di una standardizzazione del gusto ed una costanza produttiva che rendano tale bene riconoscibile e godibile dal maggior numero possibile di acquirenti. Che si tratti di una mela, di un pollo o di una bottiglia di vino il Cliente che compra un prodotto con un dato marchio, deve essere certo di ritrovare sempre lo stesso aspetto, lo stesso gusto, possibilmente lo stesso prezzo. Purtroppo alla natura poco importa delle nostre esigenze imprenditoriali quindi, ad esempio, i meli potrebbero essere infestati dalle cocciniglie, un pollo può ammalarsi ed un grappolo d'uva essere attaccato dalla muffa. Per questo motivo si interverrà con tutta una serie di trattamenti volti a minimizzare questi rischi e riuscire ad ottenere sempre e comunque materie prime di accettabile qualità anche a dispetto del fato. Certo accettabile non vuol dire ottima... ma per il resto intervengono le tecniche di lavorazione. Se quindi al supermercato troviamo mele più o meno dello stesso calibro, colore e sapore, analogamente nel vino gli scaffali di enoteche e grande distribuzione sono stati invasi da bottiglie variamente dipinte ma che all'interno celavano liquidi tecnicamente perfetti, immacolatamente limpidi, perfettamente equilibrati e per alcune tipologie tendenzialmente abboccati per gratificare le papille gustative del consumatore meno evoluto. Qualcuno segna nello scandalo del metanolo (1986) il punto di svolta del settore enologico, io credo sia invece molto successivo. Certamente dagli anni novanta si è prestata maggiore attenzione al campo della eventuale sofisticazione alimentare ma ciò non ha minimamente scalfito il gusto dominante per vini iper-concentrati, con passaggi in legno esasperati, con tenori alcolici imbarazzanti e con residui zuccherini spesso avvertibili.
Il cambio di prospettiva che si inizia ad intravedere nel settore è figlio di un movimento culturale generalizzato, che sta fiorendo in tuti i paesi più industrializzati del mondo. E' lo stesso fenomeno che consente il proliferare dei negozi biologici nelle strade delle nostre citta, la comparsa dei settori bio nei supermercati, il fiorire dei mercatini a km0 nei quali contadini e/o allevatori vendono direttamente la loro produzione e lo sviluppo del turismo rurale presso aziende agricole od agrituristiche. Non è certo mia intenzione, né per competenze che per opportunità, esprimere considerazioni sociologiche sul fenomeno, non si può però che registrare questo dato di fatto: in questo momento "biologico" è bello, "contadino" è buono.
La corsa verso una "genuinità" del prodotto si muove su due binari: la ricerca della salubrità e la riscoperta della tradizione. Sul primo viaggiano le tecniche agricole aderenti ai disciplinari biologici o biodinamici, sul secondo ritroviamo la volontà di rivalutare tecniche di vinificazione ormai abbandonate ma organiche alla cultura di un territorio. A quest'ultimo gruppo si ispirano i vini oggetto della degustazione che vi vado a raccontare, per quanto prodotti da Aziende che si muovono perlopiù anche sul binario della naturalità in vigna.
La macro classificazione delle tipologie dei vini può essere, a prescindere dal colore dell'uva, quella tra vini fermi, vini spumanti e vini frizzanti. Se lo spumante deve avere una sovrapressione superiore a 3,0bar, il vino frizzante deve trovarsi nell'intervallo tra 1 e 2,5bar e le tecniche per ottenere l'intrappolamento di anidride carbonica all'interno della bottiglia sono essenzialmente tre: il metodo Classico (o Champenoise) il metodo Charmat (o Martinotti) e la rifermentazione in bottiglia (o metodo Ancestrale). Tutti sono caratterizzati da un più o meno lungo periodo di permanenza del vino sulle fecce prodotte dai lieviti, cui segue un processo di sboccatura o filtrazione per giungere al prodotto finito da imbottigliare.
Tutti i campioni selezionati per questa serata sono accomunati dall'utilizzo del metodo Ancestrale senza successiva filtrazione, quindi con il mantenimento dei lieviti all'interno delle bottiglie.
Lo spirito della degustazione, senza prescindere dall'aspetto tecnico, era quello di offrire una panoramica di cosa potrebbe offrire una tipologia di prodotto sicuramente di nicchia e con scarsa diffusione nel canale di vendita, anche per i numeri decisamente esigui con i quali viene prodotta. Un pubblico numeroso ed attento è stato molto partecipe offrendo spunti di discussione e manifestando pareri anche molto differenti com'era giusto e prevedibile che fosse.
Un vino che ha ricevuto giudizi quasi solo positivi è stato La Matta 2016 dell'Azienda Casebianche. Un Fiano in purezza raccolto in provincia di Salerno da vigne in conduzione biologica che svolge la seconda rifermentazione in bottiglia grazie all'aggiunta dello stesso mosto utilizzato per la prima fermentazione e precedentemente congelato. Un dosaggio zero spumante, perché raggiunge i 4,5bar di pressione, senza solfiti aggiunti, che accarezza il palato con una bella sensazione setosa ed elegante. Acidità sferzante, un accenno esotico di ananas al naso ma poi una decisa chiusura citrina che pulisce perfettamente il cavo orale e mostra una piacevole persistenza.
Più acceso il dibattito sul Prosecco Doc Colfondo di Casa Belfi. Maurizio Donadi, enologo, ha avviato un processo di recupero di alcuni vigneti di famiglia decidendo un approccio biodinamico e, nel caso in esame, vinificando l'uva Glera con la rifermentazione in bottiglia sulle fecce anziché con il consueto metodo Charmat. Quello che ci troviamo nel bicchiere è un vino che solo a fatica richiama l'idea che abitualmente abbiamo del Prosecco. In naso ha una nota fermentativa più accentuata rispetto al campione precedente, a qualche degustatore richiama maggiormente una birra. Il riposo sui lieviti per sei mesi ha lasciato un segno indelebile che probabilmente necessita di maggior tempo per essere metabolizzato. Percettibile anche una leggera nota sulfurea che rende questa bottiglia l'espressione di una idea al momento incompiuta.
Unanime apprezzamento invece per Belle, Nosiola frizzante 2015 Igt Vigneti delle Dolomiti uscita dalla cantina di Francesco Poli a Santa Massenza, provincia di Trento. Conduzione biologica e biodinamica con concimazioni esclusivamente a base di sovescio forniscono a Francesco uve perfettamente sane ed estremamente versatili dalle quali si ricavano vini fermi, Vin Santo e Grappa. L'impatto olfattivo è di mosto, il frutto in bocca è croccante, la persistenza è giocata sull'alternanza tra freschezza e sapida mineralità con una punta di leggera astringenza. Un vino di eccezionale bevibilità ed estrema pulizia.
Si cambia decisamente registro con il Set e Mez, Fortana dell'Emilia Igp di Mirco Mariotti. Ci troviamo nella zona del Bosco Eliceo, quindi con le vigne che affondano le radici nella sabbia. Proprio questa particolare tipologia di terreno ha protetto le piante dall'attacco della Filossera e troviamo quindi piante a piede franco. L'uva è integralmente Fortana che viene vinificata con il metodo Classico senza però subire l'ultimo passaggio della sboccatura. Bellissimo colore cerasuolo, una nota decisamente animale al naso che trova immediata rispondenza in bocca. Il vino cambia decisamente con l'areazione e l'innalzamento della temperatura. Si sviluppano note di erbe aromatiche, soprattutto timo, una decisa percezione salmastra ed una chiusura piacevolmente amaricante tipicamente di rabarbaro.
Nuovo cambio di rotta con la Cuvée Fondo....in fondo 2014 di Gaspare Buscemi. Ricavata tipicamente dall'unione di tre diverse annate (le due precedenti l'imbottigliamento e l'ultima che fornisce gli zuccheri necessari alla fermentazione) con uvaggio con predominanza di Ribolla Gialla ma poi anche Pinot, Sauvignon, Friulano, Malvasia Istriana e Verduzzo, a rispecchiare la variabilità delle vigne tradizionali friulane. L'impatto è potente, il vino ha una sostanza masticabile con sentori di frutta tropicale che non mortifica una freschezza quasi citrina. Incredibilmente sapido si svela con una bella persistenza su note fruttate bilanciata dalla mineralità in un connubio di solida eleganza.
Una piacevole sorpresa ha riservato l'ultimo vino in assaggio: Eos Valsusa Doc frizzante dell'azienda La Chimera. Un Piemonte lontano dai riflettori del mondo del vino ma purtroppo sotto quelli della politica per l'invadente cantiere della TAV. Eppure in questi terrazzamenti eroicamente strappati alla montagna c'è chi conserva ed esalta un vitigno tra i più sconosciuti ed identificativi di un territorio: l'Avanà. Qui l'approccio in vigna è tradizionale pur se con un utilizzo il più possibile ragionato dei trattamenti sistemi ed una eliminazione del diserbo. Quest'uva, della quale si ha traccia in Piemonte da prima del 1200, ha buccia spessa che trasferisce al vino uno splendido colore rosato intenso ed un sorso che richiama una succosa arancia sanguinella. Buona la freschezza e la sapidità di un sorso che chiude nuovamente su una nota quasi zuccherosa ma comunque ben bilanciata dalla leggera astringenza che ripulisce la bocca.
La serata si è conclusa con una libera degustazione di splendidi salumi, in particolare Coppa e Pancetta di Groppallo del Salumificio Salini, accuratamente selezionati dalla Vineria Fuoriporta accompagnati da un ottimo formaggio Salva Cremasco affinato sotto le vinacce procurato dal socio Vog e prezioso collaboratore Gaetano Gasnelli.
Ritengo pero utile fare qualche considerazione finale.
La presenza di un residuo sul fondo della bottiglia permette un duplice approccio da parte del consumatore finale: versare lentamente il vino in modo da avere un prodotto il più possibile limpido nel bicchiere e quindi scartare la parte finale della bottiglia dove si troverà concentrata la maggior parte delle fecce oppure, scelta compiuta durante la degustazione, agitare delicatamente il vino in modo da diffondere uniformemente i lieviti all'interno dell'intera massa e renderla in tal modo omogenea. Quest'ultimo approccio consente, oltre allo sfruttamento integrale del prodotto, di apprezzare al massimo il valore aggiunto conferito al vino dalla presenza di questi depositi. E' chiaro che anche per questo aspetto il servizio di questi vini deve essere accompagnato da opportune considerazioni che mettano il consumatore nelle condizioni di comprendere che quello che potrebbe sembrare un difetto è un punto di forza.
I vini che abbiamo degustato erano decisamente giovani, come si conviene abitualmente ai vini frizzanti, ma il metodo ancestrale permette di ottenere maggiori potenzialità di conservazione. Terminata la fermentazione infatti, i lieviti rimasti nella bottiglia inizieranno lentamente il processo detto di autolisi che consiste nella liberazione di sostanze proteiche, principalmente mannoproteine, che fungono da vero e proprio conservante per il vino. Il risvolto della medaglia è che affinché ciò avvenga nel migliore dei modi la qualità dei microrganismi deve essere assoluta, diversamente è possibile, anzi frequente, che si liberino composti che anziché arricchire il vino ne creano deviazioni olfattive e gustative. Torniamo quindi al ragionamento con il quale abbiamo aperto questo articolo: la naturalità, la riscoperta di pratiche arcaiche, l'assenza assoluta di interventi invasivi non è per tutti. E' indispensabile avere una materia prima di assoluta qualità ed una competenza tecnica (che non vuol dire tecnologica) senza cedimenti.
Ogni degustazione è stata preceduta da un breve filmato nel quale i singoli produttori presentavano il loro vino o la loro filosofia produttiva. Mi piace citare due passaggi di Maurizio Donadi di Casa Belfi. In un primo intervento riferito alle pratiche in vigna sosteneva di "ricercare il casino" , cioè la biodiversità necessaria per fare in modo che le vigne imparino a difendersi da sole dalle avversità. Continuava affermando che suo nonno faceva 4-5 trattamenti all'anno mentre se adesso sulle colline circostanti con 15-16 trattamenti annui non si riescono a debellare le malattie è evidente che c'è un problema. Il secondo passaggio interessante riguardava la selezione dei lieviti più adatti: ebbene la sua esperienza lo ha portato alla conclusione che è il substrato a selezionare il lievito. Tradotto in termini comuni: uve di qualità vengono lavorate da lieviti di qualità, una sorta di autoselezione, se i grappoli non sono invece all'altezza, iniziano a proliferare anche microrganismi che possono portare a deviazioni non gradite.
Questa tipologia di prodotti ha dimostrato una indubbia personalità, il che significa anche capacità di convincere o dividere ma ciò è solo un bene. In ogni caso la effervescenza, più o meno presente, la comune freschezza, la discreta complessità rende questi vini ideali all'abbinamento gastronomico che è tipicamente quello tradizionale del territorio, proprio perché frutto di una tradizione pluricentenaria.
Tutto bello quindi? Non direi. Proprio il successo mediatico di questi approcci ha creato un mercato nel quale si sono tuffati sia per convinzione che anche per opportunismo, tanti soggetti che hanno poi dimostrato di non avere le capacità tecniche o la materia prima adatta per produrre vini privi di aiuti, siano essi agronomici o tecnologici. Non è difficile trovare bottiglie con evidenti difetti venduti con la giustificazione della naturalità.
Questa serata è servita per fornire una panoramica certo non esaustiva ma indicativa di diverse interpretazioni della tipologia, una base da utilizzare come metro di giudizio per affrontare altri prodotti presenti sul mercato.
Sento sempre più spesso dire che il progresso deve essere capace di guardare al passato. Ad una recente manifestazione sui vini naturali ho avuto il piacere di fare una lunga chiacchierata con Gaspare Buscemi. Mi permetto di prendere a prestito una sua frase, chiedendo anticipatamente scusa all'autore se non la riporto fedelmente: "bisogna fare attenzione, il progresso vuol dire andare sempre avanti, diverso è fare cultura".
Nel suo piccolo, come associazione, Vog ha l'ambizione, con queste serate, di contribuire a fare cultura.

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VOG
9 febbraio 2018
Serata VOG BRESCIA "METTIAMOLI IN FILA"

VOG
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di Si.Ri.

Venerdi sera io e mio marito abbiamo partecipato a una piacevole serata "sul vino",
organizzata da Massimo Tinelli, ambasciatore per Brescia dell'associazione VOG (Vista Olfatto
Gusto).

Lo scopo della sera era riconoscere 4 vini bianchi e 4 vini rossi serviti alla cieca.
Massimo è partito versando prima 4 vini bianchi (coperti), indicandoci: vitigno, zona di
produzione e vinificazione, dopo un lasso di tempo dove i partecipanti hanno cercato di
individuare quali fossero i vini versati, è stata svelata la corretta sequenza, lo stesso
procedimento è stato utilizzato per i vini rossi.

Devo ammettere che riconoscere dei vini alla cieca non è sempre facile, è però molto stimolate
e sotto certi aspetti divertente è un bellissimo esercizio di ricerca delle caratteristiche del
vitigno, e molto spesso della zona di produzione.

Vorrei ora raccontare in due parole gli otto vini che abbiamo avuto il piacere di degustare
partendo dai vini bianchi:

Primo vino

FALANGHINA (Campi flegrei Falghina DOC 2016) LA SIBILLA

Un vino che mi ha colpito per la sua esuberante acidità accompagnata da una discreta
mineralità, I profumi che si sprigionano sono di frutta fresca, erbe aromatiche, un vino non
molto persistente, ma nel complesso piacevole.

Secondo vino

SAUVIGNON BLANC (Vigneti delle dolomiti Igt 2016) VETTE DI SAN LEONARDO

Difficile sbagliare, subito al naso si percepiscono i profumi del sauvignon, aromi di frutta e
piante aromatiche, in particolare il pompelmo e piacevoli note di salvia, una piccola dose di
foglia di pomodoro, in bocca un vino elegante, con un buon equilibrio.

Terzo vino

MALVASIA (Venezia Giulia IGT 2013) NICOLINI

Di questo vino subito mi ha colpito il colore, un giallo quasi dorato, un bel colore brillante,
caratteristiche di un vino evoluto, al naso si percepiscono profumi maturi, di frutta candita,
marmellata di albicocca, in bocca una bella acidità e una lunga persistenza penso subito
all'abbinamento, un formaggio stagionato o con un bel piatto di prosciutto crudo,

Quarto vino

MULLER THURGAU (Alto Adige Valle Isarco Doc 2014) SASS RIGAIS MANNI NOSSING

Un giusto equilibrio, una bella freschezza e sapidità, ma rispetto agli altri mi è piaciuto un po'
meno.

Prima di passare ai vini rossi, abbiamo avuto il piacere di mangiare un ottimo risotto agli agrumi,
grazie al quale siamo riusciti a ricominciare la degustazione con più forza e energia.

Riconoscere i vini rossi a me risulta un po' più difficile, alla fine però ci sono quasi riuscita...

Quinto vino

PINOT NERO (Alto Adige DOC 2013) BLAUBURGUNDER WEINGUT GOTTARDI

Primo vino rosso della serata, direi niente male, un bel rosso rubino, tendente al granato,
profumi di frutti di bosco, qualche nota erbacea e vegetale, un vino con una bella struttura ed
eleganza

Sesto vino

AGLIANICO (Irpinia Campi Taurasini doc 2011) MALABRUNO AMARANO

Di questo vino colpisce subito la componente alcolica, un vino caldo, un vino che viene del sud,
profumi di frutti rossi, spezie, in bocca si sente una bella struttura accompagnato da una
discreta freschezza.

Settimo vino

BAROLO DOCG 2012 BROVIA

Un rosso rubino, non molto intenso, profumi di frutta rossa matura, ciliegia, prugna, fiori secchi,
in bocca un bel tannino vivo ma elegante, un vino di grande eleganza, che subito mi fa pensare
al Barolo: "il re dei vini, il vino dei Re!!"

Ottavo vino

AMARONE DELLA VALPOLICELLA CLASSICO DOCG 2013 AZIENDA AGRICOLA BRIGALDARA

Al primo sorso ho sentito un sapore amaro, molto forte, poi dopo circa 5 minuti ho riprovato ad
assaggiarlo, del sapore amaro erano rimaste solo delle piccole tracce, questo vino non mi è
piaciuto molto, ho fatto fatica a riconoscere che fosse un amarone, di cui avevo un ricordo
diverso, la confettura di amarene e di lamponi io non sono riuscita a sentirla!!

Spero di partecipare il prima possibile ad un'altra serata...

FORZA MASSIMO ORGANIZZA!!!

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8 dicembre 2017
POSSONO CREARE DIPENDENZA: INCONTRO CON L'AZIENDA CENTOVIGNE

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di Antonio Lagravinese

Se ci sono vitigni che sono legati indissolubilmente ad un territorio, il Nebbiolo é certamente uno di essi. Tuttavia la realtà enologica è molto differente da quella mediatica e commerciale.
Abbiamo visto dal resoconto della nostra trasferta in Valtellina come anche in Lombardia esista un areale di produzione particolarmente vocato ma oggi torniamo nella culla ideale di quest'uva, il Piemonte, spostandoci però dai conosciutissimi Barolo e Barbaresco. La grande notorietà guadagnata dal questi vini simbolo dell'enologia Piemontese, se da un lato ha fatto da traino per la viticoltura della regione, dall'altro ha stritolato con il peso della propria immagine, tutta una serie di denominazioni a torto considerate "minori" ricavate dalle medesime uve.
Chi avuto la fortuna di studiare l'enografia nazionale forse ricorda ancora l'elenco delle denominazioni del nord Piemonte a predominanza uva Nebbiolo: Gattinara, Ghemme, Boca, Bramaterra, Carema, Fara, Lessona, Sizzano... e spero di non averne dimenticate. Ora invito tutti ad una riflessione: a parte forse qualche Gattinara o, più difficilmente Ghemme, quanti di noi ha trovato bottiglie delle altre Doc fuori dal territorio piemontese? Se vi dicessi poi che non è così infrequente trovarle all'estero, abbiamo un quadro indicativo dell'ignoranza italica nei confronti delle proprie eccellenze. Ad ulteriore conferma di quanto detto, ad introduzione della serata, è stato letto uno stralcio della rivista Forbes che ha individuato le Colline dell'Alto Piemonte come una delle dodici mete più sottovalutate del pianeta! Ci sembra in caso di aspettare che siano gli Americani a farcele scoprire?
Come portabandiera certamente di se stessa ma anche del territorio nel quale è radicata, è giunta a Crema l'Azienda Centovigne nella persona del Deus ex-machina Daniele Dinoia accompagnato dalla moglie Silvia.
La sede è a Cossato, ad un passo dalla denominazione Lessona, all'interno del castello di Castellengo, splendida dimora storica del X secolo, arroccato su una collina dalla quale domina la pianura e le circostanti colline biellesi.
Il primo approccio l'abbiamo avuto in modo informale sorseggiando l'unico bianco prodotto in abbinamento ad una "frittata rognosa" realizzata con pasta di salame, oltre ovviamente ad uova e formaggio. Il vino è il Miranda, un Erbaluce raccolto da vecchie vigne a pergola e spalliera, vinificato in cemento con un paio di giorni di macerazione per cercare di recuperare una frazione di antociani, decisamente percepibile dal corpo che ha retto benissimo una preparazione impegnativa come questa, ma perfettamente bilanciato da una splendida sapidità ed un'ottima freschezza che invogliano alla beva. "Questo vino è acido come l'Erbaluce e sapido come il terreno" spiega Daniele. Il sottosuolo è ricco di sabbie marine silicee, stiamo parlando di territori che erano la spiaggia delle terre emersa, attaccati ad uno dei cinque vulcani la cui eredità è ancora determinante per la qualità e caratteristica delle uve. L'area vitata a fine ottocento arrivava a sforare i 40.000 ettari, ora è poco più di 1.000 perché la filossera prima e la tremenda tempesta del giorno 11 Agosto 1905 ha devastato tutto il comparto agricolo. Da quel momento, sfruttando la ricchezza di acqua e il dislivello dei fiumi adatto alla produzione di energia elettrica e facendo tesoro dell'elevata acidità delle acque stesse, adatte al lavaggio dei tessuti, il Biellese si è convertito all'industria tessile affiancata in seguito a quella del mobile. La viticoltura si è trovata relegata all'autoproduzione oppure a produzioni di nicchia. Negli ultimi anni, complice anche la crisi industriale, c'è un ritorno alla riscoperta dell'attività agricola. Nel caso dell'azienda Centovigne si può quasi parlare di archeologia vinicola perché enorme è lo sforzo che è stato fatto per recuperare piccolissime parcelle di 100/200 metri, con viti anche centenarie e talvolta prefilosseriche, con proprietari emigrati all'estero e con la necessità di stipulare anche 40 atti notarili distinti per acquisire un solo ettaro di vigneto. Questo impegno trova giustificazione nell'esigenza di restituire dignità al "Vino fino", come era ritenuto un tempo il vino del Castellengo. Questa splendida struttura, il cui recupero è iniziato nel 1999, era lasciata ad uno stato di abbandono tuttavia nelle sue cantine, devastate e razziate dai partigiani, dietro inferriate murate, sono state trovate bottiglie del 1800 ancora bevibili e sicuramente emozionanti! Ad ulteriore testimonianza della storicità della regione si pensi che Quintino Sella brindò all'unità d'Italia con un Lessona e che ad Oleggio, in provincia di Novara, nacque nel 1874 la prima stazione enologica italiana i grandi Barolo, a detta di Daniele, iniziano solo nel dopoguerra.
Un grande enologo francese diceva che quando parli del climat della Borgogna non guardi verso il cielo ma verso la terra. Ebbene, in questo spicchio di Piemonte, nell'arco di trenta chilometri ci sono terreni diversissimi nei quali sono stati messi a dimora numerosissimi cloni di Nebbiolo, oltre a diversi vitigni autoctoni quali Croatina, Uva Rara, Vespolina ed altri.
Il primo vino rosso che ci troviamo a degustare è il Rosso della Motta 2016. Si tratta di un Vino da Tavola, in realtà un Coste della Sesia declassato, a base Nebbiolo per l'80% ed il restante 20 composto da Croatina, Vespolina, Uva Rara ed altre uve presente nei filari composti da differenti varietà come si usava un tempo. Il terreno della collina di Mottacciata (dalla quale il nome) è sostanzialmente composto da sabbie marine rosse con altissima acidità (ph 3,4) che si trasmette nella freschezza del vino, comunque ottimamente controllata dalla componente fruttata e dal naso decisamente dolce un tannino molto sottile, probabilmente regalato dalle piante più vecchie e prefilosseriche dona complessità ad un bicchiere di straordinaria beva. La vinificazione per questo prodotto avviene solo in cemento ad opera di lieviti indigeni che, oltre che trovarsi sulla buccia dell'uva, si moltiplicano in cantina durante la fermentazione dell'Erbaluce che viene raccolto e lavorato prima del Nebbiolo.
La gestione in vigna avviene secondo quanto Daniele definisce "agricoltura ragionata" in fase di conversione al biologico, ossia massima attenzione alla naturalità del prodotto, esclusione dell'uso di prodotti sistemici, lotta integrata con il supporto dell'Università di Udine, utilizzo di alghe sulle barbatelle, arricchimento del terreno tramite humus di lombrico ma al contempo nessuna preclusione al ricorso a trattamenti più invasivi quando l'annata o particolari situazioni mettono in pericolo il raccolto o, ancor peggio, la sopravvivenze delle piante. Sicuramente anche un utilizzo intensivi di "solo" rame e zolfo porterebbe ad una nefasta sterilizzazione del terreno per fortuna le vigne recuperate si trovano al confine di boschi ed ai piedi delle Alpi e questa combinazione di fattori riduce drasticamente l'esigenza di ricorrere a frequenti trattamenti. L'attenzione in vigna trova poi coerente continuità nelle pratiche di cantina indirizzate alla conservazione delle peculiarità delle uve. Dalla constatazione che il mosto è particolarmente ricco di componenti metalliche è scaturita l'esigenza di abbandonare i contenitori di acciaio e recuperare le storiche botti di cemento. Anche in questo caso possiamo parlare di archeologia industriale perché l'azienda che produceva queste botti è ormai dedita a prodotti che nulla hanno a che fare con l'enologia, tuttavia la caratteristica di questi contenitori è unica: come già il nome "La Monolitica" tende a suggerire, queste botti sono totalmente prive di giunture interne, zone ideali per il deposito di tartrati che possono causare spiacevoli deviazioni al vino inoltre le pareti non resinate di dieci centimetri di spessore garantiscono al contempo un'ottima inerzia termica ed una dosata microtraspirazione.
Sempre vinificato in cemento, ma poi passato per un anno in botte grande è il Centovigne 2012 Coste della Sesia Doc. La composizione delle uve è simile al vino precedente ma la provenienza è dai vigneti attorno al castello qui le uve affondano le radici su ciottoli di morena glaciale. La Vespolina matura più dolcemente ed arricchisce il bicchiere di una nota dolce e maggiormente fruttata che si esalta nel bicchiere con il passare dei minuti. In bocca invece l'attacco è balsamico, una nota smaltata non disturbante, liquirizia in evidenza, piacevolmente erbaceo in realtà austero ma con un finale bitter ricercato dal produttore per renderlo più versatile in fase di abbinamento. Ed in effetti ha ottimamente accompagnato uno squisito coniglio in Civet frutto delle sapienti mani di Delfina Piana e del dolce tepore della sua mitica stufa sulla quale, dopo una marinatura di un giorno, è stato dolcemente cotto per oltre due ore. Ad accompagnarlo una tipica polenta concia con formaggi.
Il Nebbiolo è un vitigno alpino, Valle d'Aosta, Carema, Valtellina... solo dopo si sposta nel sud del Piemonte. Nelle Langhe i filari d'uva servivano per delimitare le proprietà destinate prevalentemente all'agricoltura tradizionale mentre nel nord della regione costituivano l'unica coltura perché il clima combinato all'altissima acidità del terreno non permettevano la riuscita di altri prodotti agroalimentari. La maggiore esposizione solare, complice il contemporaneo innalzamento delle temperature produce nella zona del Barolo e Barbaresco uve che raggiungono la maturazione fenolica portando con sè un tenore zuccherino che genera vini che sfiorano i 15 gradi alcolici con tannini molto più potenti. Il Nebbiolo di montagna deve puntare alla finezza, con una parziale eccezione per i vini di Bramaterra le cui uve hanno giacitura su terreni in parte rocciosi con porfidi vulcanici che per irraggiamento scaldano maggiormente i grappoli.
Daniele è convinto che "il Nebbiolo è uno stato d?animo" , ha una visione vitruviana del vino, nel senso che l'uomo è al centro: la natura non fa vino , nel bicchiere si trova l'uomo che lo ha prodotto, le sue scelte e la sua vita. Camminando per le cantine del Castellengo si sente la responsabilità di produrre vini negli stessi locali che custodiscono bottiglie centenarie ancora bevibili e da questa ambizione nasce il vino di punta dell'Azienda: il Castellengo.
Nebbiolo in purezza, raccolto da vigne messe a dimora nel 1999 sul versante sud-sud ovest di questa collina sabbiosa, svolge la fermentazione alcolica parte in cemento e parte in acciaio per poi passare in botti grandi da 15hl e restarvi per un anno. Anche in questo caso emerge la cura del dettaglio, che poi proprio un dettaglio non è, ma ha anzi un valore sostanziale: la scelta del legno per le botti. Centovigne acquista le botti da un piccolo artigiano austriaco, prenotando il legno ancora in pianta. In questo modo può selezionare specifiche piante che crescano sufficientemente fitte per elevarsi in altezza senza sviluppare rami nella parte bassa del tronco. Ciò significa ricavare assi molto lunghe e prive di nodi, quindi senza disomogeneità. Le doghe vengono poi ricavate rigorosamente a spacco e particolarmente spesse in modo da permettere una ottimale microssigenazione dopo la fase di calibrata affumicatura.
Del Castellengo ci sono stati serviti in contemporanea tre annate: 2009, 2010 e 2011. In termini di vinificazione l'unica differenza è che l'annata 2009 ha subito l'affinamento solo in tonneau da 500 litri. Le differenze tra i tre bicchieri sono facilmente percepibili. Il 2011 ha un naso compresso, si apre a fatica in bocca ma poi mostra una buona complessità, un piacevole fondo fruttato, una buona persistenza ma una nota calda che disturba leggermente. Il 2010 è virilmente teso, tostato, ha un tannino più verde del precedente, sembra nascondersi dietro la sua straripante sapidità ma rivela una bella nota balsamica con il frutto ancora sacrificato dalla straripante gioventù. Il 2009 è il vino che mostra il minor potenziale di invecchiamento ha un naso con frutto scalpitante, penetrante e salmastro, con una nota iodata tipica del sottosuolo di origine marina ed un sottofondo smaltato dovuto probabilmente all'utilizzo esclusivo della botte piccola. Analizzate le differenze vediamo però cosa accomuna queste bottiglie. Sono tutti vini pieni, senza alcuna caduta a mezza bocca, nessuno mostra segni di terzializzazione, tannini robusti ma indifferentemente gentili ed eleganti con bellissima sapidità. L'annata del 2010, con il suo frutto ancora integro dopo oltre sette anni dalla vendemmia, lascia presagire un potenziale di invecchiamento di 30/40. E' una vendemmia sulla quale Daniele scommette, non è un vino immediato ma il Nebbiolo di queste terre non deve e non vuole essere ricordato per la sua immediatezza. Anche in questo caso si è rivelato perfetto l'abbinamento con una toma piemontese con mostarda.
Il Castellengo, come il Centovigne, è classificato come Coste della Sesia Doc ma Daniele preferirebbe una denominazione Colline Biellesi. E' convinto che al momento della stesura del disciplinare la politica del territorio, focalizzata sulla salvaguardia dell'industria tessile, non abbia perorato adeguatamente le peculiarità di questo areale che, di fatto, non appartiene certamente al bacino orografico del fiume Sesia. Anche in questo si dimostra l'ambizione e l'orgoglio di farsi portavoce per il rilancio di una antichissima storia enologica che merita rilancio. Al momento attuale la somma di tutti i produttori biellesi raggiunge le dimensioni di un produttore medio delle Langhe. L'azienda Centovigne ha una forza produttiva di circa 30.000 bottiglie, per il 95% esportate all'estero. Con l'acquisto di un'altra cantina a Lessona la produzione verrà sicuramente incrementata ed il progetto Longitudine 8° si prefiggerà di realizzare un vino per ogni singola parcella di vigneto.
La serata si è conclusa in modo informale come si è aperta: con biscotti di Meliga e Caldarroste abbiamo salutato Daniele e ringraziato per la sua disponibilità.
Se con il Rosso della Motta, vino che viene sbicchierato ei Wine-bar di Parigi, ha vinto la scommessa di produrre un Nebbiolo giovane ma con tannini non ruvidi ed estremamente bevibile, gli resta da vincere la partita più importante, quella contro il tempo. La serietà del lavoro, l'approccio rigoroso, il grande entusiasmo produrranno vini sempre migliori che sicuramente qualcuno, tra diversi decenni, sorseggerà con piacere nelle storiche cantine del castello di Castellengo.

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