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Editoriale VOG
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18 maggio 2018
IRRIPETIBILE ED UNICA:VERTICALE VALTELLINA SUPERIORE BALGERA

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di Antonio Lagravinese

Il Giorno 18 Settembre abbiamo avuto la fortuna di essere accolti dalla cantina Balgera in Valtellina per una splendida visita e successiva degustazione dei loro vini. Per completezza di informazione invito chi non ha partecipato a quella trasferta a leggere il resoconto della giornata reperibile sul sito di VOG nella sezione editoriali. Dico ciò non per spirito di autoreferenzialità ma perché la serata che si è svolta il 2 maggio a Crema altro non è che la naturale prosecuzione di quell?incontro. Paolo Balgera in persona, accompagnato dalla moglie Paola, ha voluto ricambiare la visita portando con sé una selezione di vecchie annate non più in commercio, delle riserve di cantina che vengono stappate solo in occasioni particolari. Stiamo comunque parlando di una cantina, la più vecchia del territorio, la cui età media dei vini in vendita si aggira tra i 12 ed i 15 anni. Questa specificità è figlia di alcune all'apparenza semplici caratteristiche: tutti i vini sono a base di Nebbiolo in purezza, vengono prodotti solo vendemmie storiche e tutti sono privi di trattamenti. Tutti qui? Già... ma queste tre peculiarità per quanto sembrino banali, fanno di Balgera l'unico vero tradizionalista rimasto in Valle.
Lo stoccaggio prolungato in cantina non avviene per lo spirito masochistico di Paolo ma semplicemente perché non lavorando i tannini in cantina e non applicando processi di disacidificazione i vini primi di quella data non sono nella condizione di essere messi in commercio.
La struttura orografica, geologica e pedoclimatica della Valtellina è molto variegata e questo si riflette direttamente nella personalità dei vini. La zona di Maroggia è la parte più ad ovest e di più recente riconoscimento quale Docg. Spostandosi appena più ad est entriamo nella prima sottozona storica della Valtellina: Sassella. Questi terreni sono poco profondi e caratterizzati da molti sassi e rocce con quasi totale assenza di limo che è invece più presente nella adiacente sottozona Grumello. Da queste due aree arrivano vini più strutturati e corposi con una particolare sensibilità del Sassella nei confronti delle annate siccitose perché il terreno meno profondo permette una minore riserva d'acqua e può creare problemi alle piante. Se Sassella, Grumello e Valgella sono dei promontori, la zona dell'Inferno, successiva a Grumello nel nostro virtuale viaggio in valle, è una conca e come tale soggetta a temperature più elevate e maggiore umidità causata dal ristagno d'aria. Queste particolarità, unite alla natura sassosa del substrato, determinano la produzione di vini con colore decisamente più profondi perché le temperature elevate aumentano la maturazione di antociani, polifenoli e congiuntamente maggiore concentrazione di tannini. Chiude l'area del Valtellina Docg la sottozona Valgella, quella con i terreni in assoluto più profondi e ricchi di limo. Questa morfologia aiuta la vite mandandola molto difficilmente in stress idrico la maggiore profondità permette inoltre alle radici di affondare maggiormente nel sottosuolo, recuperando preziose doti di mineralità.
Il lavoro in vigna e cantina di Paolo è oggi ancora focalizzato sulla valorizzazione delle peculiarità delle singole sottozone ma con una visione prospettica che lo dovrebbe portare alla vinificazione ed imbottigliamento separato di singoli cru nell'ottica di un superamento della denominazione a vantaggio della riconoscibilità delle singole vigne.
Alla luce di questo cappello introduttivo e di quanto già sperimentato in cantina da lui, lasciamo al nostro ospite il compito di guidarci nella degustazione e.... apriamo le danze.

VALTELLINA SUPERIORE INFERNO DOCG 2001 imbottigliato a luglio 2008
Un bicchiere rubino brillante che si presenta al nostro olfatto con un prepotente attacco tostato e di fondo di caffè per poi essere preso per mano da un sentore di liquirizia che accompagna il sorso verso una decisa marasca. E' un vino ematico nel quale gli aromi primari sono ormai quasi totalmente assenti, mentre ancora percepibili sono i profumi secondari. Bella alternanza di sensazioni con un ritorno costante alla base balsamica e mentolata. Il tannino è dolce e vellutato, mentre ancora straripante la vena fresca che pulisce la bocca e richiama un nuovo sorso.

VALTELLINA SUPERIORE VALGELLA 1998 imbottigliato a febbraio 2004
Sicuramente aiutato da una buona annata, il calice libera profumi più avvolgenti ed una punta di gudron. Rispetto all'assaggio precedente, e a dispetto della maggiore anzianità, i secondari sono ancora ben percepibili. La nota di viola appassita caratterizza la fase centrale dell'ossigenazione. E' un vino di razza, con una grande personalità ancora scalpitante. Il tannino ha un ottimo mordente su una fattura di generale dolcezza olfattiva e decisa spalla fresca. Dopo un breve riposo il vino riprende ulteriore vigore, acquista in lucentezza, sembra vibrare e trasmette sensazioni di the, fieno ed una inaspettata punta di idrocarburo.

VALTELLINA SUPERIORE RISERVA GRUMELLO 1996 in bottiglia da giugno 2011
Poiché la cantina Balgera produce le riserve solo nelle annate che meritano, va da sé che questo vino è figlio di un ottima vendemmia. L'attacco aromatico mostra un incipit leggermente empireumatico e meno ampio dei precedenti. In bocca mostra però maggiore sostanza, il palato è molto stratificato, il sorso decisamente sapido con grande tensione gustativa. Roteando nel bicchiere il bouquet si apre: rabarbaro, tabacco, fieno e persino uno spunto agrumato di arancia sanguinella si intersecano in una piacevolissima trama gustativa.

VALTELLINA SUPERIORE DOCG FRACIA 1999 in bottiglia da luglio 2011
Le uve provengono tutte dal vigneto Fracia, Cru di pregio della sottozona Valgella, la cui proprietà è divisa tra Balgera e la cantina Nino Negri. Il campione si presenta altalenante tra una punta di gudron, un pizzico di fruttato ed un solido substrato fruttato. Il tannino è avvolgente, fresco equilibrato ed elegante. L'entrata in bocca è in punta di piedi con un tabacco dolce ed una piacevole chiusura erbacea. Alla distanza esce la potenza, trama quasi terrosa sulla quale domina la sensazione di sottobosco. La prospettiva di longevità è impressionante.

VALTELLINA SUPERIORE DOCG RISERVA DEL FONDATORE 1995 in bottiglia da luglio 2008
Si tratta del vino creato da Paolo con il duplice intento di omaggiare il territorio della Valle, racchiudendovi all'interno tutte le sue varie anime, ed al contempo ricordare Pietro Balgera, il fondatore dell'azienda nel 1885. Il blend è ottenuto miscelando un 20% di vini provenienti da ciascuna delle quattro sottozone storiche della Docg (quindi ad eccezione di Maroggia) unito ad un ultimo quinto di Sforzato della Valtellina. Dopo tre anni di affinamento in botte grande il vino prosegue la propria vita per altri due anni circa in barrique esauste per poi raggiungere la desiderata stabilità trascorrendo ulteriori due o tre anni in botte grande. La sapidità del Sassella, la morbidezza del Grumello, il tannino dell'Inferno e la mineralità del Valgella si legano alla potenza glicerica e succosa dello Sforzato che rende però il naso un po' più statico sulla nota di marasca. L'acidità è ben percepibile anche se coperta dalla struttura del vino. L'olfatto ha un andamento sinusoidale in contrasto con una bocca invece più stabile. Un ulteriore periodo di permanenza in bottiglia non potrà che aumentarne equilibrio e coerenza.

VALTELLINA SUPERIORE RISERVA SASSELLA 1983 in bottiglia da luglio 1990
Due generazioni si incontrano in questo calice: Gianfranco lo ha prodotto ed il figlio Paolo lo ha imbottigliato. Vino affascinante e difficile, figlio di un'altra epoca contadina. Una economia rurale che aveva la necessità di avere elevata produttività per ottenere il massimo ritorno economico. Rispetto alle ultime annate le temperature medie erano in quegli anni decisamente inferiori e quindi le uve, oltre che abbondanti, erano anche raccolte ad un grado di maturazione inferiore. Ecco spiegata la magrezza del vino. Il colore è ancora vivo, pur se privo di grande concentrazione. Splendidamente integro, nervoso, fresco e lunghissimo. Il tannino è dolce, l?assaggio emotivamente coinvolgente. Si individua l'erba aromatica, il fondo di caffè, la vena erbacea ed il contrappunto citrino a chiudere questo poetico assaggio. Con una punta di legittimo orgoglio Paolo ci informa che alcuni ristoranti di Joe Bastianich negli Stati Uniti hanno in carta ancora qualcuna di queste bottiglie alla modica cifra di... 750 dollari!

Se le riserve vengono prodotte solo nelle migliori annate, stesso discorso vale, a maggior ragione, per lo Sforzato, che infatti dalle recenti vendemmie 2012 e 2014 non è stato vinificato. Pur appartenendo alla categoria dei rossi passiti secchi, l'uva destinata a questo vino è la prima che viene raccolta perché servono acini con buccia sufficientemente spessa per sopportare meglio l'appassimento che li attende. La selezione in vigna dei grappoli è rigorosamente manuale perché è indispensabile sincerarsi, ad esempio, che il grappolo sia perfettamente sano anche nella parte nascosta, quella che si appoggia al tralcio. Dopo la raccolta l'uva va in fruttaio non condizionato, adagiata su legni con reti in fibra di vetro, dove rimane fino al momento della pigiatura che avviene a fine gennaio. La scelta di lasciare che l'appassimento avvenga solo grazie alla naturale circolazione dell'aria, senza ausili di ventilazione forzata è sicuramente impegnativa in termini di tempo e rischiosa ma la maggiore lentezza del processo permette una maggiore evoluzione olfattiva dei grappoli che poi servirà per arricchire ed alleggerire la beva.

VALTELLINA DOC SFORZATO 1991 in bottiglia da febbraio 2000
Proviene da una annata difficile, con problemi di sanità delle uve, al punto che Paolo assicura che adesso in una annata analoga non farebbe questa tipologia di vino, tuttavia la prima annata di Sforzato Balgera è stata la 1984 e quindi nel 1991 si sentiva ancora la necessità di continuare la sperimentazione. Lo sforzo è stato comunque ripagato con un vino che Paolo definisce ?evergreen? perché sottoposto negli anni a periodici assaggi, ha mostrato negli ultimi dieci anni una stupefacente immobilità. In effetti anche a livello gustativo il naso è monolitico. Filtrano tenui effluvi di gudron ed idrocarburo (sensazioni che ritornano frequentemente in questi vini sottoposti a lungo affinamento) che solo in fase retronasale vengono arricchiti ed alleggeriti da una trama agrumata poi subito sovrastata da un sentore di fondo di caffè. Buoni si il tannino che la persistenza gustativa che si giova di un finale moderatamente ammandorlato. Non è un vino muscoloso, ma comunque succoso e dotato di buona freschezza che ne facilità la beva.

VALTELLINA DOC SFORZATO 1995 affinato in barrique in bottiglia da settembre 2004
La voglia di sperimentare e, perché no, assecondare anche qualche richiesta del mercato estero, ha portato Paolo a produrre una versione di Sforzato maturato in barrique. La scelta del legno è caduta sull?Allier di medio-bassa tostatura. Il vino è ottenuto con il metodo del salasso. Prima della fine della fermentazione si svina e si travasa in barrique equamente divise tra nuove, di secondo e terzo passaggio. Qui il vino riposa sulle proprie fecce per 24 mesi. Fuori dalle barrique il vino viene rimesso in vasca per completare l'affinamento. Rispetto al campione precedente il naso è più dolce. L'uso del legno è certamente ottimamente dosato perché non direttamente percepibile, se ne riscontra tuttavia l'efficienza nel regalare al calice un buon bilanciamento ed un tannino di qualità anche se ancora dotato di un notevole mordente che necessita di ulteriore affinamento per ingentilirsi maggiormente.

Mentre chiudiamo la serata attorno ad un buffet che propone dell'ottima Bresaola, un intenso formaggio Casera ed un originale Salva Cremasco affinato sotto le vinacce, è il caso di fare poche considerazioni finali.

Paolo ci ha raccontato con la massima trasparenza e sincerità di quando, fresco di studi di enologia alla Scuola Enologica di Conegliano Valdobbiadene, arrivò in cantina e volle imporre, con la benevola arroganza tipica della gioventù, l'utilizzo di pratiche quali stabilizzazioni, disacidificazioni o filtrazioni spinte. L'intelligenza delle persone si misura anche dalla loro capacità di fare autoanalisi il più possibili oggettive e Paolo non ha dovuto constatare che i vini usciti dalla cantina in quel periodo sono rimasti "seduti" prodotti privi di quella individualità che tecnicamente si può tradure in un solo modo: capacità di emozionare.
I calici degustati trasmettono invece un senso di vitalità e cambiamento. Con il passare dei minuti i vini, tutti indistintamente, sviluppavano nuovi profumi e stimolavano nuove sensazioni, aiutati da una comune leggerezza alcolica che priva i campioni di quella pesantezza alcolica purtroppo spesso riscontrabile nei vini di questa regione vinicola.
Anche se il timone dell'azienda è ancora saldamente in mano al nostro ospite, la quinta generazione nella persona dei figli di Paolo, Luca e Matteo, sono già parte attiva nella produzione e promozione dei vini. La strada è però tracciata nel nome del rispetto della tradizione senza preclusione all'innovazione, se questa non comporta rinnegare i capisaldi produttivi che ormai costituiscono il Dna di Balgera.
Per ogni vino ho indicato la data di imbottigliamento: non si tratta di un mero dato amministrativo ma anzi una preziosa indicazione tecnica. Come si può notare i vini sono stati imbottigliati da un minimo di sei anni, fino ad un massimo di quindici anni dopo la vendemmia. Paolo è però in continuo "ascolto" del vino per studiarne le dinamiche evolutive ed è arrivato alla conclusione che vorrà accorciare leggermente l'affinamento in legno per portare l'affinamento in bottiglia ad un minimo di tre anni prima della commercializzazione. Questo perché specifiche sperimentazioni e degustazioni comparate hanno dimostrato in modo inoppugnabile il deciso miglioramento del vino durante l'affinamento in vetro.

La conservazione in cantina delle riserve delle annate storiche, come pure l'assaggio comparato di quelle prodotte con lavorazioni più intensive in cantina, è servita a Paolo per spiegare ai figli "sul campo" il senso del suo lavoro sono punti che tracciano il grafico della traiettoria produttiva seguita e che individuano la strada che sicuramente verrà seguita in futuro. Nel nostro caso questa serata è servita invece per chiudere il cerchio aperto a Chiuro in quella bella giornata di settembre. Gli assaggi hanno evidenziato lo straordinario potenziale enologico di questo territorio, che necessità però di cura, competenza e, soprattutto, pazienza. Purtroppo pochissime Aziende (nessuna... ? ) sta percorrendo questa faticosissima via produttiva. Ci auguriamo che il crescente riscontro che sta riscuotendo Balgera anche e finalmente all?interno dei confini nazionali sia da stimolo per altre realtà.
Abbiamo avuto l'onore di partecipare ad una verticale di straordinario valore che ci porta a ringraziare Paolo non solo per aver ricambiato la nostra visita ma soprattutto per averci ritenuti meritevoli di tale attenzione.

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2 maggio 2018
AMPELEIA: storia di natura, uomini, amicizia e, ovviamente, vino.

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di Antonio Lagravinese

Quella che vorrei raccontarvi è una storia di uomini, territorio, vino e cultura. E' la dimostrazione di come la Natura possa talvolta prendere il sopravvento e forgiare proprio quelle persone che avrebbero invece dovuto piegarla ai propri interessi.

Tutto inizia da una storia d'amore, quella tra Erica SuterPongratz e Peter MaxSuter, svizzeri. Peter era un imprenditore nel campo della vendita delle auto, amante dei viaggi e della Toscana in particolare. Durante alcuni ripetuti soggiorni si innamora di un angolo della Maremma Toscana, in particolare del paese di Roccatederighi, al punto di investire nel territorio, trasferire di fatto la sua residenza assieme alla moglie Erica ed avviare nel 1978 una impresa agricola cui darà il nome di Azienda Agricola Meleta. Nel giro di qualche anno diventa uno degli allevamenti europei più importanti per la produzione di carne di piccione l'attività viene integrata anche con una piccola produzione di vino ed allevamento di pecore. Dopo la sua morte nel 1994 le redini dell'azienda passano ad Erica ed agli eredi i quali però non sono molto convinti riguardo la convenienza a proseguire l'attività.

A questo punto entra in gioco l'amicizia, quella tra Elisabetta Foradori, personaggio di riferimento della viticoltura trentina e nazionale, l'imprenditore Giovanni Podini e l'agronomo Thomas Widmann: una sinergia di intenti e competenze che si mettono al servizio di un progetto non meramente imprenditoriale e commerciale, ma una sorta di incubatore di idee e di sperimentazione. L'attenzione ricade proprio su questa azienda Meleta, ormai quasi in disarmo produttivo, ma che si colloca in una posizione invidiabile. E' il 2002 e nasce Ampeleia, dal greco ampelos, cioè "vite". Dal nome è chiaro il progetto: rendere la vite, e quindi il vino, protagonista. Detta così, disponendo di adeguate risorse economiche ed umane da investire, potrebbe sembrare quasi facile, in realtà la visione prospettica è diversa. Per non dilungarmi troppo invito chi non conoscesse Elisabetta Foradori a leggere l'articolo relativo alla nostra visita alla sua azienda in Trentino a maggio 2017 e mi limito ad osservare che la visione è in realtà perfettamente ribaltata rispetto a quanto espresso in precedenza: l'obiettivo è infatti quello di rendere protagonista il territorio attraverso lo strumento della vite e quindi del vino.

Ci troviamo a Roccatederighi, in provincia di Grosseto, zona antiappenninica della Colline Metallifere, area selvaggia ed integra, con la natura che domina, una grandissima biodiversità e certamente esterna ai consueti percorsi enologici toscani. Su 120 ettari complessivi della tenuta, circa 35 sono vitati con giaciture variabili dai 200 ai 600 metri di altitudine e con una grandissima variabilità geologica e pedoclimatica nel raggio di soli 30 chilometri. Si è resa quindi necessaria una attenta zonazione per individuare i vitigni più adatti all'impianto nelle differenti parcelle. Oltre a piante di Cabernet Franc, Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon già collocati dalla precedente proprietà, le analisi portano ad individuare una serie di vitigni tipicamente mediterranei come l'Alicante Nero, Alicante Bouschet e Mourvedre a parte quest'ultima si tratta di uve presenti in Toscana dai tempi degli Etruschi. Molte vigne sono complantate, cioè con vitigni diversi all'interno dei medesimi filari, alcune sono microparticelle inferiori all'ettaro, circondate da macchia mediterranea o piante di sughero. Da tutti i vigneti si vede l'Isola d'Elba e quella del Giglio. Questo ovviamente non è solo una nota paesaggistica, per quanto pittoresca, ma evidenzia una particolare giacitura ed esposizione degli impianti che li espone alle correnti d'aria provenienti dalla costa a tutto vantaggio della sanità delle uve e garanzia di adeguati sbalzi termici.

Ho accennato all'amicizia dalla quale è scaturita il progetto (anche se dopo pochi anni Thomas Widmann ha abbandonato l'azienda per dedicarsi all'impegno politico), ho illustrato sinteticamente il palcoscenico naturale sul quale questa rappresentazione è stata allestita, abbiamo nominato alcune delle uve protagoniste... manca il regista, colui che dall'inizio è l'enologo di Ampeleia e che da cinque anni, è anche responsabile delle parte viticola: Marco Tait.

E' toccato a lui, nella sua qualità di direttore tecnico, venire a Crema il 28 Marzo ad accompagnare i propri vini per raccontarceli e raccontarsi. Trentino come Elisabetta Foradori, dopo aver concluso il suo percorso di formazione all'Istituto di San Michele all'Adige, viene mandato "in missione" in Toscana e da lì non si è più mosso, perfezionando quella sorta di simbiosi con il territorio che è indispensabile per realizzare quelle bottiglie che erano nel progetto iniziale di questa avventura. Nonostante la sua totale disponibilità, indubbia preparazione e chiarezza espositiva, Marco preferisce che siano i vini a parlare e quindi, dopo una doverosa presentazione dell'Azienda che ho sopra riassunto, passiamo alla degustazione.

BIANCO DI AMPELEIA IGT Costa Toscana Bianco 2017

Prodotta per la prima volta nel 2016, questa bottiglia è figlia di una annata non splendida ed inoltre il vino è in vetro, senza aver subito alcuna filtrazione, da solo tre settimane. La vendemmia avviene da una vigna "mista" con prevalenza di Trebbiano e presenza di Ansonica e Malvasia. Questo impianto nasce da reinnesti del 2015 presi da una vecchia vigna di circa 60 anni. Il vino è un bianco... di nome ma non di fatto. Il colore giallo quasi dorato è frutto di una macerazione di una settimana in cemento. Il tannino che si avverte chiaramente in bocca deriva quindi esclusivamente dall'uva. Il naso quasi mieloso trova rispondenza in bocca con un attacco quasi dolce che viene subito ribaltato da una acidità sferzante, una decisa sapidità e la chiusura tannica che comunque contribuisce a prolungare la persistenza del sorso. I vigneti hanno giaciture tra i 300 e i 600 metri di altitudine i terreni centrali sono più sciolti, dominati dalle argille mentre più in alto c'è più scheletro con predominanza di galestro. Il vino non è ancora totalmente stabilizzato ma ha una grande complessità e completezza. Il ritorno balsamico ed agrumato lo rendono particolarmente invitante ed adatto ad un impiego gastronomico.

UNILITRO IGT Costa Toscana 2016

Dagli impianti più giovani viene prodotto questo vino che anche nel formato dell'imbottigliamento vuole essere un prodotto non impegnativo pur non essendo banale. Vigneti sono quelli a bassa quota di Alicante Nero, Mourvedre, Carignano, Alicante Bouschet. Dopo la fermentazione affina sempre in cemento per circa 6 mesi prima dell'imbottigliamento. Bellissimo colore rubino lucente, naso floreale e fruttato, bocca dolce ma al contempo tagliente con una bella nota di frutta rossa. Un vino leggero ma non vuoto, naso fresco, marcato, non complesso ma pulito e con una bevibilità assolutamente piacevole.

KEPOS IGT Costa Toscana 2015 e 2016

Le uve sono le stesse utilizzate per il vino precedente ma con alcune differenze sostanziali. In primo luogo la provenienza delle uve: qui confluiscono i grappoli raccolti dalle vigne più vecchie e con giacitura più alta. Altra differenza sostanziale è la vinificazione. Se per Unlitro le uve vengono lavorate separatamente e poi assemblate, per Kepos i diversi vitigni cofermentano in vasca. I diversi gradi di maturazione dei grappoli contribuiscono, grazie a questo sistema, a creare un ottimale bilanciamento di zuccheri e acidità nella massa complessiva che si avvia alla fermentazione. Le due annate hanno avuto diversi andamenti climatici. Il 2015 ha visto un inizio piovoso poi migliorato verso maggio e picchi di calore tra luglio ed agosto. Molto più regolare ed equilibrata la 2016 con belle escursioni termiche tipiche delle estati mediterranee in queste zone. Dopo la fermentazione il vino completa l'affinamento in cemento sopra le proprie fecce per circa 10 mesi in cemento per poi essere trasferito senza alcuna filtrazione in bottiglia dove riposa per altri 5/6 mesi prima di essere commercializzato.

Il 2015 ha un percepibile accenno di lavanda, una nota di rosmarino o comunque macchia mediterranea con un lieve tono smaltato sufficiente la freschezza e buona mineralità che alleggerisce il sorso che termina con una chiusura leggermente ammandorlata.

Già al colore il 2016 si caratterizza per un'unghia più violacea, il naso è più profondo ma ancora chiuso. Una energica ossigenazione contribuisce a liberare sentori di liquirizia ed una punta di cacao. I tannini sono più dritti ed eleganti rispetto al 2015 e complessivamente il vino mostra una maggiore spinta acida a vantaggio di bevibilità e persistenza.

ALICANTE IGT Costa Toscana Alicante Nero 2016

Primo vino che vede la vinificazione in purezza di un vitigno. Solo Alicante Nero (noto anche come Grenache in Francia o Cannonau in Sardegna) questa uva trova in questo territorio una declinazione decisamente diversa. Il vino è quasi un rosato intenso le uve provengono dalle vigne a 300 metri di altezza della particella chiamata Vigna della Pieve che vede uno strato superficiale di ciottoli adagiati su un substrato di argilla rossa e terreni sciolti. Il grande equilibrio raggiunto dalle piante ha permesso a Marco Tait di utilizzare in vinificazione anche un 20% di uva intera per sfruttare la maggiore acidità e lunghezza che grazie ai raspi si riesce ad ottenere. Il naso ha una decisa impronta di arancia sanguinella, uno spunto speziato, quasi pepato, cui fa da contraltare uno sbuffo soffice di rosa canina. Il naso si apre e richiude vorticosamente, è sufficientemente profondo ma leggero, in bocca il sorso è sostanzioso con una bella chimica fresca e sapida.

CARIGNANO IGT Costa Toscana Carignano 2015

Prima annata prodotta per questa bottiglia frutto di sole uve Carignano raccolte da una parcella a 300 metri di altitudine caratterizzata da argille grigie e galestro, protetta e circondata da lecci e macchia mediterranea. Il vino è piuttosto austero, quasi scontroso. Sicuramente è preponderante la frutta rossa, in bocca tuttavia è anche pungente. Al frutto fresco si alterna una trama speziata, la beva è dritta, lineare, quasi scoppiettante con una persistenza che difetta però un po' di lunghezza. Limite che credo possa essere figlio soprattutto dell'eccessiva gioventù, tradita da questa alternanza gustativa.

CABERNET FRANC IGT Costa Toscana Cabernet Franc 2016

Questa vigna fu piantata dai precedenti proprietari della tenuta con l'intento di produrre un vino che ben si sposasse con la carne di piccione che loro producevano. I vigneti sono a Roccatederighi, a 500 metri di altezza e affondano le radici in un suolo ricco di galestro. La vinificazione con un 30% di raspo libera tutta la potenza di un territorio arroccato sulle rocce di trachite. Il bicchiere è violaceo, al naso c?è frutto fresco, foglia di pomodoro e peperone. E' però un erbaceo estremamente piacevole privo di certi eccessi sgraziati che vengono purtroppo troppo spesso identificati come tipici di questa uva. Il vino è ancora giovanissimo: fiori, frutta, fieno, tabacco e cacao si alternano in una successione di sensazioni che rivelano la grande potenzialità di questa bottiglia. E tutto con una gradazione alcolica di soli 12 gradi...!

AMPELEIA IGT Costa Toscana 2013, 2014 e 2015

Affrontiamo adesso la verticale del vino che porta il nome dell'Azienda e che quindi ne è virtualmente il portabandiera. Negli anni questo vino ha visto variare la sua composizione come pure la tecnica di vinificazione. Nelle prime annate 2002 e 2003 le uve provenivano dai vigneti di Cabernet Franc, Merlot e Cabernet Sauvignon presenti nella parte alta ed acquisiti dalla precedente proprietà. Dal 2004 il Merlot esce dall'assemblaggio ed entrano in scena basse percentuali di vitigni mediterranei impiantati nella parte bassa della tenuta. Dal 2013 si arriva all'assetto attuale con una assoluta predominanza (85/90%) di Cabernet Franc dei vigneti di Roccatederighi ed il restante saldo di Sangiovese. Dal punto di vista delle pratiche di cantina l'affinamento inizialmente avveniva in barrique nuove, poi spostato su legni sempre piccoli ma usati per arrivare alla vendemmia del 2014 dalla quale si passa all'affinamento in botti grandi da 50 ettolitri.

Il 2013 si presenta con un colore intenso ma non particolarmente luminoso. Il naso è profondo, c'è una decisa nota dolce riconducibile alla ciliegia sotto spirito. In bocca è caldo e avvolgente, una sferzata è data dal nerbo erbacea contrapposto al frutto maturo e al contempo acido del ribes nero. Non sono ancora avvertibili le note terziarie ma purtroppo la godibilità è leggermente penalizzata da una nota alcolica che, in questa fase evolutiva, è un po' troppo slegata e percepibile.

Completamente diverso l'impatto dell'annata 2014, complice anche un andamento climatico caratterizzato da piogge molto abbondanti. Il vino si propone glicerico ed avvolgente. Forse pecca in persistenza ma sicuramente ha già un proprio bilanciamento, il tannino è molto levigato, la vena erbacea appena tratteggiata dona una buona facilità di beva. Un vino quasi pronto che non lascia prevedere ampi margini di miglioramento in prospettiva evolutiva.

Terza annata e terza diversa personalità. Il naso del 2015 è vibrante di frutta rossa e spezie. La gioventù è tradita dal continuo tentativo di aprirsi per poi richiudersi subito dopo. Il vino è succoso, fresco e minerale con un piacevole retrogusto aromatico di timo e rosmarino. Il tannino è elegante ma ha ancora un notevole mordente che potrà smussarsi solo con un successivo affinamento in bottiglia.



Prima delle conclusioni finali è doveroso osservare che questi vini si esaltano nell'abbinamento con il cibo e che, come è usuale in queste occasioni, gli assaggi proposti da Delfina Piana si sono distinti come al solito per qualità di materie prime e leggerezza della lavorazione. Un caciucco povero con polipetti, calamari, vino bianco e salsa del Salento, dei fegatini di pollo e vitello, il pecorino stagionato con salsa di pere senapate ed il pane con grano antico Verna sono stati degni corollari ai numerosi assaggi della serata.

La disponibilità di Marco Tait, assieme ai contrappunti tecnici di Luca Bandirali e Delfina Piana hanno reso la serata molto piacevole ed hanno stimolato la partecipazione dei soci presenti.

C'è però un aspetto che non ho trattato e che ho volutamente tralasciato per affrontarlo in chiusura dopo il racconto dei vini: si tratta della parte relativa alla conduzione agronomica.

Come ho accennato all'inizio Marco arriva ad Ampeleia dopo una formazione tecnica tradizionale e con un approccio scientifico alla vinificazione ed infatti le prime annate di produzione vedono l'applicazione di una agricoltura e pratica di cantina tradizionale. Sotto la guida di Elisabetta Foradori però l'uomo si mette all'ascolto del territorio ed inizia a leggerlo cercando di comprendere la strada migliore per ottenere da esso i migliori risultati. Nel 2010 inizia la conversione alla biodinamica che, partendo dai vigneti più alti, si è conclusa nel 2104. Tutti i vini degustati sono stati quindi realizzato con l'impiego esclusivo di lieviti autoctoni e senza alcun tipo di filtrazione perché, come ha spiegato Marco, se lavori bene in vigna con la filtrazione puoi solo impoverire un vino di elementi preziosi. Il percorso enologico di Ampeleia è specchio di un cammino evolutivo che se si fosse fermato alla vigna sarebbe poca cosa parallelamente ad esso è avvenuta una analoga graduale evoluzione professionale di vita ed umano di Marco che ha vista stravolta tutta l'impostazione tecnico-teorica della sua formazione. Molto bella da parte sua l'ammissione delle difficoltà razionali nell'affrontare questo cambiamento, ma altrettanto illuminante la constatazione di essersi dovuto arrendere all'evidenza dei fatti. Se nel progetto iniziale Ampeleia avrebbe dovuto produrre un solo vino, adesso sono diventati ben sette perché la nuova vita delle vigne ha in un certo senso rivendicato attenzione, come a voler pretendere che il frutto di quei tralci ottenesse la meritata valorizzazione. Si potrebbe dire che l'approccio scientifico è salvo nella verifica empirica del lavoro. Per quanto si possa essere scettici sull'uso dei vari preparati biodinamici, resta innegabile il risultato. Nonostante l'innalzamento delle temperature si stanno abbassando le gradazioni alcoliche e questo perché le piante acquistano un loro particolare equilibrio che riduce progressivamente la forbice tra maturazione fenolica e tecnologica: eterno dilemma di chiunque debba individuare il corretto momento per la vendemmia. La forza del vignaiolo diventa quindi dare fiducia alle piante ed analogamente quello dell'enologo fidarsi dei propri mosti. Ecco che il vero lavoro diventa l'ascolto. Cito testualmente Marco: "In vigna devi camminare, altrimenti vai a fare un altro lavoro"! Torniamo quindi circolarmente all'inizio di questo racconto quando dicevo che la Natura talvolta può prendere il sopravvento e a sua volta forgiare quelle persone che avrebbero voluto o dovuto tentare di dominarla. Il territorio ha preso il sopravvento ed ha contribuito anche all'evoluzione personale di Marco e ne ha fatto in un certo senso lo strumento attraverso il cui lavoro parlarci di se stesso. Non è però una sconfitta ma anzi un grandissimo successo. Solo persone aperte ed intellettualmente vivaci come il nostro ospite riescono a mettere la loro competenza al servizio del territorio per creare questa speciale sinergia che, sono sicuro, non potrà che dare in futuro risultati sempre migliori.

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VOG
16 marzo 2018
ABBIAMO TOCCATO IL FONDO...

VOG
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di Antonio Lagravinese

Eccoci al resoconto della serata che ha rappresentato l'inaugurazione dell'attività Vog per l'anno 2018: una degustazione fuori dagli schemi ma che trova coerente inquadramento tra alcune dinamiche emerse ultimamente nel mondo del vino.
Tra gli anni sessanta e settanta la produzione vinicola ha visto l'ingresso in grande stile dell'Industria. Grandi capitali sono stati investiti per l'acquisto e "riprogettazione" dei vigneti, per la costruzione di modernissime strutture produttive, straordinarie cantine progettate da grandi nomi dell'architettura, enologi e Wine Maker hanno acquistato fama sempre maggiore creando dei veri e propri brand talvolta slegati dalla realtà agroalimentare del territorio, il fiorire di concorsi enologici e la fortuna editoriale di numerose guide ha portato i vini ad un generale appiattimento su identità facilmente riconoscibili ed apprezzabili dalla platea di consumatori il più vasta possibile. Il fenomeno non è di difficile comprensione. Nel momento in cui un soggetto investe considerevoli quantità di risorse per la realizzazione di un prodotto che verrà commercializzato in modo massiccio, è inevitabile la ricerca di una standardizzazione del gusto ed una costanza produttiva che rendano tale bene riconoscibile e godibile dal maggior numero possibile di acquirenti. Che si tratti di una mela, di un pollo o di una bottiglia di vino il Cliente che compra un prodotto con un dato marchio, deve essere certo di ritrovare sempre lo stesso aspetto, lo stesso gusto, possibilmente lo stesso prezzo. Purtroppo alla natura poco importa delle nostre esigenze imprenditoriali quindi, ad esempio, i meli potrebbero essere infestati dalle cocciniglie, un pollo può ammalarsi ed un grappolo d'uva essere attaccato dalla muffa. Per questo motivo si interverrà con tutta una serie di trattamenti volti a minimizzare questi rischi e riuscire ad ottenere sempre e comunque materie prime di accettabile qualità anche a dispetto del fato. Certo accettabile non vuol dire ottima... ma per il resto intervengono le tecniche di lavorazione. Se quindi al supermercato troviamo mele più o meno dello stesso calibro, colore e sapore, analogamente nel vino gli scaffali di enoteche e grande distribuzione sono stati invasi da bottiglie variamente dipinte ma che all'interno celavano liquidi tecnicamente perfetti, immacolatamente limpidi, perfettamente equilibrati e per alcune tipologie tendenzialmente abboccati per gratificare le papille gustative del consumatore meno evoluto. Qualcuno segna nello scandalo del metanolo (1986) il punto di svolta del settore enologico, io credo sia invece molto successivo. Certamente dagli anni novanta si è prestata maggiore attenzione al campo della eventuale sofisticazione alimentare ma ciò non ha minimamente scalfito il gusto dominante per vini iper-concentrati, con passaggi in legno esasperati, con tenori alcolici imbarazzanti e con residui zuccherini spesso avvertibili.
Il cambio di prospettiva che si inizia ad intravedere nel settore è figlio di un movimento culturale generalizzato, che sta fiorendo in tuti i paesi più industrializzati del mondo. E' lo stesso fenomeno che consente il proliferare dei negozi biologici nelle strade delle nostre citta, la comparsa dei settori bio nei supermercati, il fiorire dei mercatini a km0 nei quali contadini e/o allevatori vendono direttamente la loro produzione e lo sviluppo del turismo rurale presso aziende agricole od agrituristiche. Non è certo mia intenzione, né per competenze che per opportunità, esprimere considerazioni sociologiche sul fenomeno, non si può però che registrare questo dato di fatto: in questo momento "biologico" è bello, "contadino" è buono.
La corsa verso una "genuinità" del prodotto si muove su due binari: la ricerca della salubrità e la riscoperta della tradizione. Sul primo viaggiano le tecniche agricole aderenti ai disciplinari biologici o biodinamici, sul secondo ritroviamo la volontà di rivalutare tecniche di vinificazione ormai abbandonate ma organiche alla cultura di un territorio. A quest'ultimo gruppo si ispirano i vini oggetto della degustazione che vi vado a raccontare, per quanto prodotti da Aziende che si muovono perlopiù anche sul binario della naturalità in vigna.
La macro classificazione delle tipologie dei vini può essere, a prescindere dal colore dell'uva, quella tra vini fermi, vini spumanti e vini frizzanti. Se lo spumante deve avere una sovrapressione superiore a 3,0bar, il vino frizzante deve trovarsi nell'intervallo tra 1 e 2,5bar e le tecniche per ottenere l'intrappolamento di anidride carbonica all'interno della bottiglia sono essenzialmente tre: il metodo Classico (o Champenoise) il metodo Charmat (o Martinotti) e la rifermentazione in bottiglia (o metodo Ancestrale). Tutti sono caratterizzati da un più o meno lungo periodo di permanenza del vino sulle fecce prodotte dai lieviti, cui segue un processo di sboccatura o filtrazione per giungere al prodotto finito da imbottigliare.
Tutti i campioni selezionati per questa serata sono accomunati dall'utilizzo del metodo Ancestrale senza successiva filtrazione, quindi con il mantenimento dei lieviti all'interno delle bottiglie.
Lo spirito della degustazione, senza prescindere dall'aspetto tecnico, era quello di offrire una panoramica di cosa potrebbe offrire una tipologia di prodotto sicuramente di nicchia e con scarsa diffusione nel canale di vendita, anche per i numeri decisamente esigui con i quali viene prodotta. Un pubblico numeroso ed attento è stato molto partecipe offrendo spunti di discussione e manifestando pareri anche molto differenti com'era giusto e prevedibile che fosse.
Un vino che ha ricevuto giudizi quasi solo positivi è stato La Matta 2016 dell'Azienda Casebianche. Un Fiano in purezza raccolto in provincia di Salerno da vigne in conduzione biologica che svolge la seconda rifermentazione in bottiglia grazie all'aggiunta dello stesso mosto utilizzato per la prima fermentazione e precedentemente congelato. Un dosaggio zero spumante, perché raggiunge i 4,5bar di pressione, senza solfiti aggiunti, che accarezza il palato con una bella sensazione setosa ed elegante. Acidità sferzante, un accenno esotico di ananas al naso ma poi una decisa chiusura citrina che pulisce perfettamente il cavo orale e mostra una piacevole persistenza.
Più acceso il dibattito sul Prosecco Doc Colfondo di Casa Belfi. Maurizio Donadi, enologo, ha avviato un processo di recupero di alcuni vigneti di famiglia decidendo un approccio biodinamico e, nel caso in esame, vinificando l'uva Glera con la rifermentazione in bottiglia sulle fecce anziché con il consueto metodo Charmat. Quello che ci troviamo nel bicchiere è un vino che solo a fatica richiama l'idea che abitualmente abbiamo del Prosecco. In naso ha una nota fermentativa più accentuata rispetto al campione precedente, a qualche degustatore richiama maggiormente una birra. Il riposo sui lieviti per sei mesi ha lasciato un segno indelebile che probabilmente necessita di maggior tempo per essere metabolizzato. Percettibile anche una leggera nota sulfurea che rende questa bottiglia l'espressione di una idea al momento incompiuta.
Unanime apprezzamento invece per Belle, Nosiola frizzante 2015 Igt Vigneti delle Dolomiti uscita dalla cantina di Francesco Poli a Santa Massenza, provincia di Trento. Conduzione biologica e biodinamica con concimazioni esclusivamente a base di sovescio forniscono a Francesco uve perfettamente sane ed estremamente versatili dalle quali si ricavano vini fermi, Vin Santo e Grappa. L'impatto olfattivo è di mosto, il frutto in bocca è croccante, la persistenza è giocata sull'alternanza tra freschezza e sapida mineralità con una punta di leggera astringenza. Un vino di eccezionale bevibilità ed estrema pulizia.
Si cambia decisamente registro con il Set e Mez, Fortana dell'Emilia Igp di Mirco Mariotti. Ci troviamo nella zona del Bosco Eliceo, quindi con le vigne che affondano le radici nella sabbia. Proprio questa particolare tipologia di terreno ha protetto le piante dall'attacco della Filossera e troviamo quindi piante a piede franco. L'uva è integralmente Fortana che viene vinificata con il metodo Classico senza però subire l'ultimo passaggio della sboccatura. Bellissimo colore cerasuolo, una nota decisamente animale al naso che trova immediata rispondenza in bocca. Il vino cambia decisamente con l'areazione e l'innalzamento della temperatura. Si sviluppano note di erbe aromatiche, soprattutto timo, una decisa percezione salmastra ed una chiusura piacevolmente amaricante tipicamente di rabarbaro.
Nuovo cambio di rotta con la Cuvée Fondo....in fondo 2014 di Gaspare Buscemi. Ricavata tipicamente dall'unione di tre diverse annate (le due precedenti l'imbottigliamento e l'ultima che fornisce gli zuccheri necessari alla fermentazione) con uvaggio con predominanza di Ribolla Gialla ma poi anche Pinot, Sauvignon, Friulano, Malvasia Istriana e Verduzzo, a rispecchiare la variabilità delle vigne tradizionali friulane. L'impatto è potente, il vino ha una sostanza masticabile con sentori di frutta tropicale che non mortifica una freschezza quasi citrina. Incredibilmente sapido si svela con una bella persistenza su note fruttate bilanciata dalla mineralità in un connubio di solida eleganza.
Una piacevole sorpresa ha riservato l'ultimo vino in assaggio: Eos Valsusa Doc frizzante dell'azienda La Chimera. Un Piemonte lontano dai riflettori del mondo del vino ma purtroppo sotto quelli della politica per l'invadente cantiere della TAV. Eppure in questi terrazzamenti eroicamente strappati alla montagna c'è chi conserva ed esalta un vitigno tra i più sconosciuti ed identificativi di un territorio: l'Avanà. Qui l'approccio in vigna è tradizionale pur se con un utilizzo il più possibile ragionato dei trattamenti sistemi ed una eliminazione del diserbo. Quest'uva, della quale si ha traccia in Piemonte da prima del 1200, ha buccia spessa che trasferisce al vino uno splendido colore rosato intenso ed un sorso che richiama una succosa arancia sanguinella. Buona la freschezza e la sapidità di un sorso che chiude nuovamente su una nota quasi zuccherosa ma comunque ben bilanciata dalla leggera astringenza che ripulisce la bocca.
La serata si è conclusa con una libera degustazione di splendidi salumi, in particolare Coppa e Pancetta di Groppallo del Salumificio Salini, accuratamente selezionati dalla Vineria Fuoriporta accompagnati da un ottimo formaggio Salva Cremasco affinato sotto le vinacce procurato dal socio Vog e prezioso collaboratore Gaetano Gasnelli.
Ritengo pero utile fare qualche considerazione finale.
La presenza di un residuo sul fondo della bottiglia permette un duplice approccio da parte del consumatore finale: versare lentamente il vino in modo da avere un prodotto il più possibile limpido nel bicchiere e quindi scartare la parte finale della bottiglia dove si troverà concentrata la maggior parte delle fecce oppure, scelta compiuta durante la degustazione, agitare delicatamente il vino in modo da diffondere uniformemente i lieviti all'interno dell'intera massa e renderla in tal modo omogenea. Quest'ultimo approccio consente, oltre allo sfruttamento integrale del prodotto, di apprezzare al massimo il valore aggiunto conferito al vino dalla presenza di questi depositi. E' chiaro che anche per questo aspetto il servizio di questi vini deve essere accompagnato da opportune considerazioni che mettano il consumatore nelle condizioni di comprendere che quello che potrebbe sembrare un difetto è un punto di forza.
I vini che abbiamo degustato erano decisamente giovani, come si conviene abitualmente ai vini frizzanti, ma il metodo ancestrale permette di ottenere maggiori potenzialità di conservazione. Terminata la fermentazione infatti, i lieviti rimasti nella bottiglia inizieranno lentamente il processo detto di autolisi che consiste nella liberazione di sostanze proteiche, principalmente mannoproteine, che fungono da vero e proprio conservante per il vino. Il risvolto della medaglia è che affinché ciò avvenga nel migliore dei modi la qualità dei microrganismi deve essere assoluta, diversamente è possibile, anzi frequente, che si liberino composti che anziché arricchire il vino ne creano deviazioni olfattive e gustative. Torniamo quindi al ragionamento con il quale abbiamo aperto questo articolo: la naturalità, la riscoperta di pratiche arcaiche, l'assenza assoluta di interventi invasivi non è per tutti. E' indispensabile avere una materia prima di assoluta qualità ed una competenza tecnica (che non vuol dire tecnologica) senza cedimenti.
Ogni degustazione è stata preceduta da un breve filmato nel quale i singoli produttori presentavano il loro vino o la loro filosofia produttiva. Mi piace citare due passaggi di Maurizio Donadi di Casa Belfi. In un primo intervento riferito alle pratiche in vigna sosteneva di "ricercare il casino" , cioè la biodiversità necessaria per fare in modo che le vigne imparino a difendersi da sole dalle avversità. Continuava affermando che suo nonno faceva 4-5 trattamenti all'anno mentre se adesso sulle colline circostanti con 15-16 trattamenti annui non si riescono a debellare le malattie è evidente che c'è un problema. Il secondo passaggio interessante riguardava la selezione dei lieviti più adatti: ebbene la sua esperienza lo ha portato alla conclusione che è il substrato a selezionare il lievito. Tradotto in termini comuni: uve di qualità vengono lavorate da lieviti di qualità, una sorta di autoselezione, se i grappoli non sono invece all'altezza, iniziano a proliferare anche microrganismi che possono portare a deviazioni non gradite.
Questa tipologia di prodotti ha dimostrato una indubbia personalità, il che significa anche capacità di convincere o dividere ma ciò è solo un bene. In ogni caso la effervescenza, più o meno presente, la comune freschezza, la discreta complessità rende questi vini ideali all'abbinamento gastronomico che è tipicamente quello tradizionale del territorio, proprio perché frutto di una tradizione pluricentenaria.
Tutto bello quindi? Non direi. Proprio il successo mediatico di questi approcci ha creato un mercato nel quale si sono tuffati sia per convinzione che anche per opportunismo, tanti soggetti che hanno poi dimostrato di non avere le capacità tecniche o la materia prima adatta per produrre vini privi di aiuti, siano essi agronomici o tecnologici. Non è difficile trovare bottiglie con evidenti difetti venduti con la giustificazione della naturalità.
Questa serata è servita per fornire una panoramica certo non esaustiva ma indicativa di diverse interpretazioni della tipologia, una base da utilizzare come metro di giudizio per affrontare altri prodotti presenti sul mercato.
Sento sempre più spesso dire che il progresso deve essere capace di guardare al passato. Ad una recente manifestazione sui vini naturali ho avuto il piacere di fare una lunga chiacchierata con Gaspare Buscemi. Mi permetto di prendere a prestito una sua frase, chiedendo anticipatamente scusa all'autore se non la riporto fedelmente: "bisogna fare attenzione, il progresso vuol dire andare sempre avanti, diverso è fare cultura".
Nel suo piccolo, come associazione, Vog ha l'ambizione, con queste serate, di contribuire a fare cultura.

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VOG
9 febbraio 2018
Serata VOG BRESCIA "METTIAMOLI IN FILA"

VOG
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di Si.Ri.

Venerdi sera io e mio marito abbiamo partecipato a una piacevole serata "sul vino",
organizzata da Massimo Tinelli, ambasciatore per Brescia dell'associazione VOG (Vista Olfatto
Gusto).

Lo scopo della sera era riconoscere 4 vini bianchi e 4 vini rossi serviti alla cieca.
Massimo è partito versando prima 4 vini bianchi (coperti), indicandoci: vitigno, zona di
produzione e vinificazione, dopo un lasso di tempo dove i partecipanti hanno cercato di
individuare quali fossero i vini versati, è stata svelata la corretta sequenza, lo stesso
procedimento è stato utilizzato per i vini rossi.

Devo ammettere che riconoscere dei vini alla cieca non è sempre facile, è però molto stimolate
e sotto certi aspetti divertente è un bellissimo esercizio di ricerca delle caratteristiche del
vitigno, e molto spesso della zona di produzione.

Vorrei ora raccontare in due parole gli otto vini che abbiamo avuto il piacere di degustare
partendo dai vini bianchi:

Primo vino

FALANGHINA (Campi flegrei Falghina DOC 2016) LA SIBILLA

Un vino che mi ha colpito per la sua esuberante acidità accompagnata da una discreta
mineralità, I profumi che si sprigionano sono di frutta fresca, erbe aromatiche, un vino non
molto persistente, ma nel complesso piacevole.

Secondo vino

SAUVIGNON BLANC (Vigneti delle dolomiti Igt 2016) VETTE DI SAN LEONARDO

Difficile sbagliare, subito al naso si percepiscono i profumi del sauvignon, aromi di frutta e
piante aromatiche, in particolare il pompelmo e piacevoli note di salvia, una piccola dose di
foglia di pomodoro, in bocca un vino elegante, con un buon equilibrio.

Terzo vino

MALVASIA (Venezia Giulia IGT 2013) NICOLINI

Di questo vino subito mi ha colpito il colore, un giallo quasi dorato, un bel colore brillante,
caratteristiche di un vino evoluto, al naso si percepiscono profumi maturi, di frutta candita,
marmellata di albicocca, in bocca una bella acidità e una lunga persistenza penso subito
all'abbinamento, un formaggio stagionato o con un bel piatto di prosciutto crudo,

Quarto vino

MULLER THURGAU (Alto Adige Valle Isarco Doc 2014) SASS RIGAIS MANNI NOSSING

Un giusto equilibrio, una bella freschezza e sapidità, ma rispetto agli altri mi è piaciuto un po'
meno.

Prima di passare ai vini rossi, abbiamo avuto il piacere di mangiare un ottimo risotto agli agrumi,
grazie al quale siamo riusciti a ricominciare la degustazione con più forza e energia.

Riconoscere i vini rossi a me risulta un po' più difficile, alla fine però ci sono quasi riuscita...

Quinto vino

PINOT NERO (Alto Adige DOC 2013) BLAUBURGUNDER WEINGUT GOTTARDI

Primo vino rosso della serata, direi niente male, un bel rosso rubino, tendente al granato,
profumi di frutti di bosco, qualche nota erbacea e vegetale, un vino con una bella struttura ed
eleganza

Sesto vino

AGLIANICO (Irpinia Campi Taurasini doc 2011) MALABRUNO AMARANO

Di questo vino colpisce subito la componente alcolica, un vino caldo, un vino che viene del sud,
profumi di frutti rossi, spezie, in bocca si sente una bella struttura accompagnato da una
discreta freschezza.

Settimo vino

BAROLO DOCG 2012 BROVIA

Un rosso rubino, non molto intenso, profumi di frutta rossa matura, ciliegia, prugna, fiori secchi,
in bocca un bel tannino vivo ma elegante, un vino di grande eleganza, che subito mi fa pensare
al Barolo: "il re dei vini, il vino dei Re!!"

Ottavo vino

AMARONE DELLA VALPOLICELLA CLASSICO DOCG 2013 AZIENDA AGRICOLA BRIGALDARA

Al primo sorso ho sentito un sapore amaro, molto forte, poi dopo circa 5 minuti ho riprovato ad
assaggiarlo, del sapore amaro erano rimaste solo delle piccole tracce, questo vino non mi è
piaciuto molto, ho fatto fatica a riconoscere che fosse un amarone, di cui avevo un ricordo
diverso, la confettura di amarene e di lamponi io non sono riuscita a sentirla!!

Spero di partecipare il prima possibile ad un'altra serata...

FORZA MASSIMO ORGANIZZA!!!

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VOG
8 dicembre 2017
POSSONO CREARE DIPENDENZA: INCONTRO CON L'AZIENDA CENTOVIGNE

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di Antonio Lagravinese

Se ci sono vitigni che sono legati indissolubilmente ad un territorio, il Nebbiolo é certamente uno di essi. Tuttavia la realtà enologica è molto differente da quella mediatica e commerciale.
Abbiamo visto dal resoconto della nostra trasferta in Valtellina come anche in Lombardia esista un areale di produzione particolarmente vocato ma oggi torniamo nella culla ideale di quest'uva, il Piemonte, spostandoci però dai conosciutissimi Barolo e Barbaresco. La grande notorietà guadagnata dal questi vini simbolo dell'enologia Piemontese, se da un lato ha fatto da traino per la viticoltura della regione, dall'altro ha stritolato con il peso della propria immagine, tutta una serie di denominazioni a torto considerate "minori" ricavate dalle medesime uve.
Chi avuto la fortuna di studiare l'enografia nazionale forse ricorda ancora l'elenco delle denominazioni del nord Piemonte a predominanza uva Nebbiolo: Gattinara, Ghemme, Boca, Bramaterra, Carema, Fara, Lessona, Sizzano... e spero di non averne dimenticate. Ora invito tutti ad una riflessione: a parte forse qualche Gattinara o, più difficilmente Ghemme, quanti di noi ha trovato bottiglie delle altre Doc fuori dal territorio piemontese? Se vi dicessi poi che non è così infrequente trovarle all'estero, abbiamo un quadro indicativo dell'ignoranza italica nei confronti delle proprie eccellenze. Ad ulteriore conferma di quanto detto, ad introduzione della serata, è stato letto uno stralcio della rivista Forbes che ha individuato le Colline dell'Alto Piemonte come una delle dodici mete più sottovalutate del pianeta! Ci sembra in caso di aspettare che siano gli Americani a farcele scoprire?
Come portabandiera certamente di se stessa ma anche del territorio nel quale è radicata, è giunta a Crema l'Azienda Centovigne nella persona del Deus ex-machina Daniele Dinoia accompagnato dalla moglie Silvia.
La sede è a Cossato, ad un passo dalla denominazione Lessona, all'interno del castello di Castellengo, splendida dimora storica del X secolo, arroccato su una collina dalla quale domina la pianura e le circostanti colline biellesi.
Il primo approccio l'abbiamo avuto in modo informale sorseggiando l'unico bianco prodotto in abbinamento ad una "frittata rognosa" realizzata con pasta di salame, oltre ovviamente ad uova e formaggio. Il vino è il Miranda, un Erbaluce raccolto da vecchie vigne a pergola e spalliera, vinificato in cemento con un paio di giorni di macerazione per cercare di recuperare una frazione di antociani, decisamente percepibile dal corpo che ha retto benissimo una preparazione impegnativa come questa, ma perfettamente bilanciato da una splendida sapidità ed un'ottima freschezza che invogliano alla beva. "Questo vino è acido come l'Erbaluce e sapido come il terreno" spiega Daniele. Il sottosuolo è ricco di sabbie marine silicee, stiamo parlando di territori che erano la spiaggia delle terre emersa, attaccati ad uno dei cinque vulcani la cui eredità è ancora determinante per la qualità e caratteristica delle uve. L'area vitata a fine ottocento arrivava a sforare i 40.000 ettari, ora è poco più di 1.000 perché la filossera prima e la tremenda tempesta del giorno 11 Agosto 1905 ha devastato tutto il comparto agricolo. Da quel momento, sfruttando la ricchezza di acqua e il dislivello dei fiumi adatto alla produzione di energia elettrica e facendo tesoro dell'elevata acidità delle acque stesse, adatte al lavaggio dei tessuti, il Biellese si è convertito all'industria tessile affiancata in seguito a quella del mobile. La viticoltura si è trovata relegata all'autoproduzione oppure a produzioni di nicchia. Negli ultimi anni, complice anche la crisi industriale, c'è un ritorno alla riscoperta dell'attività agricola. Nel caso dell'azienda Centovigne si può quasi parlare di archeologia vinicola perché enorme è lo sforzo che è stato fatto per recuperare piccolissime parcelle di 100/200 metri, con viti anche centenarie e talvolta prefilosseriche, con proprietari emigrati all'estero e con la necessità di stipulare anche 40 atti notarili distinti per acquisire un solo ettaro di vigneto. Questo impegno trova giustificazione nell'esigenza di restituire dignità al "Vino fino", come era ritenuto un tempo il vino del Castellengo. Questa splendida struttura, il cui recupero è iniziato nel 1999, era lasciata ad uno stato di abbandono tuttavia nelle sue cantine, devastate e razziate dai partigiani, dietro inferriate murate, sono state trovate bottiglie del 1800 ancora bevibili e sicuramente emozionanti! Ad ulteriore testimonianza della storicità della regione si pensi che Quintino Sella brindò all'unità d'Italia con un Lessona e che ad Oleggio, in provincia di Novara, nacque nel 1874 la prima stazione enologica italiana i grandi Barolo, a detta di Daniele, iniziano solo nel dopoguerra.
Un grande enologo francese diceva che quando parli del climat della Borgogna non guardi verso il cielo ma verso la terra. Ebbene, in questo spicchio di Piemonte, nell'arco di trenta chilometri ci sono terreni diversissimi nei quali sono stati messi a dimora numerosissimi cloni di Nebbiolo, oltre a diversi vitigni autoctoni quali Croatina, Uva Rara, Vespolina ed altri.
Il primo vino rosso che ci troviamo a degustare è il Rosso della Motta 2016. Si tratta di un Vino da Tavola, in realtà un Coste della Sesia declassato, a base Nebbiolo per l'80% ed il restante 20 composto da Croatina, Vespolina, Uva Rara ed altre uve presente nei filari composti da differenti varietà come si usava un tempo. Il terreno della collina di Mottacciata (dalla quale il nome) è sostanzialmente composto da sabbie marine rosse con altissima acidità (ph 3,4) che si trasmette nella freschezza del vino, comunque ottimamente controllata dalla componente fruttata e dal naso decisamente dolce un tannino molto sottile, probabilmente regalato dalle piante più vecchie e prefilosseriche dona complessità ad un bicchiere di straordinaria beva. La vinificazione per questo prodotto avviene solo in cemento ad opera di lieviti indigeni che, oltre che trovarsi sulla buccia dell'uva, si moltiplicano in cantina durante la fermentazione dell'Erbaluce che viene raccolto e lavorato prima del Nebbiolo.
La gestione in vigna avviene secondo quanto Daniele definisce "agricoltura ragionata" in fase di conversione al biologico, ossia massima attenzione alla naturalità del prodotto, esclusione dell'uso di prodotti sistemici, lotta integrata con il supporto dell'Università di Udine, utilizzo di alghe sulle barbatelle, arricchimento del terreno tramite humus di lombrico ma al contempo nessuna preclusione al ricorso a trattamenti più invasivi quando l'annata o particolari situazioni mettono in pericolo il raccolto o, ancor peggio, la sopravvivenze delle piante. Sicuramente anche un utilizzo intensivi di "solo" rame e zolfo porterebbe ad una nefasta sterilizzazione del terreno per fortuna le vigne recuperate si trovano al confine di boschi ed ai piedi delle Alpi e questa combinazione di fattori riduce drasticamente l'esigenza di ricorrere a frequenti trattamenti. L'attenzione in vigna trova poi coerente continuità nelle pratiche di cantina indirizzate alla conservazione delle peculiarità delle uve. Dalla constatazione che il mosto è particolarmente ricco di componenti metalliche è scaturita l'esigenza di abbandonare i contenitori di acciaio e recuperare le storiche botti di cemento. Anche in questo caso possiamo parlare di archeologia industriale perché l'azienda che produceva queste botti è ormai dedita a prodotti che nulla hanno a che fare con l'enologia, tuttavia la caratteristica di questi contenitori è unica: come già il nome "La Monolitica" tende a suggerire, queste botti sono totalmente prive di giunture interne, zone ideali per il deposito di tartrati che possono causare spiacevoli deviazioni al vino inoltre le pareti non resinate di dieci centimetri di spessore garantiscono al contempo un'ottima inerzia termica ed una dosata microtraspirazione.
Sempre vinificato in cemento, ma poi passato per un anno in botte grande è il Centovigne 2012 Coste della Sesia Doc. La composizione delle uve è simile al vino precedente ma la provenienza è dai vigneti attorno al castello qui le uve affondano le radici su ciottoli di morena glaciale. La Vespolina matura più dolcemente ed arricchisce il bicchiere di una nota dolce e maggiormente fruttata che si esalta nel bicchiere con il passare dei minuti. In bocca invece l'attacco è balsamico, una nota smaltata non disturbante, liquirizia in evidenza, piacevolmente erbaceo in realtà austero ma con un finale bitter ricercato dal produttore per renderlo più versatile in fase di abbinamento. Ed in effetti ha ottimamente accompagnato uno squisito coniglio in Civet frutto delle sapienti mani di Delfina Piana e del dolce tepore della sua mitica stufa sulla quale, dopo una marinatura di un giorno, è stato dolcemente cotto per oltre due ore. Ad accompagnarlo una tipica polenta concia con formaggi.
Il Nebbiolo è un vitigno alpino, Valle d'Aosta, Carema, Valtellina... solo dopo si sposta nel sud del Piemonte. Nelle Langhe i filari d'uva servivano per delimitare le proprietà destinate prevalentemente all'agricoltura tradizionale mentre nel nord della regione costituivano l'unica coltura perché il clima combinato all'altissima acidità del terreno non permettevano la riuscita di altri prodotti agroalimentari. La maggiore esposizione solare, complice il contemporaneo innalzamento delle temperature produce nella zona del Barolo e Barbaresco uve che raggiungono la maturazione fenolica portando con sè un tenore zuccherino che genera vini che sfiorano i 15 gradi alcolici con tannini molto più potenti. Il Nebbiolo di montagna deve puntare alla finezza, con una parziale eccezione per i vini di Bramaterra le cui uve hanno giacitura su terreni in parte rocciosi con porfidi vulcanici che per irraggiamento scaldano maggiormente i grappoli.
Daniele è convinto che "il Nebbiolo è uno stato d?animo" , ha una visione vitruviana del vino, nel senso che l'uomo è al centro: la natura non fa vino , nel bicchiere si trova l'uomo che lo ha prodotto, le sue scelte e la sua vita. Camminando per le cantine del Castellengo si sente la responsabilità di produrre vini negli stessi locali che custodiscono bottiglie centenarie ancora bevibili e da questa ambizione nasce il vino di punta dell'Azienda: il Castellengo.
Nebbiolo in purezza, raccolto da vigne messe a dimora nel 1999 sul versante sud-sud ovest di questa collina sabbiosa, svolge la fermentazione alcolica parte in cemento e parte in acciaio per poi passare in botti grandi da 15hl e restarvi per un anno. Anche in questo caso emerge la cura del dettaglio, che poi proprio un dettaglio non è, ma ha anzi un valore sostanziale: la scelta del legno per le botti. Centovigne acquista le botti da un piccolo artigiano austriaco, prenotando il legno ancora in pianta. In questo modo può selezionare specifiche piante che crescano sufficientemente fitte per elevarsi in altezza senza sviluppare rami nella parte bassa del tronco. Ciò significa ricavare assi molto lunghe e prive di nodi, quindi senza disomogeneità. Le doghe vengono poi ricavate rigorosamente a spacco e particolarmente spesse in modo da permettere una ottimale microssigenazione dopo la fase di calibrata affumicatura.
Del Castellengo ci sono stati serviti in contemporanea tre annate: 2009, 2010 e 2011. In termini di vinificazione l'unica differenza è che l'annata 2009 ha subito l'affinamento solo in tonneau da 500 litri. Le differenze tra i tre bicchieri sono facilmente percepibili. Il 2011 ha un naso compresso, si apre a fatica in bocca ma poi mostra una buona complessità, un piacevole fondo fruttato, una buona persistenza ma una nota calda che disturba leggermente. Il 2010 è virilmente teso, tostato, ha un tannino più verde del precedente, sembra nascondersi dietro la sua straripante sapidità ma rivela una bella nota balsamica con il frutto ancora sacrificato dalla straripante gioventù. Il 2009 è il vino che mostra il minor potenziale di invecchiamento ha un naso con frutto scalpitante, penetrante e salmastro, con una nota iodata tipica del sottosuolo di origine marina ed un sottofondo smaltato dovuto probabilmente all'utilizzo esclusivo della botte piccola. Analizzate le differenze vediamo però cosa accomuna queste bottiglie. Sono tutti vini pieni, senza alcuna caduta a mezza bocca, nessuno mostra segni di terzializzazione, tannini robusti ma indifferentemente gentili ed eleganti con bellissima sapidità. L'annata del 2010, con il suo frutto ancora integro dopo oltre sette anni dalla vendemmia, lascia presagire un potenziale di invecchiamento di 30/40. E' una vendemmia sulla quale Daniele scommette, non è un vino immediato ma il Nebbiolo di queste terre non deve e non vuole essere ricordato per la sua immediatezza. Anche in questo caso si è rivelato perfetto l'abbinamento con una toma piemontese con mostarda.
Il Castellengo, come il Centovigne, è classificato come Coste della Sesia Doc ma Daniele preferirebbe una denominazione Colline Biellesi. E' convinto che al momento della stesura del disciplinare la politica del territorio, focalizzata sulla salvaguardia dell'industria tessile, non abbia perorato adeguatamente le peculiarità di questo areale che, di fatto, non appartiene certamente al bacino orografico del fiume Sesia. Anche in questo si dimostra l'ambizione e l'orgoglio di farsi portavoce per il rilancio di una antichissima storia enologica che merita rilancio. Al momento attuale la somma di tutti i produttori biellesi raggiunge le dimensioni di un produttore medio delle Langhe. L'azienda Centovigne ha una forza produttiva di circa 30.000 bottiglie, per il 95% esportate all'estero. Con l'acquisto di un'altra cantina a Lessona la produzione verrà sicuramente incrementata ed il progetto Longitudine 8° si prefiggerà di realizzare un vino per ogni singola parcella di vigneto.
La serata si è conclusa in modo informale come si è aperta: con biscotti di Meliga e Caldarroste abbiamo salutato Daniele e ringraziato per la sua disponibilità.
Se con il Rosso della Motta, vino che viene sbicchierato ei Wine-bar di Parigi, ha vinto la scommessa di produrre un Nebbiolo giovane ma con tannini non ruvidi ed estremamente bevibile, gli resta da vincere la partita più importante, quella contro il tempo. La serietà del lavoro, l'approccio rigoroso, il grande entusiasmo produrranno vini sempre migliori che sicuramente qualcuno, tra diversi decenni, sorseggerà con piacere nelle storiche cantine del castello di Castellengo.

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27 ottobre 2017
BALGERA: orgoglio valtellinese.

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di Antonio Lagravinese

L'Italia è costellata di zone che racchiudono perle enologiche totalmente nascoste ai grande pubblico dei fruitori di vino, come pure piccole realtà nelle quali, da parte degli addetti ai lavori, la viticoltura viene unanimemente definita "eroica". La Valtellina rientra nel novero di entrambi i gruppi.Una trasferta di un giorno non può certo avere la presunzione di essere esaustiva, tuttavia la nostra visita alla Cantina Balgera il giorno 18 Settembre, ha avuto una valenza tecnica eccezionale e spero che al termine di questo articolo sia chiaro anche a coloro che non hanno potuto partecipare.Facciamo prima un quadro generale della regione.
Ci troviamo in un tratto della valle del fiume Adda, i circa 40km che separano Ardenno da Tirano con il capoluogo di provincia Sondrio più o meno nel mezzo. Stiamo parlando di un'area di origine morenica, racchiusa tra le Alpi Retiche a settentrione e le Alpi Orobiche a meridione. Dal punto di vista geomorfologico la zona è estremamente complessa e non ho intenzione di dilungarmi su aspetti troppo tecnici, basti però sapere che nel sottosuolo si verifica la connessione tra diversi fasci di faglie che ha determinato la presenza di terreni sedimentari, unitamente a residui delle strutture granitiche e porfiriche tipiche del complesso Austroalpino. L'unico versante occupato dalla viticoltura è quello settentrionale in quanto l'orientamento est-ovest della vallata e l'esposizione a sud dei versanti permette di beneficiare dell'esposizione solare indispensabile per portare a maturazione l'uva. Le masse umide si scaricano quasi totalmente sulle Prealpi Orobie, mantenendo la valle soleggiata ed asciutta. La collocazione dei vigneti in quota, contrariamente a quanto si possa pensare, protegge anche dalle correnti d'aria più fredde che, per un gioco di intersezioni di valli, colpiscono più facilmente il fondovalle. Se il modellamento erosivo dei ghiacciai ha avuto una importanza cruciale per disegnare la Valle come ora la vediamo, l'erosione del terreno è il fenomeno contro il quale la viticoltura ha storicamente dovuto lottare. Più di 1.200 Km di muretti a secco proteggono ritagli di terreno strappati alla montagna e contribuiscono a disegnare un paesaggio unico al punto di guadagnarsi il riconoscimento dell'Unesco come Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Questo ambiante impervio non ha comunque mai frenato la viticoltura da quando le popolazioni liguri ed etrusche colonizzarono la valle dell'Adda Plinio, Virgilio ed Orazio parlano del vino della zona ed alcuni secoli prima dell'anno mille il Monastero di Sant'Ambrogio di Milano produceva vino destinato alle tavole ecclesiastiche tedesche. All'inizio del 1.500 gli ettari vitati erano circa 3.500, saliti a quasi 10.000 durante l'annessione alla Svizzera. Nel 1797 la regione torna alla Lombardia e viene colpita prima dall'Oidio e poi dalla Filossera che distruggono gran parte dei vigneti. Attualmente le vigne occupano circa 1.500 ettari. Epidemie a parte, è però probabilmente dal Medioevo che parte la nuova viticoltura valtellinese perché pare si debba far risalire a quest'epoca l'arrivo dal Piemonte del vitigno Nebbiolo. Quest'uva, nel suo biotipo specifico chiamato Chiavennasca, ha letteralmente colonizzato l'intera valle poiché il ciclo vegetativo molto lungo permette di compensare l'assenza di temperature estive particolarmente elevate prolungando il periodo della vendemmia fino la metà di Ottobre per completare ottimamente la maturazione fenolica.
Parlare di vino della Valtellina, tranne rare eccezioni, vuol dire parlare di vino rosso a base Chiavennasca, dalla denominazione "base" Rosso della Valtellina alle cinque DOCG che individuano le altrettante sottozone da ovest ad est: Valtellina Superiore Sassella, Grumello, Inferno, Valgella e Maroggia, fino alla tipologia di vertice, purtroppo non sempre qualitativa, "Sforzato di Valtellina Docg". La produzione di vini bianchi, rosati, frizzanti, passiti, oltre che rossi, può essere ricompresa sotto la Igt "Terrazze Retiche".
Abbiamo detto che vino in Valtellina è sinonimo di Nebbiolo e basta pensare alle caratteristiche dei vini piemontesi frutto di questa uva (Barolo, Barbaresco, Ghemme, Carema, Boca, Lessona, Gattinara...) per capire che il vitigno non brilla certo per la propensione a generare vini facili e beverini, complice un tannino spesso verde e difficile da domare. Se però i vini piemontesi si sono guadagnati sul campo una allure di nobiltà e longevità, altrettanto non si può dire per i loro "cugini" lombardi. Dalla sottozona Inferno, certamente più famosa, troppe volte arrivano sul mercato bottiglie che oscillano tra due diverse tendenze: o vini acerbi, scontrosi e squilibrati che necessitano di una lunghissima conservazione per ricercare una parvenza di bevibilità ed un equilibrio che difficilmente raggiungeranno, oppure vini con passaggi in barrique talmente marcanti da snaturarne la territorialità e la riconoscibilità. Sicuramente i riconoscimenti di critica enologica ottenuti da referenze top di alcune cantine numericamente più rappresentative ha svolto funzione di traino per tutto il comparto della valle, peccato che proprio questi vini, che rappresentano una forzatura della identità viticola del territorio, siano stati presi a modello dalle Commissioni di degustazione e, conseguentemente, dalle Aziende che a tali Commissioni devono sottoporre i propri vini.
Una volta delineato questo quadro, credo apparirà chiaro il messaggio che abbiamo voluto lanciare andando a trovare Paolo Balgera, titolare di una Cantina attiva dal 1885, che produce tra le 50 e le 60mila bottiglie ogni anno, per il 95% vendute all'estero e per lo 0,06% acquistate in Valtellina! Benché sconosciuta ai più, stiamo parlando della più vecchia cantina del territorio. Già Cantina Quadrio, di proprietà di Maurizio Quadrio, patriota italiano e luogotenente di Giuseppe Mazzini, venne acquistata dal trisavolo di Paolo che rappresenta la quarta generazione alla conduzione dell'Azienda ed al quale si deve il totale stravolgimento dell'attività. Infatti fino al 1983, anno della prematura scomparsa del padre di Paolo, Balgera vende principalmente vino sfuso con un cliente in Svizzera che assorbe quasi l'85% della produzione. Paolo inizia a frequentare le fiere per far conoscere il proprio vino e le esportazioni di bottiglie iniziano a percorrere strade diverse al punto che quando nel 2001 il Cliente svizzero chiude l'attività, il suo peso sulle vendite della cantina è ormai sceso al 20%. Oggi i vini Balgera si trovano negli Stati Uniti, in ben 42 stati, vengono serviti nell'alta ristorazione e proposti con prezzi decisamente importanti (i ristoranti di Bastianich, per fare un esempio, hanno questi vini in lista). I figli di Paolo sono la quinta generazione già pienamente coinvolta nella gestione dell'attività, Luca è enologo mentre Matteo è un prezioso jolly con particolare predisposizione commerciale.
Ma cosa rende unica questa piccola cantina nel panorama delle aziende della Valle? Andiamo per gradi, lo scopriremo durante la degustazione.
La passeggiata in vigna, ci permette di godere di un fantastico paesaggio ed approfondire con Paolo l'aspetto agronomico del lavoro. La tradizione valligiana prevede la disposizione dei vigneti a ritocchino, cioè con i filari orientati verso la massima pendenza questo sistema di impianto viene adottato in quasi tutte le situazioni che presentano forte pendenze e criticità dovute alla erosione del terreno. La considerazione di Paolo è stata differente. Una volta consolidato il terreno con il consueto utilizzo dei muretti a secco, in una valle con orientamento est-ovest, la vigna disposta a giropoggio permette ai filari una più omogenea esposizione luminosa perché i filari più a est non fanno ombra ai filari successivi. Oltre a ciò, un interfilare di 2,2 metri permette una densità di 5200 ceppi ettaro, superiore a quella precedente, che si traduce, mantenendo invariate le rese per ettaro, in una minore quantità di uva per pianta, tutto a vantaggio della qualità complessiva. Da ultimo, ma fattore non trascurabile, avendo eliminato la necessità di lavorare sulla linea di massima pendenza, molte lavorazioni possono essere anche meccanizzate. Ovviamente prima di procedere allo stravolgimento dei vigneti ed all'impianto di nuovi secondo questi innovativi dettami, si è provveduto ad analizzare la fondatezza o meno di queste intuizioni e le analisi strumentali hanno confermato la bontà dell'idea. Le uve raccolte dai filari a giropoggio sfruttano un apparato fogliare più esposto ed arieggiato, sono meno soggette a marciumi e raggiungono a piena maturazione un grado Babo zuccherino mediamente più alto di un punto e mezzo. I vigneti sono solo parzialmente inerbiti, la coltura è il meno possibile interventista, nell'anno in corso si è provveduto a solo 5 trattamenti con solfato di rame ed uno sistemico. Ovviamente la stessa attenzione viene richiesta anche agli storici conferitori di uva dell'Azienda. Abbiamo potuto apprezzare e toccare con mano la perfetta sanità dei grappoli ormai pronti per una vendemmia decisamente anticipata nei tempi a causa delle alte temperature estive. In generale l'innalzamento delle temperature non viene sentito da Paolo come un problema a queste altitudini spesse volte il problema è l'arrivo del freddo senza che le uve abbiano raggiunto l'ottimale grado di maturazione, quindi un leggero gradiente termico non può che far piacere diversa è la situazione creatasi quest'anno: la maturazione vegetativa è stata sicuramente molto accelerata, bisognerà verificare se anche quella fenolica si è compiuta in modo ottimale.
Tornati dalla vigna, un breve passaggio nella cantina storica ci ha permesso di ammirare due grandi botti di castagno, legno comune nei boschi della zona ma ormai dismesso da Paolo in quanto ritenuto non adatto alle caratteristiche della Chiavennasca. Conseguentemente all'evidenza di assaggio di un panel di degustatori, si è deciso di adottare botti con un mix di rovere proveniente da Francia, Moldavia e Slavonia. Molto apprezzabile e tecnicamente istruttivo il recupero funzionale delle storiche vasche di cemento. Originariamente erano vetrificate e concepite per la vinificazione a cappello sommerso la ditta costruttrice ha chiuso nel 1903 ma Paolo negli ani 90 ha voluto ristrutturarle, sabbiarle, intonacarle e ricoprirle con una specifica vernice epossidica. In questi contenitori il vino viene travasato a fine fermentazione alcolica in attesa di quella malolattica che parte sempre spontaneamente senza bisogno di attivatori, del resto i batteri lattici hanno dieci anni di tempo per decidere quando attivarsi...! Dieci anni??? No, non è un errore...
E' il momento di spostarci al ristorante dove pranzeremo e contemporaneamente, degusteremo i vini dei quali fino ad ora abbiamo solo sentito parlare.
A pochi passi dalla Cantina, racchiuso tra mura quattrocentesche, all'interno di una antica quanto pittoresca corte, è pronto ad accoglierci il ristorante Cantarana. Ambiente intimo e tradizionale ma al contempo elegante il rapporto di amicizia tra il titolare e la famiglia Balgera ha contribuito a rendere il servizio, benché impeccabile, anche amichevole e la degustazione si è svolta in modo piacevolmente informale.
Il Brut Villa Quadrio Spumante, realizzato da una Azienda amica con un 40% di Chiavennasca dei vigneti Balgera ed un 60% di Chardonnay, con la bollicina fine, una piacevole nota di mela verde ed una discreta lunghezza ottenuta con il metodo charmat lungo, ha rinfrescato la bocca e ci ha stimolato l'appetito.
La prima portata è una croccante cialda di Bitto, che racchiude del formaggio Scimudin, con sedano e Bresaola (decisamente strepitosa). Il vino in abbinamento è un "normalissimo" Rosso di Valtellina Doc annata... 1999! Già... anche in questo caso non è un errore. Ecco perché Paolo non ha fretta che partano le fermentazioni malolattiche: tenendo il vino nelle botti di cemento per lustri sicuramente, prima o poi, si attiveranno. Questo vino è uscito dalla botte a novembre 2016. Ed i terziari sono appena accennati. Il sorso è cremoso, intenso, profuma di rose e fragola, bevibilità eccezionale e piacevole finale su sentori di brace.
Alla "Sfoglia salata con mele e bresaola su fonduta di Casera" ci viene proposto in abbinamento un Valtellina Superiore Sassella 2005 che ci stupisce per la eccessiva giovinezza. Il vino è ovviamente godibilissimo, la frutta rossa è quasi straripante, il naso è ampio e spazia dal tabacco, al ginepro per arrivare a toni erbacei e speziati.Il colore denuncia una leggera unghia aranciata, tuttavia le varie componenti di questo bicchiere non sembrano ancora aver raggiunto un equilibrio ideale.
L'elegante rivisitazione di un piatto tradizionale valtellinese, il Fritulì, qui realizzato con grano saraceno e proposto con lardo su letto di cicorino, accompagna un bicchiere che stupisce per l'incredibile bevibilità. Stiamo parlando di un Valtellina Superiore Riserva Valgella Docg 2001. Il lungo affinamento ci regala un vino luminoso, elegantissimo, la perfetta polimerizzazione dei tannini rende il sorso morbido, avvolgente ma sempre teso e minerale, con una finale leggermente "fumoso". Un vino non solo integro e maturo, ma una bottiglia che sicuramente manterrà inalterate le proprie caratteristiche per molti anni.
Avevo sentito parlare del Valtellina Superiore Riserva del Fondatore Docg e giunge il momento di assaggiarlo nell'espressione dell'annata 2002. Questo vino è una creazione di Paolo ed è dedicato a Pietro Balgera, raffigurato in etichetta, fondatore dell'Azienda. Il vitigno, credo sia inutile sottolinearlo, è solo Chiavennasca e la bottiglia vuole essere, per la sua tecnica di realizzazione, un omaggio a tutta questa valle e a tutti i vigneti di questa antichissima Cantina. La costruzione parte dell'assemblaggio, in parti uguali, di quattro vini già affinati per due anni in grandi botti di Rovere, provenienti da tutte e quattro le zone storiche della valle: Sassella, Inferno, Grumello e Valgella, al quale si aggiunge poi un 20% di Sforzato affinando ulteriormente tutto per almeno 18 mesi in barriques di Allier di media tostatura.
Il naso sembra quasi fragile, ma penetrante. La mineralità è l'aspetto che emerge prepotente, per lasciare poi il passo a sensazioni fruttate di mora e mirtillo, un pizzico di tabacco ed una nettissima liquirizia. Vino penalizzato dal fatto di essere in bottiglia da solo 15 giorni (un 2002...) ma comunque elegantissimo e quasi aristocratico nel suo volersi celare. Ottimo anche l'abbinamento con i "Maltagliati di segale con ricotta e funghi porcini".
Non si può pensare di pranzare in Valtellina senza mangiare i Pizzoccheri, ed infatti il piatto non mancava dal menu per noi predisposto dal Ristorante Cantarana. E cosa abbinare al principe dei piatti valtellinesi, se non il Re dei vini? No, non il Barolo... Vorremmo continuare a coltivare questa recente amicizia con la famiglia Balgera!!! Ovviamente parlo del re dei vini di Valtellina: la Sforzato. Se in commercio si trovano al momento bottiglie di Rosso di Valtellina del 2015 (noi abbiamo bevuto la 1999) e di Sforzato 2013, ci viene servita l'annata attualmente distribuita: Sforzato di Valtellina Doc 2000. Se i pizzoccheri che mi sono stati proposti sono certamente i più buoni che io abbia mai mangiato, anche il vino ha caratteristiche totalmente differenti dai prodotti fino ad ora conosciuti. L'appassimento di 4 mesi in un fruttaio con grappoli appoggiati su reti di fibra di vetro per scongiurare ogni possibile contaminazione, la permanenza per 14 anni in botte grande ed il successivo lungo riposo in bottiglia, sono fattori che contribuiscono alla nascita di un grande vino. Un titolo alcolometrico inferiore ai 15 gradi ma quasi non avvertibile, una sostanza masticabile ma resa lieve e straordinariamente godibile da una bellissima acidità e da un naso con note quasi salmastre il tannino è morbido, il naso non rivela evoluzioni terziarie, grande piacevolezza unita a grande longevità potenziale.
Un po' per richiesta del mercato, un poco per sperimentazione personale, Balgera produce anche un'altra versione di Sforzato che prevede un passaggio di circa un anno e mezzo in barriques. Sempre dell'annata 2000, lo abbiamo degustato assieme a dei medaglioni di Cervo allo Sfursat di una morbidezza disarmante. Decisamente più morbido anche questa seconda versione del vino: la freschezza e sapidità non mancano ma vanno ricercate con più attenzione perché le papille gustative vengono avvolte da calde note di caramello, vaniglia spezia e liquirizia un vino che ammicca leggermente ad un gusto più internazionale, mantenendo inalterata la "mano Balgera" nella realizzazione.
A questo punto del pranzo sarebbe previsto il dolce ma Paolo ha in serbo per noi una sorpresa... anzi due... a ben pensarci quattro, perché anche noi durante la visita in cantina lo abbiamo sollecitato a soddisfare la nostra curiosità...
Il primo fuori programma, già predisposto a nostra insaputa, è un rarissimo Magnum di Riserva del Fondatore annata 1995. Il vino è in bottiglia dal 2004, all'attacco sembra magro, sottile, quasi fragile, ma poi si dispiega rivelando una incredibile profondità. Un prodotto certamente difficile per un pubblico non adeguatamente preparato, ma dimostra una grandissima persistenza con una fitta trama olfattiva declinata sul caffè, cuoio, spezie ed incenso. Netta la coerenza con l'annata 2002 precedentemente degustata.
Nella parte più riservata della cantina, durante la nostra visita, avevamo notato una piccola piramide di vecchie bottiglie polverose che hanno attirato la nostra attenzione. Lo straordinario padrone di casa ha pensato di fugare ogni nostro dubbio prelevandone una, spolverandola e stappandola al termine del pranzo: ecco nei nostri bicchieri un Valtellina Inferno 1983. Cosa si può dire di un vino di 34 anni, prodotto con tecniche enologiche non rudimentali ma certamente meno consapevoli di quelle odierne? Tanto per iniziare possiamo dire che la bevibilità è intatta! Certo il colore vira verso note leggermente aranciate, cui coerentemente fanno da contrappunto sentori di arancia sanguinella Il tannino è setoso, la freschezza intatta e la chiusura sull'avvolgenza della rosa appassita.
La cucina del Ristorante giustamente detta i tempi e ci viene servito un piacevolissimo semifreddo ai fiori di sambuco con tortino al cioccolato fondente. E' l'occasione per degustare il vino dedicato al Figlio di Paolo:
il Luca I° Igt Passito 2011. Ovviamente solo Chiavennasca con appassimento prolungato fino ad aprile poi diraspata a mano per singolo acino fermentato in fusti di legno per 12 mesi, affinato per 2 anni in acciaio e poi in bottiglia. L'estrazione antocianica è massima, il colore impenetrabile ma il tannino non disturba, contribuisce anzi a donare bevibilità ad un sorso mai stucchevole nonostante la decisa dolcezza, La nota fruttata di marasca, ingentilita dalla frutta secca, soprattutto pinolo, viene controbilanciata dalla scorza di agrume, dalle erbe officinali, castagna bollita ed un finale al contempo dolce ed amaricante, come di amaretto. Bellissimo prodotto che si esalta splendidamente in abbinamento al cioccolato.
Come ho detto prima, durante la nostra chiacchierata in cantina, abbiamo evidenziato la nostra esigenza di capire il più possibile di questo territorio, anche attraverso l'assaggio di alcuni campioni di botte. Paolo, come ogni vignaiolo che non ha nulla da nascondere e che è anzi orgoglioso del proprio prodotto, non ha fatto cadere nel vuoto la nostra richiesta ed ha provveduto a prelevare da botte un Valgella 2016 Vigneto Pizzamei ed uno Sforzato 2016. Nel primo vino la nota vinosa e fruttata è completamente sovrastata dalla strabordante freschezza e sapidità con un tannino verde e scalpitante lo Sforzato ha una nota disturbante dovuta alla malolattica in corso di svolgimento, ma anche in questo caso la avvertibile dolcezza viene dominata dalla gioventù del tannino verde, fresco e sapido.
La convivialità della degustazione non ne ha inficiato la valenza tecnica. Adesso abbiamo chiaro il progetto Aziendale: fare qualità con una filiera produttiva che sia sostenibile, che rispetti il territorio e la vocazione di queste montagne nel creare vini che si distinguano per capacità di evoluzione e longevità. Il nuovo corso intrapreso da Paolo, e oggi condiviso dai figli, è coraggioso. Nonostante la sottozona Inferno sia quella al momento più famosa e commercialmente appetibile, lui prevede controtendenza una progressiva focalizzazione sui vigneti della zona Valgella, per tendere alla esaltazione delle sue sottozone con vinificazioni sparate di veri e propri Cru. L'assaggio di vini prodotti da uve in un arco temporale di oltre trent'anni ci ha dato la precisa percezione di una evoluzione qualitativa che ha potuto beneficiare di vigneti e basi enologiche di decennale indubbia qualità. Controtendenza è certamente anche questa attitudine ai lunghi affinamenti, ma non per sterile esercizio di stile, ma per rispetto dei tempi propri di evoluzione dei mosti aggiunto al rispetto nei confronti di un consumatore che ha il diritto di trovare una bottiglia che sia pronta da godere già al momento dell'acquisto. E' particolarmente piacevole apprendere che questi vini abbiano trovato un grande apprezzamento in un mercato come quello nordamericano, notoriamente più incline a vini masticabili e ruffiani.
Quindi una strada diversa è non solo possibile, ma anche reale e percorribile. La trasformazione dei sesti di impianto, la meccanizzazione in vigna, la sostituzione per l'appassimento delle arelle in legno con reti di fibra di vetro, la dismissione delle botti in castagno con legni meno marcanti e da ultimo la sperimentazione di qualche vitigno resistente sono tutti passi compiuti non per rinnegare o stravolgere la tradizione ma al contrario per produrre uve che trasmettano al meglio le straordinarie potenzialità di un territorio a noi volto vicino ma ancora da riscoprire attraverso il lavoro di realtà come Balgera.
La giornata si è conclusa con la sensazione di non aver ancora compreso appieno le straordinarie potenzialità della Chiavennasca e solo una degustazione di annate storiche potrebbe aiutarci a fugare ogni dubbio. Paolo l'ha promessa... è persona di parola, credo ci rivedremo presto.

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15 settembre 2017
UN ROSA... SENZA SPINE!

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di Antonio Lagravinese

No, per il momento Vog non si occupa ancora di botanica o floricoltura, per il futuro, vista la vulcanica fantasia di Luca e Delfina tutto è possibile...!
Il rosa è il colore di molti vini che sempre più speso iniziano ad occhieggiare dagli scaffali delle enoteche italiane. In realtà già molti anni fa era possibile trovare vini rosé nella grande distribuzione (chi non si ricorda del Mateus Rosé alzi la mano!) ma questo non significa assolutamente che i supermercati abbiano fatto da apripista alla rinascita di questa tipologia: è vero anzi il contrario.
Ancora adesso in numerose carte dei vini di ristoranti, anche di buon livello, la tipologia rosé è quasi assente nella grande maggioranza della platea dei consumatori è ancora radicata l'idea che il vino rosé sia un "vino da donne" o, peggio ancora "da femminucce". A parte la totale mancanza di rispetto nei confronti delle donne, che invece costituiscono una grossa e competente fetta del mercato dei consumatori di vino, questa convinzione sconta anni di prodotti di bassissimo livello, speso con residui zuccherini decisamente percettibili, abitualmente frizzanti e con gradazioni alcolometriche modeste: in parole povere poco più che bibite frizzanti aromatizzate al vino! A concludere il quadro mettiamoci pure che il colore rosa, da sempre abbinato all'universo femminile, non ha certo favorito la penetrazione di queste tipologie di prodotti... anche se vorrei trovare un virile ciclista che non ambirebbe ad indossare una maglia rosa!!!
Negli ultimi anni c'è stata una crescita generalizzata. E' cresciuta la capacità dei vignaioli di proporre prodotti sempre migliori ed è cresciuto di pari passo il nostro palato e la nostra capacità di apprezzare le indubbie peculiarità di questa tipologia. Credo che un fattore importante sia stata anche l'evoluzione della cultura gastronomica in Italia. Rispetto a venti o trenta anni fa nel nostro paese si consumano a pasto molte più verdure e molto più pesce, già consolidata è la presenza costante di locali con cucina asiatica o giapponese, molto più recente, ma in vertiginoso aumento, la proposta di cucina vegana molte queste tipologie di preparazioni gastronomiche possono trovare giovamento dall'abbinamento con vini che non abbiano la struttura prevaricante di un rosso corposo, ma sarebbero comunque troppo complesse per la maggior parte dei vini bianchi. In Francia la concentrazione maggiore di vini rosé viene prodotta in Provenza dove, non a caso, viene praticata la ?"Cousine du soleil" cioè una cucina ricca di verdure, erbe aromatiche e pesce.
Quindi il mercato è cambiato, la cultura è aumentata, la richiesta si è fatta più precisa e competente ed a questa esigenza la produzione vinicola ha risposto con prodotti sempre migliori, frutto di una progettualità che parte dalla gestione di una vigna pensata appositamente per produrre del vino rosato per poi proseguire con tecniche di cantina che devono essere dosate nel modo opportuno per preservare le caratteristiche organolettiche di un prodotti intrinsecamente più fragile di un vino rosso.
Prima di passare alle note di degustazione è bene fare una breve premessa sulle tecniche di vinificazione. Per prima cosa una importante precisazione: in Italia, al contrario ad esempio della Francia, è vietato ottenere il rosato tramite miscelazione di mosti di uve bianche rosse oppure tramite miscelazione di vini, ne consegue logicamente che tutti i vini rosati provengono dalla lavorazione di uve rosse. Unica eccezione a questa regola la produzione di vini spumanti. Le strade percorribili sono essenzialmente due... più una variante.
Se si decide di seguire la vinificazione in rosso si procede in modo tradizionale ma con la sola accortezza di accorciare il periodo della macerazione sulle bucce a poche ore, in modo che si abbia una bassa cessione di tannini ed antociani. Regolandone il tempo, si regola direttamente l'intensità del vino che vogliamo ottenere. Una variante a questo procedimento consiste nella tecnica del salasso. In pratica si parte dai mosti destinati alla produzione del vino rosso ma, dopo qualche ora di macerazione, si provvede ad estrarre una parte di mosto che sarà destinata al vino rosé in questo modo si ottiene, oltre alla bassa cessione di coloranti al mosto che dobbiamo lavorare, una maggiore concentrazione di vinacce sul restante mosto destinato al vino rosso, che potrà quindi risultare maggiormente concentrato.
La seconda tecnica è quella della vinificazione in bianco. Poiché però questa lavorazione non prevede la macerazione sulle bucce, bisogna ottenere l'estrazione della materia colorante in fase di pressatura e la si ricava con una pressatura lentissima, per dare modo alle bucce di cedere comunque una frazione tannica ed antocianica i vini ottenuti con questo procedimento avranno comunque sempre delle colorazioni molto tenui.

Veniamo all'assaggio dei vini proposti.

LA PIANA - Rosa della Piana Aleatico Toscana IGP 2016
Vigne strappate alla macchia mediterranea dopo l?abbandono dell?Isola alla fine degli anni 80 da parte della colonia penale che si era occupata fino a quel momento di curarne la coltivazione. Solo uva Aleatico di produzione biologica in conversione biodinamica, vinificata in bianco e maturata per quattro mesi in serbatoi di acciaio. Veste rosa antico, cerasuolo brillante di impatto fresco, sapido e delicatamente fruttato. Un vino ancora in fase embrionale. Un piacevole accenno tannico con una nota alcolica ancora non perfettamente fusa. Buona la persistenza senza alcuna chiusura amara ma anzi croccante e fruttato con la fragola in bella presenza.

AUSONIA - Apollo Cerasuolo di Abruzzo DOP 2015
Azienda giovane di Atri, a 270m di altitudine, con 12 ettari di vigneti a conduzione prima biologica ora biodinamica che godono dell'influsso del Mare Adriatico restando protetti dall'imponente massiccio del Gran Sasso. Ausonia è il nome di una di farfalla molto rara, riprodotta in etichetta, che si trova tuttavia numerosa in azienda. Anche tutte le linee dei vini riportano il nome di farfalle (tra cui appunto Apollo) che si possono vedere volteggiare tra le vigne. Montepulciano in purezza fermentato ad opera di lieviti indigeni dopo una macerazione di dieci ore sulle bucce. Il vino svolge anche la fermentazione malolattica e viene affinato in bottiglia senza subire alcuna filtrazione. Il colore è un bel rosa intenso, splendidamente luminoso, il naso impattante ha necessità di areazione per una decisa nota riduttiva, poi si rivela scuro, profondo, con sentori di fiore appassito e tamarindo. Il sorso è grasso, cremoso, con buona sapidità, bella freschezza ed un piacevole ritorno di ribes scuro. Una leggera nota ossidativa disturba leggermente la bevibilità penalizzata anche da un finale leggermente amaro ed una nota alcolica eccessiva.

MONTE DI GRAZIA - Rosato Campania Igt
Ci troviamo a Tramonti, sulla Costiera Amalfitana, dove la viticoltura non può definirsi estrema ma addirittura eroica. Meno di quattro ettari disposti su terrazzamenti che godono del libeccio proveniente dal mare. Coltivazione biodinamica con sesti di impianto tradizionali a tendone e con coltura di ortaggi e verdure tra i filari. Le uve provengono da vecchie viti, alcune ultra centenarie, forse tra le più vecchie in Italia. I vitigni sono per il 90% Tintore e per il restante Moscio, quindi assolutamente autoctone.
Colore molto intenso, trama che rivela la rosa, una essenza di lampone, cannella e fiori di campo. In bocca è austero, durissimo, aggressivo, tagliente, asciuga la bocca ed ha una persistenza incredibile. Il Tintore è un'uva che regala un mosto molto caldo ed erbaceo e la frazione di Moscio (ha il nome in testa) serve per bilanciare le durezze, ulteriormente smussate dal breve tempo di macerazione. A dispetto di quanto era lecito attendersi, chiude più su note minerali che tanniche.

A VITA - Calabria Igp Rosato 2015
Solo uva Gaglioppo fermentata spontaneamente con lieviti indigeni e decantata naturalmente, prodotto da un architetto milanese che eredita la vigna dal nonno e decide di procedere al recupero e valorizzazione del territorio. L'uva proviene da due vigneti gestiti in regime biodinamico incastonati tra i monti che regalano acidità ed il mare che cede sapidità, viene fatta macerare per circa 12 ore e poi affinare solo in acciaio. Il sorso ha una buona sapidità ed un piacevole spunto fruttato, tuttavia chiude troppo presto denunciando un deciso difetto di persistenza ulteriormente aggravato da una disturbante chiusura amara.

I VIGNERI - Vinudiluce Rosato 2015
In Sicilia, precisamente a Catania, alle pendici dell'Etna, nel 1435 fu istituita la "Maestranza dei Vigneri": una sorta di albo professionale delle migliori maestranze che lavoravano in vigne e che avevano il compito di insegnare e tramandare il lavoro ai giovani. Con l'intento di recuperare vecchie vigne coltivandole applicando una viticoltura di eccellenza l'enologo Salvo Foti ha fondato la sua azienda I Vigneri e, attorno allo stesso nome, ha aggregato un gruppo di aziende che condividono lo stesso approccio enologico. In poche parole coltivazione biologica, sesti di impianto ad alberello tradizionale, concimazioni esclusivamente organiche ed utilizzo di attrezzature poco invasive. "vinudiluce" in dialetto siciliano significa Vino di Leccio, ed infatti le uve Alicante, Minnella, Coda di Volpe, Grecanico ed altre minori provengono dalla vigna Bosco che si trova appunto immersa in un ampio bosco di Lecci sul versante nord dell'Etna a 1300m slm, si tratta con ogni probabilità del vigneto più alto d'Europa, uve bianche e rosse su piede franco che vengono vinificate tutte assieme. La lavorazione in vigna avviene a mano o con il mulo, in cantina non si utilizza refrigerazione, non vengono aggiunti solfiti, i lieviti sono autoctoni e travasi ed imbottigliamenti seguono le fasi lunari. Il naso è estremamente caratterizzante: un inaspettato lievito, crosta di pane e camomilla. Il colore è un rosa molto tenue, in bocca il pompelmo è straripante, l'acidità ancora verde sottende una nota salmastra, vegetale e minerale. La complessità al naso ricorda alcuni Champagne rosé , la tannicità è quasi impercettibile, mentre avvertibile è una piacevole vena speziata e tostata.

DOMAINE LA MORDOREE - La Dame Rousse Aoc Tavel 2016
Ci troviamo nella Valle del Rodano Meridionale, terreno ciottoloso, spazzato dal vento Mistral. Dalle vigne ad alberello a conduzione biologica di Grenache, Cinsalut, Syrah, Mouvedre, Clairette e Bourboulenc di oltre 40 anni vengono raccolte le uve che macerate da 36 a 48 ore ad opera di lieviti indigeni producono un vino di colore rosa splendido con riflessi quasi violacei. Il naso è decisamente dolce, rotondo, piacevolmente ruffiano. Il sorso è coerente: chewingum, caramella mou ed una delicata nota di fragola. La bevibilità è però mortificata da una deviazione alcolica e da una chiusura troppo rapida, una carenza di sapidità ed una chiusura amara.

LAMAIRE - Rosé de Saignée Aoc Champagne
Piccolo produttore artigiano della Valle della Marna, questa bottiglia racchiude in parti uguali Pinot Nero e Pino Meunier, vinificato con macerazione, senza fermentazione malolattica né filtrazione e dosato 7gr/l. La vigna viene lavorata applicando una agricoltura "ragionata" ma con particolare attenzione alla naturalità al punto di utilizzare per l'alimentazione della vigna anche delle alghe marine provenienti dalla Norvegia.
Quello che ci viene versato nel bicchiere è un vino rosso che, incidentalmente, ha anche l'effervescenza. Fragola, ribes, lampone ma al contempo fresco, sapido e minerale caldo, potente, un tannino percettibile ma che contribuisce elegantemente ad arricchire la trama gustativa di un sorso ricco, persistente ed alleggerito da un perlage elegante e cremoso.

VEUVE FOURNY & FILS - Rosé les Rougesmonts Extra Brut Aoc Champagne Premier Cru
Azienda con sede a Vertus, Pinot Nero in purezza che cresce sul suolo gessoso della Còte de Blancs. La regione di Vertus, come tutta la Còte de Blancs, è zona di elezione per lo Chardonnay, ed è quindi usuale trovare rosé di assemblaggio che uniscono una base spumante bianca con una piccola percentuale di vino rosso fermo. In realtà la scelta di questo piccolo produttore è quella di uno Champagne de Saignée. Il risultato è un sorso capace di unire la potenza del Pinot Nero alla naturale eleganza che questo territorio regala abitualmente allo Chardonnay. Una splendida croccantezza di frutto, abbinata a decisa sapidità e freschezza. Un prodotto fresco e tagliente complice il basso dosaggio a soli 3gr/l.

Queste le impressioni di degustazione che sarebbero già sufficienti a giustificare la serata. In realtà ho volutamente tralasciato un aspetto fondamentale al quale ho accennato in apertura dell'articolo: la versatilità di questi vini nell'abbinamento gastronomico. Per quanto la parola di Luca e Delfina per noi non sia in discussione, preferiamo testare direttamente sul campo, anche perché ogni scusa è buona per approfittare della cucina di Delfina!

Assieme al Cerasuolo di Abruzzo ci è stato proposto un delicatissimo "Gambero rosa al vapore con mousse alle erbe aromatiche". La freschezza del vino contrasta egregiamente la morbida dolcezza del gambero, mentre l'aromaticità delle erbe si accorda piacevolmente con la sua vena floreale e fruttata. L'assaggio combinato smorza anche la leggera vena ossidativa che avevamo riscontrato nel vino, valorizzandolo ulteriormente.
Uno straordinario "Riso nero con Branzino cotto al vapore, pesto senza aglio e pecorino" ha accompagnato gli ultimi sorsi del Gaglioppo chi aveva nel bicchiere ancora un poco del vino campano di Monte di Grazia ha potuto apprezzare la perfetta concordanza tra la potenza del vino e la decisa personalità di questa preparazione che unisce la delicatezza del pesce alla forza del pesto e del pecorino, riequilibrata dalla presenza del riso che comunque conferisce una componente aromatica. Il Gaglioppo, che in fase di degustazione, ha mostrato qualche limite, lo ha confermato anche in sede di abbinamento anche se nel piatto ha trovato un valido alleato nello smorzare la chiusura amara che ne aveva penalizzato il sorso.
Il vino dell'Etna non poteva che essere abbinato anch'esso, per omaggio al territorio di provenienza, ad una preparazione a base di pesce, ed infatti ci viene servito un "Salmone mantecato cotto in succo di arancia con sedano". E' difficile scomporre analiticamente le diverse componenti del vino e del piatto. Diciamo che c'è un perfetto accordo per concordanza, dove le analogie sono le diverse complessità del piatto e del vino. La comune nota agrumata, la trama erbacea del vino e del sedano, la tannicità del rosé che contrasta la grassezza del salmone: un perfetto matrimonio di sapori.
Ma il vino rosato non richiama necessariamente l'abbinamento con piatti a base di pesce, ed infatti, contrariamente a quanto si potrebbe usualmente pensare, dopo gli Champagne ci viene proposto un "Black Angus cotto a bassa temperatura con aceto balsamico invecchiato 10 anni e pesca". La potenza, il fruttato, la nota selvatica del Pinot Nero si accorda con l'Angus la cui intensità viene addomesticata dalla aromatica dolcezza del condimento balsamico ulteriormente addolcito dal frutto della pesca che ben si accorda con le note del vino, mentre l'anidride carbonica pulisce perfettamente la bocca ed invita ad un nuovo assaggio.
Ad esaltare ulteriormente la capacità "sgrassante" dello Champagne e confermarne la versatilità gastronomica è arrivato, come piacevolissimo fuoriprogramma, una degustazione del sempre ottimo cotechino della macelleria Macalli di Cremosano, gentilmente offerto dal socio Vog, nonché prezioso collaboratore, Gaetano Gasnelli.

Adesso il quadro è completo. Abbiamo potuto constatare che il mercato propone vini rosé di svariate tipologie ma tutti di ottima fattura. Questi prodotti si sganciano da un utilizzo prettamente estivo o da aperitivo, per ritagliarsi una piena dignità in funzione di un abbinamento molto versatile a tavola. Benché i cugini francesi siano tuttora i maggiori produttori e consumatori di vini rosati al mondo, abbiamo anche verificato che, per una volta, almeno nel campo dei vini fermi, non abbiamo nulla da imparare perché la grande varietà di vitigni presenti in Italia ci consente la realizzazione di bottiglie che riescono molto bene a coniugare intensità, eleganza e bevibilità.
La scelta, come sempre, rimane molto personale, ma quando ci apprestiamo a studiare un abbinamento per un piatto, quando sfogliamo la carta dei vini di un ristorante, è importante iniziare a prendere in considerazione anche l'alternativa rosa: potremmo restarne piacevolmente sorpresi.

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8 settembre 2017
VOGTOUR IN TRENTINO - Settima cantina

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di Antonio Lagravinese

Per l'ultimo pranzo della gita siamo stati accolti dallo splendido locale Vecchia Sorni dove ci siamo rilassati grazie alla strepitosa vista sulla valle ed alla cucina di altissimo livello.
Recuperate le forze, ci siamo spostati a Cavade, località della Val di Cembra dove si trova la sede della Cantina Pelz: ad attenderci Diego Pelz e la sua famiglia.
La giornata è splendida: cielo blu cobalto, sole splendente, assenza di vento e temperatura attorno i 28 gradi: l'ideale per una passeggiata lungo la costa della montagna per godere del panorama e della vista dei vigneti.
Che la vite fosse oggetto di attenzioni da ben prima della nascita di Cristo è ormai un dato assodato, non tutti però hanno sentito parlare della "situla etrusca": un vaso di rame, datato IV secolo A.C., inciso con lettere dell'alfabeto retico ed il cui utilizzo era legato a riti, probabilmente devozionali, che prevedevano l'utilizzo del vino. Perché parlo di questo reperto archeologico? Perché esso fu ritrovato nel 1825 sul DossCaslir proprio in Val di Cembra. La vite è quindi organica di queste terre e la sua coltura si è ulteriormente affinata dopo la dominazione dei Romani che ne incentivarono la trasformazione in vino spostando questa bevanda da un consumo locale ad un prodotto destinato alla esportazione.
La valle si presenta come un fantastico anfiteatro verde smeraldo attraversato dal torrente Avisio ed è un inno alla storica operosità contadina degli abitanti. Chilometri di muretti a secco hanno strappato alla montagna terreno da destinare all'impianto delle vite, terrazzamenti su pendenze inaccessibili , tranne che per alcune giaciture particolarmente felici, a qualunque tipo di mezzo meccanico, vigneti ordinatissimi intervallati a fitti boschi e punteggiati da vecchie costruzioni in muratura. Il bianco dei muri sembra disegnare quasi un ricamo tra i boschi ed i vigneti, ad ogni curva si apre una nuova vista di indiscussa bellezza.
"La Val di Cembra è bella da vedere, non da lavorare". La frase di Diego Pelz racchiude contemporaneamente l'amore per la terra e la fatica del vignaiolo. In effetti questa non può che considerarsi viticoltura eroica tanto quanto quella praticata nelle più conosciute Valtellina o Cinque Terre.
Dopo anni di attività come conferitori della Cantina Sociale, l'Azienda nasce nel 1994 dalla volontà dei tre fratelli Pelz: Diego, Michele e Franco e con il supporto dell'allora enologo della Cantina Sociale di Cembra Vito Piffer ed infatti per alcuni anni i vini sono stati commercializzati con la denominazione aziendale Pelz-Piffer per poi rimanere solo Pelz quando Vito Piffer ha deciso di passare alla cantina Endrizzi. Gli ettari complessivamente coltivati sono circa 18, di cui 8 di proprietà e gli altri in affitto, allevamento principalmente a guyot ed orientamento a ritocchino per una produzione annua inferiore alle 15.000 bottiglie. L'altitudine dei vigneti è compresa tra i 400 ed i 650 metri s.l.m. e le uve utilizzate sono Schiava e Pinot Nero per i rossi, MùllerThurgau, Kerner , Riesling e Paolina per i bianchi. Colpisce l'assenza del Gewurtztraminer normalmente molto diffuso in zona. Diego non ha dubbi: "La cantina Sociale ha fatto piantare molto Traminer in valle, ma ha sbagliato: questo non è un territorio ed un terreno adatto a questo vitigno". E' ovvio che la scelta è stata dettata anche da esigenze di mercato, essendo questi vini molto richiesti, ma la Cantina Pelz ha deciso di puntare su uve che riescano a sfruttare al massimo il particolare microclima della valle e la composizione del terreno. L'esposizione sud-est dei vigneti consente una esposizione al sole quasi totale ed una perfetta capacità delle uve di giungere a perfetta maturazione, protette da eventuali marciumi dalla circolazione dell'aria che si incanala all'interno della Valle. Il notevole sbalzo termico, anche superiore ai 15 gradi tra il giorno e la notte, contribuisce a conferire complessità aromatica alle uve. L'approccio agronomico è rispettoso e ragionato ma senza alcuna decisa adesione a disciplinari biologici l'atteggiamento di Diego nei confronti delle più recenti "mode" naturali è piuttosto scettico. Ci confessa candidamente di aver provato ad utilizzare i lieviti autoctoni e le fermentazioni spontanee ma senza successo: "la fermentazione non parte correttamente ed ancora meno correttamente procede: non facciamo tanto vino, non possiamo permetterci il rischio di perdere la produzione" anche perché, aggiungo io, non rientrerebbe nelle loro filosofia procedere poi con artifizi di cantina per correggere risultati non conformi al prodotto che si vuole proporre. Sempre coerentemente all'intenzione di salvaguardare al massimo le poche bottiglie prodotte, la scelta della tappatura è ricaduta sul tappo a vite. In questo campo però la porta è aperta a nuove sperimentazioni, in particolare verso nuove generazioni di tappi Stelvin con permeabilità modulata che possano garantire una gradualità dell'evoluzione del vino in bottiglia anche dopo la chiusura.
Che nonostante l'altitudine non vi siano problemi di esposizione solare diventa chiaro ben presto a tutti noi che iniziamo a sudare copiosamente mentre seguiamo Diego in questo tour lungo la costa della montagna. E' quindi con immenso sollievo che ci rendiamo conto di aver percorso una circonferenza che ci sta nuovamente conducendo alla sede dell'Azienda dove ci attenderà il duro lavoro della degustazione...

Sul tavolo in legno situato davanti alla cantina, l'intera famiglia si adopera per assisterci durante l'assaggio che parte con lo spumante

3.TRE TRENTO BRUT Pasdosè
La Val di Cembra ha una grande tradizione spumantistica ed anche la famiglia Pelz ha voluto onorarla cimentandosi in un prodotto dotato di una spiccata personalità.
Il numero ricorrente citato in etichetta è un omaggio ai tre fratelli, alle tre famiglie, alle tre basi spumanti, ed ai tre anni che questo vino trascorre sui lieviti.
Prodotto con un 70% di Chardonnay ed un 30% di Pinot Nero, è ottenuto a partire da tre basi spumante perché un 15% di Chardonnay è una base dell'anno precedente la vendemmia che è stato fatto fermentare, malolattica compresa, in barrique. La bottiglia che assaggiamo deriva dalla vendemmia 2012 con sboccatura Agosto 2016.
Per il Pinot Nero che confluisce nello spumante si provvede alla raccolta del secondo grappolo della pianta, il primo resta sul tralcio, si arricchisce ulteriormente e viene utilizzato per la vinificazione del rosso.
Il sorso rivela un prodotto croccante, con una bolla discreta e vellutata. Buona la freschezza ed ottima la mineralità che contribuisce ad una buonissima Pai con un piacevolissimo ritorno fruttato ed una leggera nota di legno che è tutt'altro che invasiva ma anzi addolcisce l'iniziale acidità. La scelta dell'assenza di dosaggio, supportata dalla consapevolezza della qualità dell'uva, è dettata dalla ricerca dell'identità del territorio e dell'annata, indipendentemente dalla costanza gustativa. La percentuale dei due vitigni non sarà sempre la stessa in quanto legata all'andamento climatico dell'annata ed al grado di maturazione del Pinot Nero.

MÜLLER THURGAU IGT VIGNETI DELLE DOLOMITI 2016
Le uve provengono dai vigneti più in quota, verso i 650 metri con terreno sabbioso di origine vulcanica. Il vino è in bottiglia da circa 20 giorni, non è ancora del tutto stabilizzato ma risulta comunque piacevole. Impatto fruttato molto pieno che inizialmente sovrasta un floreale più sottotono e un leggero spunto vegetale e citrino. Buona l'acidità che lascia presuppore una buona capacità di tenuta nel tempo. A questa osservazione Diego confessa di non aver esperienza in tal senso in quanto il M?ller è sempre stato considerato come un prodotto di pronta beva pertanto non è mai stato fatto stoccaggio di vecchie annate.

PINOT NERO IGT VIGNETI DELLE DOLOMITI 2013
100% Pinot Nero ottenuto al primo grappolo del tralcio rimasto in vigna circa altre tre settimane, dopo che il primo passaggio in vigna ha raccolto quanto destinato alla base spumante. Vigneti messi a dimora su terreno di origine glaciale attorno ai 450 metri di tipo sabbioso e ghiaioso. La classica potatura verde utilizzata per il controllo della produzione è stata modificata su istruzioni impartite dalle Cantine Ferrari, che acquistano in zona molte uve da destinare alla loro produzione. L'indicazione è stata: piuttosto che togliere un grappolo, tagliate due mezzi grappoli. In questo modo viene maggiormente preservato l'equilibrio vegetativo della pianta. La vinificazione di questo prodotto è molto particolare. Dopo l'avvio della fermentazione in barrique, le botti vengono aperte , all?interno viene inserita una rete per mantenere il cappello sommerso e viene fatta proseguire la fermentazione con la barrique aperta. Quando il processo si esaurisce, vengono eliminate le bucce ed il vino continua l'affinamento, questa volta a botte chiusa, per almeno 16 mesi. Il naso è speziatissimo ma in bocca l'ingresso è quasi dolce: ciliegia, frutti di bosco e rosa, poi rabarbaro, tamarindo, humus un vino verticale con un tannino verde ma elegantissimo che lascia intravedere grandi potenzialità di invecchiamento.

RIESLING RENANO CLESSIDRA TRENTINO DOC 2004
Anche in questo caso la giacitura dei vigneti è nella fascia più bassa, con terreno glaciale di componente prevalentemente porfirica. Possiamo affermare, senza tema di smentita, che in questa terra di bianchi, il Riesling Renano di Pelz è un punto di riferimento per misurare la potenzialità della Valle. Il vino ha un bel colore paglierino dorato luminoso e vivace, aspetto coerente con una acidità ancora ben avvertibile. Il naso inizialmente declinato sulle erbe aromatiche è decisamente intrigante, trama floreale ben fusa con una nota dolce quasi mielosa che smorza ed ingentilisce la spinta terziaria di idrocarburo. E' un vino grasso, masticabile ma che tuttavia gioca le sue carte migliori non sulla potenza ma sull'equilibrio ed eleganza con uno splendido sentore finale di agrume candito.

La nostra compagnia si è nel frattempo arricchita della presenza di Italo Maffei, selezionatore della società di distribuzione Proposta Vini che rappresenta la cantina Peltz sul mercato italiano. Italo è uno straordinario degustatore, grande conoscitore del territorio e scopritore di piccole chicche enologiche in tutta Italia.

Come brindisi arriviamo al gran finale della degustazione che suggella la grande disponibilità ed ospitalità della famiglia Pelz:

DIECI VENDEMMIE IGT VIGNETI DELLE DOLOMITI
Prodotto "visionario" ottenuto da dieci annate distinte di Riesling Renano, vinificato dopo aver subito l'attacco della muffa nobile (botrytis cinerea), conservate in barrique ed assemblate un mese prima dell'imbottigliamento. Nel calice che abbiamo in mano vi sono le vendemmie dal 2005 al 2014. Il vino registra 110gr/l di zucchero residuo, 14 gradi alcolici ed una acidità di ben 9gr/l. Le uve sono raccolte da un piccolo vigneto (0,28ha) impiantato nel 1993 con esposizione sud a ben 800 metri di altitudine. Pressatura molto soffice per ridurre al minimo la frantumazione delle bucce, mantenimento del mosto a zero gradi per una settimana per una decantazione statica per poi avviarlo alla fermentazione in barrique. Diego ricorda come dopo un anno il vino presentasse all'assaggio una acidità eccessiva e che dopo altri quattro era ancora troppo fresco! In effetti questa acidità viene riscontrata anche all'assaggio che non mostra alcun accenno di stucchevolezza, pur nell'innegabile vena dolce, di frutta candita, resa più complessa dall'immancabile sentore di zafferano ed una decisa impronta di frutta secca tostata. Un prodotto straordinario se abbinato alla pasticceria secca od anche ad un classico e territoriale Strudel.

La scelta del Pinot Nero e del Riesling Renano come vitigni indicativi della qualità aziendale potrebbe indurre a credere cha la famiglia Pelz voglia strizzare l'occhio alla internazionalità, la realtà è del tutto diversa. L'attenzione al mantenimento e recupero di alcuni vitigni autoctoni quasi del tutto estinti quale il Paolina (vinificato in purezza) e che rientra nella selezione dei Vini dell'Angelo del Catalogo proposta vini, oppure il Wanderbara ed il Veltliner Rosato che, assieme al M?llerThurgau dà vita al vino Balasi, testimoniano una grande attenzione alla valorizzazione della tipicità della Val di Cembra. E' proprio mossi da questa esigenza che si è provveduto ad una zonazione del terreno che ha individuato il Riesling ed il Pinot Nero come le uve che meglio avrebbero potuto restituire la tipicità di questo areale enologico.

Una regione il Trentino che ci ha accolto con grande apertura, cortesia e professionalità. Certamente un ringraziamento particolare va rivolto, in rigoroso ordine alfabetico, a Dennis Barbieri rappresentante di Tenuta san Leonardo, Cristian Bucci di Les Caves de Pyrene distributore di Foradori ed Italo Maffei di Proposta Vini rappresentante di tutte le altre cantine da noi visitate il loro supporto è stato decisivo alla ottimale riuscita di questo viaggio, unito ovviamente alla consueta impeccabile organizzazione di Delfina Piana.
Sicuramente lo spaccato della produzione trentina che noi abbiamo avuto durante questi giorni non è indicativo dello stato di salute generale di questo territorio. Noi abbiamo visitato cantine di dimensioni e vocazioni molto diverse tra loro ma accomunate dall'eccellenza qualitativa, dalla lontananza da bieche ottiche commerciali e modaiole che puntano allo sfruttamento intensivo del territorio per assecondare gusti di per sé anche rispettabili, ma che non dovrebbero trovare rispondenza nei vini prodotti in questa regione.Tuttavia l'esistenza di queste realtà ed il fatto che esse abbiano fatto da traino per la nascita o riconversione di altre lascia ben sperare per un moto generalizzato di orgoglio che riporti questo territorio a ricoprire il posto che gli compete di diritto nel panorama vinicolo italiano non solo in termini quantitativi ma, soprattutto qualitativi.

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VOG
21 luglio 2017
VOGTOUR IN TRENTINO - Sesta cantina

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di Antonio Lagravinese

Se abbiamo iniziato la nostra visita in Trentino con le Tenute San Leonardo, l'ultima giornata si apre con un'altra azienda storica del territorio.
L'Azienda Foradori nasce come azienda agricola nel 1901 ma diventa di proprietà dell'attuale famiglia nel 1929 quando Vittorio Foradori, professione avvocato, acquista le vigne per intraprendere l'attività vinicola come accessoria alla sua attività principale. La svolta qualitativa è a partire dal 1960 con il figlio di Vittorio che mette a frutto i propri studi di enologo ma che purtroppo viene a mancare troppo presto, a soli 36 anni. La moglie conserva la proprietà dell'azienda, continuando a produrre vino che veniva venduto soprattutto sfuso per il consumo locale, fino al 1984 quando, all'età di 19 anni, entra in scena la figlia Elisabetta. La ragazza è giovane, ancora inesperta ma con un'idea ben chiara: puntare su qualità ed esaltazione della tipicità. Il primo lavoro al quale si dedica è la selezione massale tra 15 diverse varietà di Teroldego, all'epoca unica varietà prodotta. L'Azienda si trova infatti nella Piana Rotaliana, zona d'elezione per quest'uva tipicamente trentina. Elisabetta, forte dei suoi studi di enologia, si applica a perfezionare le tecniche colturali dell'uva e produttive in cantina nel tentativo di riportare il Teroldego allo splendore che si intuisce avesse in passato leggendo numerosi testi storici e che sembra purtroppo smarrito da un uso inopportuno del sesto di impianto a pergola trentina che, benché tipico del territorio, se male interpretato può trasformarsi in un terribile strumento per produrre uve in grande quantità ma con bassissima qualità.
Frutto di questo lavoro è il Granato, vino simbolo dell'azienda, che nasce nel 1986 e subito si afferma come punto assoluto di riferimento per la tipologia, iniziando a mietere premi e riconoscimenti e portando notorietà internazionale a quest'uva quasi sconosciuta. Quindi tutto bene? Assolutamente no. Il Vino di Elisabetta negli anni è cambiato ma è cambiata anche Elisabetta e il suo percorso è in un certo senso divergente, non si riconosce più con il suo modo di lavorare in vigna od in cantina. La persona, prima ancora della viticoltrice, si avvicina alla filosofia antroposofica di Rudolf Steiner, con l'aiuto di alcune persone a lei vicine, con lo studio ed il supporto di viticoltori amici, inizia a scoprire, o riscoprire, che ogni pianta, ogni soggetto ed ogni gesto, è parte di un unico organismo dotato di un proprio delicatissimo equilibrio. Se l'agricoltore è colui che mette le mani nella terra, il lavoro in campagna deve essere quello di porsi in ascolto delle esigenze del terreno e delle piante che da esso traggono nutrimento ed intervenire per rendere la piante autonome ed in grado di autoregolarsi. La cantina è invece l'ambiente nel quale il vignaiolo sorveglia ed accompagna dolcemente il passaggio dall'uva al vino, una sorta di morte e rinascita tra due prodotti entrambi vivi ma con forme di vitalità estremamente differenti.
Nel 2002 parte la conversione alla biodinamica che viene assurta a filosofia aziendale per tutti i lavoratori. Non è un percorso veloce e tantomeno facile. Le piante necessitano di adattamento ma soprattutto Elisabetta deve capire come far tacere il tecnicismo che costituisce la base della propria formazione professionale. La parte agricola è forse più intuitiva perché le piante rispondono abbastanza velocemente ai nuovi input agronomici diverso è il processo che porta l'uva nella bottiglia. Il vino non esiste in natura. La pianta produce grappoli per custodire semi che debbano servire alla propria riproduzione, il vino non rientra nei piani della evoluzione naturale. Detto questo, se si trova il coraggio di porsi in ascolto anche dei mosti in fermentazione, se si frena l'impeto interventista dettato dalla tecnica e dalla legittima paura di vedere vanificato il lavoro di una stagione, si scopre che anche in questa fase la natura riesce a ricrearsi un proprio equilibrio che si traduce in fermentazioni spontanee ed in vini vivi, dotati di grande personalità ed accomunati da straordinaria facilità di beva. L'ingrediente principale di questi prodotti è il tempo: il tempo che impiega l'uva a rinascere in questa nuova forma ma anche il tempo che il viticoltore ed enologo Elisabetta Foradori impiega per capire come "accompagnare" questa evoluzione. L'anno della svolta è forse stato il 2008/2009, dopo circa 7 anni dalla conversione alla biodinamica, si è iniziato a capire che quella rinnovata vigoria quasi da subito riscontrata in vigna era riuscita a trasmettere nuova vita anche al vino.
Abbiamo detto che L'azienda Foradori produceva inizialmente sono Teroldego, a questa uva si sono adesso affiancate anche alcune uve bianche sempre tipiche del territorio: Nosiola e Pinot Grigio.
La fortuna ha voluto che il nostro Hotel si trovasse abbastanza vicino all'appezzamento di Fontanasanta coltivato a Nosiola e tra le piante di questo splendido vigneto abbiamo lungamente ed amabilmente chiacchierato con Nely Webber, responsabile clienti italiani ed esteri dell'Azienda, che ci ha poi accompagnato durante tutta la visita alla sede.
Nel vigneto di Fontanasanta, preso in affitto nel 2007, sono messi a dimora vecchi ceppi di Nosiola su un terreno ferroso di argilla e calcare, più povero del terreno di Mezzolombardo, esposto a sud/ovest. Si tratta di un corpo unico di 8ha completamente circondato dal bosco. Il bosco è un organismo agricolo perfetto: ogni pianta e diversa, non ci sono cloni ed è garantita la biodiversità ed il ciclo di autosussistenza. In questo caso il vigneto diventa parte integrante di questo organismo che noi stiamo attraversando guidati dalla esuberante loquacità di Nely. Vigne inerbite nei cui interfilari viene praticato il sovescio ogni qual volta se ne valuta la necessità, fitta vegetazione che si apre improvvisamente su una rada assolata occupata da vigneti, arnie per le api ed un piccolo recinto dove placidi bovini producono, oltre al latte, del letame che unito ai tralci ricavati dalla potature delle piante, genera il compost che viene utilizzato in vigna. Per completare il ciclo di autoproduzione è in progetto la nascita di un mini caseificio che lavori il latte. Il sesto di impianto della Nosiola è il Guyot, a Mezzolombardo, terra di Teroldego, troviamo sia il Guyot che la pergola trentina. Anche sulla Nosiola Elisabetta ha inaugurato una operazione, tutt'ora in corso, di recupero di vecchi biotipi quasi estinti. Purtroppo quest'uva era un tempo l'assoluta protagonista delle zone collinari del Trentino, ora ne sono rimasti in tutta la regione solo circa 70 ettari, il resto è stata espiantata per fare il posto al "cancro" Pinot Grigio... ma di questo abbiamo già parlato in occasione di una delle precedenti visite.

Non abbiamo avuto il piacere di incontrare Elisabetta ma crediamo che la passione ed entusiasmo, unita all'indubbia competenza che Nely ci trasmette ne sia limpido riflesso. Abbandoniamo la campagna per completare la conoscenza dell'azienda nella sede di Mezzolombardo.

Gli ettari attualmente in produzione, tra proprietà ed affitto, sono circa 30 per una produzione annua di circa 160.000 bottiglie, il 75% delle quali con uva Teroldego. I locali adibiti a vinificazione ed affinamento sono puliti ed ordinati: vasche di cemento, tini di legno, botti grandi di Rovere per i rossi od Acacia per i bianchi, qualche barrique usata solo come contenitore da travaso. L'uso del legno nei vini Foradori non è mai invasivo. La botte è un involucro che serve ad accompagnare il mosto nella sua evoluzione, il legno per sua natura tende ad entrare nel vino e modificarne la struttura, è quindi essenziale la scelta di contenitori di alta qualità, con tostature non eccessive e calibrati in funzione del tipo di mosto che devono accogliere. Ecco il motivo della scelta del Rovere per il Teroldego e dell'Acacia per il Manzoni Bianco.
Manzoni Bianco? Ma non avevamo parlato della Nosiola? Una breve scala ci conduce davanti ad una porta che ci separa dal locale di affinamento della Nosiola, nel quale sono disposti in file ordinate, circa 70 tinajas: anfore di argilla prodotte da un artigiano in Spagna. Nely ci racconta di come la tradizione trentina volesse che i contadini vinificassero quest'uva lasciandola fermentare sulle bucce. Si tratta di una pianta che fornisce frutti tendenzialmente neutri, con maturazione tardiva ma buccia abbastanza spessa che bene si presta alla macerazione prolungata. In questo modo il vino acquista un corpo che una vinificazione più tradizionale tende a banalizzare. Durante un colloquio tra Elisabetta Foradori e Giusto Occhipinti dell'Azienda Cos in Sicilia, quest'ultimo invitò Elisabetta a provare una vinificazione con l'anfora: il risultato fu tale da convincerla che la strada era decisamente giusta. Adeso una parte di queste anfore accoglie anche due cru di Teroldego ed una piccola parte di Pinot Grigio... e la domanda sorge spontanea: ma non è la "bestia nera" tanto vituperata? La risposta è del tutto esauriente e coerente con la filosofia aziendale: l'uva Piano Grigio è caratteristica del territorio, ciò che è riprovevole è la distorsione e volgarizzazione che ne è stata fatta. Ecco quindi la provocazione positiva di Elisabetta: riscoprire l'antica vinificazione in rosato del Pinot Grigio, quello che un tempo era chiamato Ruländer, esaltandone ulteriormente la potenza estrattiva tramite l vinificazione in anfora un vero Pinot Grigio trentino da contrapporre a prodotti che di tipico riportano solo il nome del vitigno in etichetta.

Ci spostiamo in giardino per la degustazione dei vini.

NOSIOLA FONTANSANT AIgt Vigneti delle Dolomiti 2015
Fermenta a cielo aperto per un mese con ripetute follature, dopo la fermentazione alcolica e malolattica il coperchio viene chiuso e rimane sulle proprie fecce per circa 8 mesi, fino alla primavera quando la temperatura si alza. La permanenza nell'argilla è per l'uva una sorta di ritorno alla terra dalla quale è stata strappata, una macerazione così lunga permette l'innesco di una osmosi inversa in virtù della quale la buccia si riprende una parte del colore che aveva ceduto. Alla vista infatti si presenta di un bel giallo paglierino scarico, certamente lontano anni luce da certe colorazioni "orange" che sembrano diventate di moda. Nonostante l'assenza di filtrazione il vino è perfettamente limpido con un piacevole attacco vivace e fruttato, mela e soprattutto pera in bella evidenza, molto fine ma con una piacevole sapidità finale che lascia intravedere, pur nella assoluta gioventù del sorso, una notevole potenzialità evolutiva.

MANZONI BIANCO Igt Vigneti delle Dolomiti 2016
Dopo la fermentazione in cemento e la macerazione di una settimana, il vino passa in botti di acacia dove affina per circa 12 mesi. Purtroppo questo assaggio si rivela solo una intuizione... si intuisce una buona vena minerale ed uno spunto fruttato, ma nonostante la solforosa venga aggiunta in minime quantità solo al momento dell'imbottigliamento, il fatto che il vino sia in vetro da soli quattro giorni ne rende la percezione decisamente invasiva e penalizzante l'assaggio.

FORADORI Teroldego Igt Vigneti delle Dolomiti 2015
E' il vino prodotto in oltre 80.000 bottiglie, ricavato da diverse parcelle di Teroldego allevate sulla Piana Rotaliana con fondo principalmente sabbioso. La fermentazione avviene in vasche di cemento per poi proseguire l'affinamento per 12 mesi parte in cemento e parte in legno. Il vino è di un bel granato brillante, è fruttato, apparentemente semplice ma non privo di profondità. Buona la beva, sapido, fresco, un tannino giovane ma non irruente e già ben amalgamato. Bella chiusura asciutta per un prodotto ottimamente versatile nell'abbinamento gastronomico.

Le uve ricavate dai due vigneti Sgarzon e Morei negli '80 venivano vinificate separatamente per esaltarne le rispettive peculiarità. Terreno prettamente sabbioso alluvionale Sgarzon con clima particolarmente fresco mentre pura pietra trasportata dal fiume Noce il terreno di Morei dagli anni '90 queste uve sono confluite nel Granato. Dopo il passaggio alla Biodinamica, nel momento in cui Elisabetta si è resa conto che le vigne di questi due distinti territori avevano riacquistato vitalità e, soprattutto, riconquistata la loro assoluta individualità, torna l'esigenza di riprendere la vinificazione separata che inizia con la vendemmia 2009. Per assecondare ed esaltare queste peculiarità anche queste vinificazioni vengono svolte nelle anfore di argilla.

SGARZON Teroldego Igt Vigneti delle Dolomiti 2015
Il nome del vigneto deriva dal termine dialettale "sgarzi" che sarebbero i polloni ad indicare l'esuberanza vegetativa che dimostrano i tralci su questo terreno.
Se dobbiamo fare un confronto con il vino precedente, possiamo notare un attacco tannico più marcato, la nota fruttata si arricchisce di frutti di bosco, una leggera vena speziata ed una chiusura leggermente erbacea. Mostra decisamente maggiore materia ma un minore equilibrio frutto esclusivo della maggiore gioventù evolutiva di questo vino.

MOREI Teroldego Igt Vigneti delle Dolomiti 2015
Morei significa "moro" o "scuro". Il terreno ciottoloso nel quale le piante affondano le radici regalano al sorso una trama minerale e complessa. Il colore è violaceo, il naso articolato, suadente ma anche profondo. Leggermente predominante una nota di smalto non ancora ben assimilata ma un bellissimo tannino per nulla nervoso nonostante la gioventù ed un piacevolissimo finale con liquirizia in bella evidenza.

L'Azienda esporta oggi in 35 paesi ed ha il merito incontrastato di essere ambasciatrice prima e più credibile di una viticoltura radicata in modo indissolubile al territorio Trentino. Elisabetta Foradori è conosciuta ormai ovunque come la Regina del Teroldego ma credo che se questa definizione poteva essere azzeccata dieci o quindici anni fa, ora sia riduttiva. Questo perché l'evoluzione di Foradori donna, e conseguentemente, della viticoltrice e dell'enologo, ha portato l'Azienda e la sua proprietaria (adesso affiancata nel lavoro anche dal figlio maggiore Emilio) ed essere la migliore interprete di un territorio ed un ecosistema nel quale il Teroldego si trova a fare da protagonista quasi incidentalmente. La valorizzazione di questo vitigno, ed ora anche della Nosiola, del Manzoni Bianco o del Pinot Grigio, non parte da una particolare predilezione dell'uva in sé, ma da una scelta obbligata nel momento in cui si decide di percorrere la strada della esaltazione delle peculiarità del territorio. Il percorso intrapreso quindici anni fa non è ancora concluso e questo continuo "ascolto" della terra e del vino porterà sicuramente a nuove e migliori evoluzioni, crediamo tuttavia che il dualismo tra la doppia anima di Elisabetta, quella antroposofica e quella più tecnica, abbia già trovato un ottimo punto di equilibrio.
Grazie all'Azienda per l'accoglienza ed un ringraziamento particolare a Nely Webber per la disponibilità ed il tempo che ci ha dedicato.

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14 luglio 2017
VOGTOUR IN TRENTINO - Quinta cantina

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di Antonio Lagravinese

Una brevissima trasferta ed arriviamo in un angolo di paradiso che risponde al nome di Molino dei Lessi.
In realtà la struttura che dà il nome all'azienda si trova in Val di Cembra, è stato ristrutturato rispettando la costruzione originaria, è meta di visite guidate ed è circondato da una piccola vigna di Riesling noi ci troviamo a Maso Rosabel dove nel 2006 è stata inaugurata la nuova cantina. Qui da dove è partita l'avventura produttiva con un piccolo appezzamento attorno al Maso ci accoglie Emma Clauser.
A dispetto di una superficie vitata di un ettaro ed una produzione di circa 5000 bottiglie, Emma è personaggio conosciutissimo. Ho usato il termine personaggio non a caso: ex impiegata provinciale, prima donna trentina a lanciarsi con il paracadute, prima donna trentina a prendere il brevetto di pilota di aereo, laurea in enologia conseguita dopo la pensione a 50 anni per inseguire una passione nata progressivamente e che ha voluto e potuto concretizzare assieme al marito Enzo Centofante, suo ex insegnante di volo a vela.
L'approccio agronomico dell'Azienda è improntato ad una assoluta naturalità, ha la certificazione biologica ma va oltre. La filosofia di conduzione è la permacultura, o agricoltura permanente. Il principio è quello di ricreare un ecosistema che sia in grado di autosostenersi offendo il massimo rendimento con il minimo dispendio energetico. Tra le attività indispensabili all'ottenimento di questi risultati, rientra l'inerbimento naturale dei campi, la diversificazione delle colture, il mantenimento dell'equilibrio tra insetti dannosi ed utili e la valorizzazione della pedofauna (la vita che popola il terreno). L'avvicinamento a numerose pratiche biodinamiche è stata una evoluzione naturale praticando inoltre lo sfalcio a file alterne per garantire presenza di pollini per gli insetti e semi per gli uccelli, la pacciamatura per preservare la fisiologica umidità del terreno, il rifiuto a ricorrere a qualunque forma di concimazione, l'alternanza dei filari di vite con piante da frutto anche di specie antiche quali marasche, mirabolani, nespoli, ma anche noci o fichi, i trattamenti ridotti al minimo e limitati al solo utilizzo di rame o zolfo: tutto ciò ha reso questo piccolo spicchio di valle oggetto anche di una ricerca della Fondazione Edmund Mach di San Michele all'Adige condotta nel 2010 per confrontare la vitalità del terreno dell'Azienda con un altro di riferimento gestito con agricoltura "convenzionale". Il risultato non ha lasciato adito a dubbi circa l'efficacia dell'approccio per garantire un terreno "fertile ed ospitale".
Quello nel quale ci ritroviamo a camminare è certamente un vigneto ma è anche una riserva di piante officinali ed aromatiche che crescono spontaneamente nel totale rispetto degli equilibri naturali. Questa peculiarità ha fatto in modo che Molino dei Lessi abbia avuto il riconoscimento di Fattoria Didattica Biologica AIAB ed Emma organizza incontri per insegnare a riconoscere ed utilizzare in cucina le erbe di campo commestibili tema che ha approfondito nel suo libro "Le erbe dei nostri campi".
La sede della Cantina nell'800 era una torretta di avvistamento in un punto di congiunzione tra la Valle dei Laghi e la Val di Non, ma le prime tracce scritte della sua esistenza risalgono al 1354 e dal 1600 fu abitato da un signore detto "Rosabeno". Fu acquistato dagli attuali proprietari negli anni 80 ridotto a poco più di un rudere con un piccolo vigneto a Chardonnay, poi espiantato e messo a riposo. Il terreno non subisce alcuno scasso, l'irrigazione avviene solo come soccorso in situazioni di particolare criticità, per il nutrimento del terreno si usa solo il sovescio delle leguminose naturali che crescono spontaneamente.
Nella speranza di riuscire ad abbattere totalmente ogni tipo di trattamento sulla pianta, Emma è giunta alla sperimentazione dei vitigni resistenti. In particolare la sua scelta si è indirizzata sul Johanniter bianco, uva con ottima resistenza naturale alla peronospera come pure all'oidio ed alla botrite nato in Germania a Friburgo da un ripetuto incrocio tra la vitis americana e quella vinifera ha come padre principale il Riesling renano incrociato con Chasselas e Pinot Gris.
E' proprio da questo vino che parte la degustazione che Emma ha preparato per noi nel soggiorno della sua abitazione.

JOHANNITER 2015
Il vino si presente di un bel giallo paglierino brillante che lascia intuire un'ottima acidità, caratteristica confermata dall'assaggio. Ottima anche la tendenza sapida del vino. La frutta marca principalmente l'agrume, in particolare il mandarino o la pera, sentore che richiama maggiormente l'apparentamento con il Riesling. La fermentazione avviene in vasi vinari in acciaio raffreddati avvolgendoli con lenzuola bagnate. Buona la chiusura in bocca su una delicata nota di mela cotogna.

PODERE VALTINI 2013
Proseguiamo con una altro bianco ottenuto da Riesling ed Incrocio Manzoni raccolte in Val di Cembra da vigneti dislocati a circa 400mt di altitudine. Il colore è decisamente più carico, complice la presenza dell'Incrocio Manzoni e della tecnica di vinificazione che prevede una prolungata sosta sulle fecce al termine della fermentazione. E' un vino di struttura, che vira decisamente sulla frutta esotica, un mango ben definito ma non dolce perché riequilibrato dalla mineralità della pietra focaia ed una chiusura avvolgente accentuata da una leggerissima esuberanza alcolica.

DUE RUBINI Igt Vigneti delle Dolomiti Rosso 2008
Frutto di un 80% di Cabernet Sauvignon unito al restante 20% di Lagrein, viene prodotto nelle annate in cui il Cabernet Sauvignon è di qualità non eccezionale. Macerazione di 15/20gg per il Cabernet, non più di 3/4 gg per il Lagrein per scongiurare l'estrazione di tannini amari dai semi, entrambi con ripetute follature, successivo travaso in caratelli di rovere francese nei quali viene svolta la malolattica avviata tramite innalzamento della temperatura della cantina. Dopo 18/20 mesi il vino viene messo in bottiglia, nella quale riposa per oltre due anni prima di essere proposto al mercato.
Il naso è complesso, profondo e suadente ma la bocca è fresca e graffiante. Bella la ciliegia matura non ancora confettura e molto elegante il finale ammandorlato donato dal Lagrein. Non credo abbia ancora particolare spazio di ulteriore miglioramento, è tuttavia un vino all'apice dell'evoluzione e che non mostra alcun segno di cedimento.

Passiamo ora alla degustazione della punta di diamante dell'Azienda: il Cabernet Sauvignon.
Le uve, vinificate in purezza, vengono allevate sulle colline di Sorni, una vena argillosa su terreno calcareo, pendenze medie del 45% e rese non superiori a poco più di un chilo d'uva per pianta. Durante la vinificazione ripetute follature favoriscono la massima estrazione affondando manualmente il cappello delle vinacce. Maturazione in legno per almeno 18 mesi e successivo riposo in bottiglia per almeno 3 anni, fino a quando Emma non lo valuta pronto per il consumo.

CABERNET SAUVIGNON Trentino riserva Doc 2005
E' l'annata in uscita adesso! Considerando che le uve vengono raccolte alla piena maturazione, è incredibile la freschezza di questo vino. Il tannino è vellutato, complice il passaggio in legno di rovere francese. Bellissimo frutto, assenza di pronunciata terziarizzazione, sorso succoso e sapido.

CABERNET SAUVIGNON Trentino riserva Doc 2009
Questo vino è stato giudicato pronto prima. I frutti di bosco, soprattutto la mora, è presentissima, il tannino ha un bel mordente ma è un po' più verde del campione precedente. Ha una bella complessità, buona acidità ma persistenza penalizzata, è un vino "in trattenuta", in una fase evolutiva ancora interlocutoria.

CABERNET SAUVIGNON Trentino riserva Doc 2001
In naso invoglia l'assaggio e dal sorso emerge netto il rabarbaro, il pepe, le spezie ma anche freschezza, fieno, sottobosco ed ancora fondo di caffè. Dalla trama olfattiva emergono leggere deviazioni che svaniscono velocemente. Bella la freschezza ed un finale fruttato con una rotondità non dovuta alla alcolicità comunque contenuta.

CABERNET SAUVIGNON Trentino riserva Doc 1998
Non è un vino morto, tutt'altro. Il bicchiere tradisce l'età del vino dall'unghia granata. Note terziarie di tabacco, liquirizia, una punta di incenso ma anche frutta candita. Buona mineralità e finale setoso.

Emma Clauser è riuscita a ritagliarsi una spazio importante nella viticoltura trentina, non certo per la quantità dei vini prodotti ma per la propria credibilità, conquistata grazie ad un atteggiamento rigoroso, quasi intransigente. La sperimentazione sui vitigni resistenti potrebbe sembrare contradditoria rispetto alla valorizzazione del territorio ma Emma respinge cortesemente questa osservazione. In primo luogo perché i vitigni autoctoni continuano a sopravvivere nella scelta dei portainnesti sui quali innestare le barbatelle resistenti (il Johanniter è su tronchi di Lagrein di 20 anni) e poi perché la possibilità di praticare la viticoltura senza alcun utilizzo di trattamenti, neppure di zolfo e rame, rappresenta per lei il massimo livello possibile di rispetto per il territorio. L'azienda è certificata ICEA dal 1994 e l'adesione alla permacoltura serve a perseguire l'obiettivo di riportare fertilità e biodiversità tra questi boschi e restituire eticità ad un mestiere, quello del vignaiolo, che deve e può avere un ruolo sia economico che sociale.
Una visita che ci ha fornito una spaccato ancora diverso della variegata viticoltura trentina, e ci ha comunque conquistato non per una sorta di attrazione "filosofica" ma per l'assoluta qualità dei vini degustati.

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